L’uomo che sapeva troppo (1956): Hitchcock allo stato puro

L’uomo che sapeva troppo

Titolo Originale: The Man Who Knew Too Much

Anno: 1956

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Genere: spionaggio, thriller

Durata: 120 minuti

Regia: Alfred Hitchcock

Sceneggiatura: John Michael Hayes

Fotografia: Rubert Burks

Montaggio: George Tomasini

Musica: Bernard Herrmann, Arthur Benjamin

Attori: James Stewart, Doris Day, Brenda De Banzie, Bernard Miles, Ralph Truman, Daniel Gélin, Mogens Wieth, Christopher Olsen, Reggie Nalder, George Howe, Alix Talton, Alexi Bobrinsky

Trailer de “L’uomo che sapeva troppo”

Trama de “L’uomo che sapeva troppo”

Il dottor Ben McKenna si trova a Marrakech con la moglie Jo, ex cantante lirica, e il figlio Hank. L’incontro con il francese Louis Bernard cambierà totalmente la sua vita, poiché questo, prima di morire, affida a Ben le sue ultime parole: l’ambasciatore verrà ucciso. Durante questi disperati eventi, Hank viene rapito e solo Jo e Ben possono salvarlo.

Remake dell’omonimo film di Hitchcock del 1934.

“La prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista.”

Alfred Hitchcock

Recensione de L’uomo che sapeva troppo

Difficile dire quale, fra tutti i film del maestro del brivido, sia il mio preferito. Tuttavia credo che “L’uomo che sapeva troppo” sia uno di quelli che non mi stancherei di guardare, come “La finestra sul cortile”, “Nodo alla Gola”, “Vertigo”, “La congiura degli innocenti”, “Marnie”, “Psycho”, “Il delitto perfetto”, “Io ti salverò”… come vedete è impossibile scegliere.

Questo film scorre ancora a meraviglia e il perfetto manuale per comprendere le tecniche hitchcockiane a fondo. Sì, perché dentro “L’uomo che sapeva troppo” c’è Hitchcock a 360°, e questo lo rende un film che ogni regista (e non) dovrebbe studiare a fondo. È un thriller psicologico potente, che funziona tutt’oggi e secondo me è rimasto ineguagliato. Con due meravigliosi James Stewart e Doris Day, una delle pellicole del maestro che più affascinano, nonostante spesso passi inosservata.

“Una vecchia coppia di sposi”

Jo (Doris Day) e Ben (James Stewart) McKenna -  L'uomo che sapeva troppo
Jo (Doris Day) e Ben (James Stewart) McKenna – L’uomo che sapeva troppo

Fin dal primo frame sull’autobus ci accorgiamo della natura di Jo e della natura di Ben. Diversi e per questo complementari, perfetti per agire insieme come la testa e il cuore. Lo capiamo in primis dalla mimica facciale dei due attori protagonisti: Doris Day conferisce un’aria elegante, furba, intelligente e disillusa, alla sua Jo; James Stewart invece mette la placidità, l’estroversione, la disponibilità, la gentilezza e l’onestà, nel suo Ben.

Non appena si scambiano due parole ci viene subito da pensare che siano la tipica coppia in cui Lui cerca sempre di agire d’impulso (ovvero di cuore), ma viene bloccato e fatto ragionare da Lei, che invece agisce con la testa, sebbene sia molto emotiva come ci accorgeremo più tardi. Insomma, una realtà di coppia molto comune e normale nella società di tutti i giorni. Potrebbero benissimo essere il ritratto di molte coppie sposate che ognuno di noi conosce. Lo vediamo anche da come entrambi si rapportano qualche secondo dopo a Louis Bernard.

Louis Bernard, Hank, Jo e Ben - L'uomo che sapeva troppo
Louis Bernard, Hank, Jo e Ben – L’uomo che sapeva troppo

Ben, talmente buono da essere ingenuo, racconta la propria vita in pochissimi minuti ad uno sconosciuto, solo perché questo gli sembra una brava persona dopo aver aiutato Hank a sistemare l’equivoco con un uomo sul bus. E Jo non si fida minimamente di lui, dato che continua a fissarlo durante tutta la conversazione con occhi analitici e cerca di ribaltargli le domande che egli fa al marito. Il suo piano non funziona e Louis Bernard va via conoscendo ogni aspetto importante della loro vita: ormai li ha scelti per il suo disegno e sa che la fine si avvicina.

Ironico, da parte di Hitchcock, definire Ben “l’uomo che sapeva troppo”: in realtà, e questo lo dimostra proprio Jo, non sa assolutamente niente ed è tutto merito della sua eccessiva disponibilità. Quello che però serviva a Louis Bernard era proprio questo, sapere se Ben fosse buono o meno. E buono lo è, come anche sottolinea la moglie. Con questo non dico che Jo non commetta errori: anche lei si fida momentaneamente (ma quanto basta per essere raggirata) dei Drayton. Ma perché?

In modo un po’ forzato scomodo un vecchio concetto della filosofia del fisico pluralista Empedocle: “il simile conosce il simile”. Non si tratta in questo caso di scambio di effluvi, ma più banalmente di personaggi che si attraggono grazie a elementi comuni. Ben è un uomo onesto e gentile, è ovvio che venga attirato da un altro uomo che gli sembra come lui e quindi è portato a fidarsi. Stessa cosa Jo, che viene attirata da un’anziana coppia, perché è raro diffidare dagli anziani, per di più così apparentemente simili a loro e disponibili. Gli elementi sui quali si basano i meccanismi emotivi e reattivi di Jo e Ben sono chiarissimi e plausibili. Accade a tutti noi di fidarci “a pelle” di qualcuno. Solo che a loro non è andata bene.

Gli schemi del “Caso Hitchcockiano”

All’interno di ogni film del maestro troviamo un elemento fisso che garantisce la suspance dall’inizio alla fine: ne “La finestra sul cortile” (che è molto elaborato a livello narrativo e metaforico) era lo spazio, così come in “Nodo alla Gola”; ne “La congiura degli innocenti”, “Il delitto perfetto”, e poi successivamente in “Frenzy”, erano i personaggi stessi.

Ne “L’uomo che sapeva troppo”, e forse anche in “Psycho”, l’elemento di suspance è il tempo: nessuno sa esattamente quando l’ambasciatore verrà ucciso, lo sa solo chi dovrà compiere il delitto. Bisogna quindi che Ben e Jo facciano tutto alla svelta per salvare sia Hank che l’ambasciatore, e così si alimenta la tensione narrativa.

Un frame da "La finestra sul cortile"
Un frame da “La finestra sul cortile”

E poi c’è il tema dell’incubo, che McKenna vive metaforicamente sottoforma di incubo metropolitano. I personaggi di Hitchcock riescono, loro malgrado, a “sognare ad occhi aperti” e quindi anche a vivere incubi che mettono seriamente in pericolo la loro vita. È un po’ come un contrappasso dantesco: cosa terrorizza di più un determinato personaggio?

Venire scoperti (Nodo alla Gola, Psycho, Complotto di famiglia, Caccia al Ladro)? Un ricordo terribile che ritorna (Marnie)? Il giudizio degli altri (La congiura degli innocenti e Io confesso)? Un antico dolore che persiste (Vertigo e Io ti salverò)? La privazione della tranquillità e della famiglia?

Questa è la paura di Ben che si trasforma in realtà. Hitchcock, quindi, individua la paura del personaggio e gliela fa vivere sottoforma di incubo tangibile. È questo che rende tutto atipico e quoditiano allo stesso tempo.

frame di vertigo
frame di vertigo

Il tema del doppio è un altro di quei pilastri fondamentali sui quali Hitchcock appoggia i suoi film. McKenna si trova di fronte a due vie: giusto o sbagliato, suo o altrui, bene o male, ragione o sentimenti, o più banalmente, persona o luogo (nel caso dell’enigma di Ambrose Chapel). E se parliamo di doppio ci viene in mente “Psycho”, “L’altro uomo – Delitto per delitto”, di nuovo “Rebecca” e “Frenzy”. La storia si ripete, quasi in modo biblico e, sempre in modo biblico, Hitchcock si pone delle domande che l’Uomo si pone da sempre: di nuovo, cosa è giusto e cosa è sbagliato?

E la forza dei personaggi, di Ben, è proprio questa: loro sono L’Uomo e, in quanto tali, sono tutti gli uomini. Sbagliano, fanno la cosa giusta e poi cadono di nuovo. Sono uomini qualsiasi in storie thriller incredibili che però, dato che sono vissute da soggetti così ordinari, appaiono così chiare e normali agli occhi di noi spettatori.

Dettaglio da "L'altro uomo - Delitto per delitto", ottimo esempio di utilizzo del doppio
Dettaglio da “L’altro uomo – Delitto per delitto”, ottimo esempio di utilizzo del doppio

Un altro elemento comune nella filmografia dell’ex ingegnere navale, è il ruolo della donna: in America si era nel bel mezzo della vera emancipazione femminile, ragion per cui era ovvio che Hitchcock decidesse di dare ai personaggi femminili dei ruoli di spicco all’interno dei suoi film, delle funzioni realmente utili e quasi più importanti di quelle degli uomini. Guardiamo “Marnie” e Gli uccelli (considerato un vero e proprio horror, dal quale in moltissimi prenderanno spunto), “Io ti salverò”, “Il sipario strappato”, o qualsiasi film con coprotagonista Grace Kelly. Le donne sono emancipate e furbe, e non fanno necessariamente parte di un’alta classe sociale (come nel caso de “La congiura degli innocenti” o “Rebecca – La prima moglie”). Curano il proprio aspetto, magari tendono al pettegolezzo, ma non sono sciocche come da stereotipo abbastanza frequente allora a Hollywood (prendiamo i personaggi di Marylin Monroe), nelle commedie rosa, o nelle screwball comedies. Hanno da imparare, ma anche tanto da insegnare (è il caso del personaggio di Vera Miles in “Psycho”), e sono fondamentali alla trama. Il personaggio di Jo è così, riesce a risolvere tutto da sola e, paradossalmente, grazie a un‘azione di cuore (che potresti aspettarti da Ben, ma non da lei): gridando.

La sequenza musicale

La sequenza musicale de “L’uomo che sapeva troppo” è praticamente l’anatomia del delitto. Noi spettatori vediamo l’organizzazione dell’attentato: gli ordini ben precisi del finto reverendo, l’attenzione completa del sicario, il ruolo fondamentale che avrà la musica. Essendo quasi lo specchio di Ben, ci infastidisce saperne più di lui su qualcosa che gli è di vitale importanza, quindi reagiamo con disgusto di fronte a quello che, cinicamente, siamo costretti ad ammettere essere uno degli attentati più geniali mai visti nei film.

“L’ideale sarebbe se tutti gli spettatori sapessero leggere la musica…”

Alfred Hitchcock a Francois Truffaut durante la celebre intervista

Secondo Hitchcock, individuare al 100% IL momento dello sparo grazie a tutti gli elementi che avrebbe distribuito all’interno della sequenza, l’avrebbe resa veramente intrigante. Ma Truffaut gli fece capire che, anche senza saper leggere gli spartiti che Hitchcock comunque inquadra, tutti noi spettatori restiamo comunque sospesi sul filo dell’ansia legata agli eventi.

Questo perché, dice sempre il regista de “I 400 Colpi”, Hitchcock aggiunge un dettaglio all’insieme che, nella versione del 1934 del film, non c’era: inquadra direttamente il volto del suonatore dei piatti.

Pensiamo per un attimo alla figura del suonatore dei piatti all’interno della cinematografia: durante le scene con soggetto le orchestre, è quasi sempre l’elemento che si trova a disparte e aspetta (magari annoiato) il suo turno. È quello che ha pochissimi momenti per emergere all’interno della sinfonia e che non si può permettere di sbagliare. Per il suonatore di piatti la puntualità e le tempistiche sono tutto. E anche per il sicario del nostro film.

Dato che principalmente la sequenza si muove su tre piani paralleli (quello del sicario, quello di Jo e quello del suonatore di piatti), possiamo chiaramente dire che la suspance si crea alla perfezione attraverso gli scambi costanti che non fanno che scandire il tempo inesorabilmente. Poi si aggiungono i piani di Ben e dell’ambasciatore. Quindi in quanti siamo a conoscenza della modalità del delitto? Solo in due. Noi e il sicario sappiamo che allo sbattersi dei piatti partirà il colpo fatale per l’ambasciatore. Jo se ne accorge successivamente, vedendo la situazione.

“L’ho inquadrato perché quel musicista dall’aria ignara, permettendo inconsapevolmente il delitto, è indirettamente il vero assassino.”

Alfred Hitchcock

Insomma, il suonatore di piatti non sa che grazie a lui un uomo sta per essere ucciso e questo è terribilmente geniale da parte di Hitchcock.

Il conflitto interiore di McKenna

“Se avessi scelto Cary Grant per questo film, e non James Stewart, il personaggio non avrebbe mai avuto quella sincerità tranquilla che era necessaria. Al contrario sarebbe stato un film completamente diverso. In Cary Grant c’è più umorismo, in James Stewart più emozione.”

Alfred Hitchcock in “Il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut

È complicato immaginarsi questo film con protagonista Cary Grant. Avremmo avuto un Ben completamente diverso, come dice Hitchcock. Ma allora Stewart è stato scelto per dare qualcosa al personaggio, un qualcosa che lo rendesse unico e soprattutto, umano. Come Rupert Cadell (Nodo alla Gola), Jefferies (La finestra sul cortile) e poi John Scottie Ferguson (Vertigo).

Per rendere umano il protagonista di un film, devi dargli delle emozioni vere, devi renderlo tridimensionale. E cosa rende McKenna tridimensionale? Il suo conflitto interiore. Il suo sentirsi prima sconfitto e poi vincitore, la sua costante insicurezza celata, la voglia di proteggere la sua famiglia, le sue buone azioni. La paura di dover scegliere fra giusto e sbagliato, la confusione legata al proprio libero arbitrio.

Per questo Ben è un personaggio del tutto positivo: non ha niente che lo metta anche solo parzialmente in cattiva luce di fronte allo spettatore. È il classico personaggio con il quale possiamo empatizzare, perché creato ad hoc per essere l’eroe della storia in questione. Un eroe che ammette le proprie debolezze e fa squadra con sua moglie, la quale è capace di guidarlo e fargli quasi da Stella Polare. Un eroe dalla personalità semplice e dalla complessa missione, diviso fra cosa sia meglio per lui e cosa sia meglio per gli altri.

Non sottovalutiamo il parallelismo Hank/ambasciatore, dopotutto è il fulcro. A Ben interessa di Hank, di suo figlio, in primis. Ma si deve interessare anche dell’ambasciatore, poiché salvando lui salverà suo figlio. Un do ut des che è la storia stessa a dettare, un meccanismo che Ben, nella sua carriera di medico, probabilmente è abituato a vedere anche nelle piccole cose. Inoltre il bambino riesce a salvarsi e ritorna alle braccia della madre, così come l’ambasciatore viene restituito alla sua legittima patria.

Nella struttura del personaggio di Ben si trova, secondo me, la chiave di volta della filmografia hitchcockiana: l’universalità.

Hitchcock è stato un genio innovatore perché ha preso l’uomo di tutti i giorni e l’ha reso il McKenna resiliente. E al pubblico, a tutto il pubblico, questo arriva totalmente. La suddetta tridimensionalità dei personaggi ce li rende familiari.

A conti fatti, la vita di McKenna è fatta di scelte e anche di compromessi, ci dice Hitchcock.

Così come la nostra.

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