
L’uomo nel bosco
Titolo originale: Miséricorde
Anno: 2024
Nazione: Francia, Spagna, Portogallo
Genere: Commedia, Poliziesco, Drammatico
Casa di produzione: CG Cinéma, Scala Films, Arte France Cinéma, Andergraun Films, Rosa Filmes
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 102’
Regia: Alain Guiraudie
Sceneggiatura: Alain Guiraudie
Fotografia: Claire Mathon
Montaggio: Jean-Christophe Hym
Scenografia: Emmanuelle Duplay
Costumi: Khadija Zeggaï
Musiche: Marc Verdaguer
Attori: Félix Kysyl, Catherine Frot, Jean-Baptiste Durand, Jacques Develay, David Ayala, Serge Richard, Tatiana Spiv-Akova, Elio Lunetta, Sébastien Faglain, Salomé Lopes
Trailer di “L’uomo nel bosco”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
L’uomo nel bosco è l’ultima produzione del regista francese Alain Guiraudie, conosciuto per lavori come Lo sconosciuto del lago (2013) e L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice (2022).
La pellicola è stata presentata il 20 maggio la Festival di Cannes 2024 nella sezione Cannes Première. Hanno collaborato alla produzione CG Cinéma, Scala Films, Arte France Cinéma, Andergraun Films e Rosa Filmes.
L’uomo nel bosco, il cui titolo originale è Miséricorde, è stato distribuito in Francia da Film du Losange. In Italia, viene distribuito nei cinema dal 16 gennaio 2025 da Movies Inspired.
Trama di “L’uomo nel bosco”
In un ritorno nostalgico, che si trasforma presto in conflitto, Jérémie rientra alla tranquilla cittadina di Saint-Martial, in cui è cresciuto. Il rientro avviene per partecipare al funerale del vecchio panettiere, suo datore di lavoro durante gli anni della giovinezza. Qui, Martine, la vedova del defunto, lo accoglie calorosamente, mentre Vincent, il figlio del panettiere, è meno entusiasta. Si riaccendono vecchie rivalità, con un corpo a corpo tra i due giovani uomini che richiama le zuffe infantili.
La situazione si complica ulteriormente con l’ingresso in scena del parroco del paese e di un amico d’infanzia di Jérémie e Vincent. Questo intricato gioco di equilibri e poteri mette Jérémie al centro dell’attenzione e dei desideri di tutti. Le dinamiche si intensificano, mantenendo alta la tensione e il nuovo arrivato diviene il perno intorno al quale ruotano le vite degli altri personaggi.
Le passeggiate nel bosco, teoricamente alla ricerca di funghi, diventano il campo di battaglia dove si definisce la supremazia. In un crescendo di tensioni e confronti, la natura selvaggia della natura diventa il riflesso delle emozioni tumultuose dei protagonisti.
Un film che esplora le complessità delle relazioni umane attraverso una lente di nostalgia, conflitto e desiderio, offrendo una narrazione ricca di sfumature psicologiche.

Recensione di “L’uomo nel bosco”
Chi si aspetta di riconoscere in L’uomo nel bosco la classica mano di Alain Guiraudie avrà una sorpresa. Il regista francese ci ha abituato a una visione del mondo poco filtrata, non patinata e rasente una didascalia eccessiva che porta a evidenziare lo spirito umano proposto. Tutto ciò usando spesso l’eccesso rappresentativo, che però diventa distintivo del suo lavoro – basta ricordare le scene di sesso esplicito omosessuale in Lo sconosciuto del lago.
Una storia tra Pasolini e Vigo
L’autore transalpino va alla ricerca di un rinnovato neorealismo, ben consapevole dei limiti che ciò può comportare dal punto di vista della mera narratività e scavando, invece, negli anfratti psicoemotivi. C’è chi lo paragona a Chabrol – cosa che lo stesso Guiraudie rifugge – mentre è più affine a Pasolini, per la messa in luce degli aspetti umani più nascosti, e a Jean Vigo, nella sua ricerca del reale.
Per quanto riguarda i film noir, quelli di Hitchcock o Fritz Lang restano per me un riferimento costante. […] Spesso mi si parla di Chabrol, probabilmente per il mix tra oscurità e commedia. Ma in lui c’è spesso una vena canzonatoria, ironica, che mi mette a disagio. Io sono molto vicino ai miei personaggi. (Alain Guiraudie)
In questo caso intraprende ostinatamente il percorso che si è segnato, ma il risultato, questa volta, non è brillante. L’uomo nel bosco parte da un’ottima idea di base, il richiamo a Teorema (1968) di Pasolini è lampante, ma pecca di ingenuità su due aspetti che diventano fondamentali: la sceneggiatura e il cast.
Il regista francese ha preparato una storia in cui ci sono tanti non detti, troppi, che non vengono risolti. E se in altri film passati ciò poteva essere confluente al percorso del suo lavoro, basato sull’introspezione, in questo caso, invece, diventa un vuoto che non viene riempito neanche dalle interpretazioni.

Un cambio non supportato dalle scelte interpretative
Guiraudie pare trattenuto, come se risentisse del woke – nell’accezione dei conservatori del termine – e decidesse di cogliere l’occasione per un cambio stilistico. Una scelta non riuscita perché contornato da attori e interpretazioni, in questo caso, non a supporto di tale modalità. Félix Kysyl, l’attore protagonista che interpreta il giovane Jérémie, non ha il fascino di Terence Stamp e non riesce a giocare con le anime controverse del suo personaggio, rimanendo imbrigliato in una gabbia di troppe sfumature opache.
Stessa cosa vale per Catherine Frot, che porta in scena la vedova del panettiere del paese che si invaghisce del giovane. Una interpretazione algida sicuramente vincolata da scelte registiche che hanno il focus puntato su altro. Il prete di Jacques Develay riesce a evadere da questa limitazione stilistica portando una caratterizzazione a volte banale ma indubbiamente funzionale.
Il regista mette in mostra tutto il suo rigore tecnico: i long take iniziali, presi come dei point of view, ci fanno entrare direttamente in quel mondo bucolico. Il montaggio accompagna il climax drammatico e la fotografia è ben equilibrata. La quasi totale mancanza di musiche alimenta ancor di più il clima da dramma rendendo la pellicola fruibile.

In conclusione
Immagino che oggi uno spettatore dei miei film si aspetti alcune cose da me, abbia una vaga idea della direzione che prenderò. […] Ma desidero anche sorprendere, sorprendermi e rinnovarmi. Forse era arrivato il momento in cui il desiderio non trovasse più il suo compimento nel sesso. (Alain Guiraudie)
Alain Guiraudie rimane intrappolato nel suo stesso meccanismo, funzionale in altre pellicole ma meno in questa. Il suo limitarsi è evidente e si coglie appieno, arrivando a presentare una storia che poteva essere decisamente più efficace e d’impatto. Le allusioni sessuali sembrano barzellette per educande e gli approcci erotici, meno veritieri rispetto a quelli a cui ci ha abituato, diventano delle forzature. Il che non vuol dire che avrebbe dovuto osare con delle esplicitazioni sessuali, concordando con la sua idea, ma quanto meno rendere più seducenti i protagonisti.
Guiraudie ci accompagna per mano per i boschi, alla ricerca di una misericordia che nessuno dei suoi personaggi arriva a contemplare. La madre che è più attenta alla sua libido che alla scomparsa del figlio o le bugie di Jérémie che continuano a venire alla luce e che lasciano imperturbabili gli astanti sono solo alcuni dei fattori che innescano dei meccanismi che rimangono incompiuti. Non vi è misericordia, né richiesta né concessa, anche se ci si sforza di farla intravedere nelle rappresentazioni incompiute della vedova e del prete piuttosto che nella continua ricerca della sopravvivenza del giovane ospite.
Per me, la misericordia travalica la questione del perdono, rappresenta l’idea di empatia, di comprensione dell’altro al di là di qualsiasi morale. È uno slancio verso l’altro. È una parola un po’ antiquata, che oggi non si usa più tanto, ma si adatta perfettamente al film, al suo carattere senza tempo, e soprattutto a uno dei grandi personaggi della storia: il prete. (Alain Guiraudie)
Un’opera che cerca di avere un senso brechtiano ma che rimane incompiuta. È interessante come (anche) in questo caso la traduzione del titolo in italiano sia decisamente meno interessante rispetto al titolo originale – Misericordia sarebbe stato decisamente più calzante e in linea con la narrazione.
Note positive
- Ottima rappresentazione bucolica
- Lavoro introspettivo efficace
Note negative
- Mancanza di eros
- Forti limitazioni interpretative e narrative
- Titolo forviante
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| Sceneggiatura |
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SUMMARY
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2.6
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