Los Colonos (2023). Il genocidio dei Selk’nam

Recensione, trama e cast di Los Colonos (The settlers), un film del 2023, opera prima del regista cileno Felipe Gálvez Haberle
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Trailer di Los Colonos

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Opera prima del montatore, sceneggiatore e regista cileno Felipe Gálvez Haberle, ‘Los Colonos’ è stata presentata in anteprima mondiale all’interno della sezione Un Certain Regard della 76ª edizione del Festival di Cannes, ottenendo successivamente l’ambito premio cinematografico FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique), diventando così il primo film cileno a ricevere il Grand Prix FIPRESCI, riconoscimento assegnato da una cinquantina di associazioni nazionali di critici cinematografici. Successivamente, la pellicola è stata presentata durante il 41° Torino Film Festival, partecipando tuttavia fuori concorso. È stata distribuita in Italia grazie alla collaborazione tra MUBI e Lucky Red, debuttando il 7 marzo 2024 nelle sale cinematografiche e diventando disponibile in streaming su MUBI a partire dal 29 marzo. ‘Los Colonos’ è stata inoltre selezionata per rappresentare il Cile ai Premi Oscar 2024 nella categoria Miglior Film Internazionale, ma non è riuscita a entrare nella cinquina finale, che comprendeva ‘Io Capitano‘ di Matteo Garrone, ‘La zona d’interesse‘ di Jonathan Glazer, ‘La sala professori’ di İlker Çatak, ‘La società della neve‘ di Juan Antonio Bayona e ‘Perfect Days‘ di Wim Wenders.

Trama di Los Colonos

Nella Terra del Fuoco, in Cile, nel 1901, lo spagnolo Don José Menéndez è un ricco proprietario cileno, possedendo circa 1.100.000 acri di terreno nella cosiddetta Terra del Fuoco, al confine tra Cile e Argentina. L’uomo, che si dedica all’allevamento di pecore, incarica il tenente inglese Alexander MacLennan, un fedele collaboratore, di ripulire il suo territorio dagli indigeni Selk’nam, considerati una minaccia per i suoi interessi commerciali. L’obiettivo è aprire un percorso per condurre le pecore dalla Terra del Fuoco fino all’Atlantico, evitando conflitti con gli indigeni. Il tenente, successivamente noto con il soprannome di “El Chancho Colorado” (“Il maiale rosso”), decide di intraprendere questa missione con l’aiuto di un solo uomo: Segundo, abile nello sparare con la pistola. Tuttavia, Don José decide di inviare anche un suo vecchio conoscente e un uomo di sua estrema fiducia, il mercenario Bill. I tre intraprendono una spedizione nei territori del loro signore spagnolo, dando inizio a ciò che verrà ricordato nella storia cilena come il terribile genocidio dei Selk’nam.

I due bianchi in Los Colonos
I due bianchi in Los Colonos

Recensione di Los Colonos

Il genocidio perpetrato dai colonizzatori bianchi in tutto il mondo, in particolare nelle Americhe e nel Sud America, senza dimenticare quello in Africa con la crudele tratta degli schiavi, rappresenta una delle piaghe più sanguinose della cultura occidentale-europea. Spagnoli, portoghesi, francesi, belgi, olandesi e inglesi, nel perseguire i propri obiettivi economico-espansionistici, hanno dato il via a un’intera serie di stermini razziali. Questo orrore ebbe inizio dopo il 12 ottobre 1492, quando Cristoforo Colombo scoprì un nuovo continente ricco di culture diverse che l’uomo bianco non ha esitato a colonizzare, distruggere e annientare in nome della civilizzazione. Le culture autoctone vennero soffocate e sostituite con quella che viene definita ‘cultura predominante europea’, permeata da valori religiosi e commerciali. Questo processo ha portato a veri e propri genocidi, non solo culturali ma anche fisici.

Il regista e sceneggiatore cileno Felipe Gálvez Haberle, attraverso il suo film ‘Los Colonos’, ci presenta una pagina agghiacciante della sua terra nativa. Qui, i colonizzatori bianchi, mossi da motivazioni economiche, decisero di eliminare sistematicamente un’intera civiltà etnico-culturale, dando il via al crudele genocidio dei Selk’nam, un popolo nativo americano conosciuto anche come Ona. Questi vivevano nella Terra del Fuoco, a Sud-Est dello Stretto di Magellano, in maniera pacifica prima dell’arrivo degli europei, che portarono solo sangue e devastazione in quella terra.

“Los Colonos” si ispira parzialmente a un evento realmente accaduto nel 1901, ovvero la spedizione ordinata da Don José Menéndez e guidata dal cosiddetto “El Chancho Colorado”. Il regista decide di esplorare questo episodio storico attraverso gli occhi di Segundo, un meticcio di discendenza bianca e indigena costretto a seguire il tenente inglese Alexander MacLennan in questa marcia funesta per la sua stessa razza Selk’nam. Interessante è l’approccio di Felipe Gálvez Haberle nel narrare questo sanguinoso capitolo della storia cilena. Il regista ambienta il suo lungometraggio nel contesto del Western revisionista, un genere cinematografico che mira a rappresentare in modo più realistico il rapporto tra colonizzatori bianchi e nativi americani.

Estratto da un intervista al regista del RolingStone

Ritengo che il western sia un genere di propaganda, creato dagli studi di intrattenimento per mostrare il popolo americano come civilizzato. Nel caso del cinema argentino, ad esempio, il cinema gaucho veniva utilizzato per mostrare lo sviluppo e la civiltà nel passaggio dalla città alla campagna. Il mio interesse per i western non è solo rivedere i personaggi, ma aggiornare la storia raccontata da questo genere. Los Colonos cerca di decostruire il genere, non solo aggiornando i personaggi, ma anche riflettendo sulla storia raccontata da questi film e sul ruolo del cinema in queste narrazioni.

Mentre i classici western tendevano a idealizzare il periodo della colonizzazione americana, nell’anti-western il regista e lo sceneggiatore si immergono nelle brutture della storia per offrire al pubblico un ritratto autentico degli eventi. In questo senso, “Los Colonos” abbandona ogni mito legato al cowboy colonizzatore, per mostrare i due uomini bianchi coinvolti nella spedizione, il tenente Alexander MacLennan e il cosiddetto “bandito” Bill, in modo realistico, con tutti i loro difetti e la loro brutalità interiore espressa attraverso le loro parole e i loro dialoghi, soprattutto quando parlano degli indigeni e di Segundo, di cui Bill non ha fiducia, considerandolo poco più di un animale pronto ad attaccarli alla prima opportunità. In un certo senso, “Los Colonos” è anche una storia di uomini solitari, di tre uomini che si trovano a condividere una spedizione senza mai riuscire a formare un vero gruppo: due uomini bianchi che si sopportano a malapena e Segundo, più uno schiavo che un compagno di viaggio. Segundo è costretto a obbedire agli ordini senza fiatare, nella speranza di tornare a casa sano e salvo. È il personaggio che vive nella zona grigia, tra bene e male. Da un lato, vorrebbe uccidere quei bianchi, che guarda con rabbia, maledicendoli, ma dall’altra parte non riesce mai ad opporsi a loro, ad agire per il bene del proprio popolo e della giustizia, diventando così, suo malgrado, complice di un atto di sterminio razziale che non avrebbe mai voluto causare ma che purtroppo avverrà anche per mano sua.

Secundo - Los Colonos
Secundo – Los Colonos

Raccontare senza mostrare

Attraverso un realistico accompagnamento sonoro ambientale, intervallato occasionalmente da una musica di tamburi dal tono oscuro e selvaggio, che si confà perfettamente all’atmosfera narrativa della storia, lo spettatore viene immerso in un viaggio on the road insieme a tre uomini a cavallo, impegnati in lunghe giornate per soddisfare gli ordini del loro signore. La narrazione procede con un ritmo deliberatamente lento, concentrando l’attenzione sui momenti semplici della vita di questa spedizione militare, focalizzandosi sui loro dialoghi, sugli incontri con altre persone, bianche e non, lungo il percorso, e su uno sguardo panoramico del territorio circostante, dove il paesaggio e la natura diventano i protagonisti assoluti, grazie a una fotografia che cattura in modo suggestivo i colori di un panorama autunnale.

Una delle peculiarità della pellicola è il suo racconto del genocidio dei Selk’nam senza mai mostrarlo effettivamente. Lo spettatore viene a conoscenza del fatto che il tenente Alexander MacLennan è incaricato da Don José Menéndez di condurre una spedizione per risolvere alcuni problemi con gli Indios, ma il genocidio stesso non viene mai rappresentato in scena. Se non in una breve sequenza in cui vengono uccisi alcuni Selk’nam, mostrando la battaglia ma senza approfondirne il vero dramma e senza mostraere il crudo e duro combattimento, il film non mostra direttamente il massacro. La continuità narrativa si interrompe proprio quando i personaggi si avviano vero la distruzione etnica. Il pubblico scoprirà ciò che è realmente accaduto tramite un salto temporale di sette anni, attraverso un’intervista a Segundo, che rivela il vero obiettivo della spedizione di cui ha fatto parte: il genocidio di un’intera popolazione. Lo spettatore, specialmente se non è familiare con la storia cilena, potrebbe non comprendere appieno cosa sta accadendo in scena a livello più profondo e quale sia il piano di Menéndez, che verrà svelato solo nell’ultima parte del film, ambientata sette anni dopo, un salto temporale che conferisce ulteriore forza e drammaticità alla storia, mostrando la vittoria del colonialismo e la distruzione totale della terra. Significativa è la frase finale del film, in cui viene pronunciata la domanda: “Rosa, vuole o non vuole far parte di questa nazione?”, che sintetizza l’essenza del lungometraggio.

Rosa nella scena finale di  Los Colonos
Rosa nella scena finale di Los Colonos

In conclusione

Los Colonos è un film di natura intellettuale, rivolto a un pubblico non generalista. Nonostante il ritmo piuttosto lento, il film riesce comunque ad intrigare lo spettatore, coinvolgendolo in questo atipico western dall’atmosfera on the road.

Note positive:

  • Approccio realistico e autentico nel raccontare la storia del genocidio dei Selk’nam, evitando idealizzazioni e miti legati alla colonizzazione.
  • Utilizzo efficace del genere del Western revisionista per decostruire i personaggi e offrire una visione più complessa della storia.
  • Regia e sceneggiatura che si concentrano sui dettagli e sulla vita quotidiana dei protagonisti, creando un’atmosfera coinvolgente e suggestiva.
  • Fotografia che cattura in modo suggestivo i paesaggi autunnali della Terra del Fuoco, contribuendo alla narrazione visiva della storia.
  • Approccio narrativo che evita la rappresentazione diretta del genocidio, lasciando che lo spettatore comprenda la gravità degli eventi attraverso suggerimenti e sottintesi.

Note negative:

  • Ritmo, a tratti eccessivamente lento.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 929

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