Racconto di due stagioni (2023). Un film per cinefili

Recensione, trama e cast del film Racconto di due stagioni (2023), presentato a Cannes, per la regia del cineast turco Nuri Bilge Ceylan
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Trailer di Racconto di due stagioni

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Candidato alla Palma d’Oro al 76º Festival di Cannes, dove ha ottenuto il premio per la miglior interpretazione femminile alla protagonista Merve Dizdar, “Racconto di due stagioni” è un lungometraggio turco diretto da Nuri Bilge Ceylan, autore pluripremiato al Festival di Cannes. Ceylan ha ottenuto premi con “Uzak” (2002), “Le tre scimmie” (2008), “C’era una volta in Anatolia” (2011), “Il regno d’inverno – Winter Sleep” (2014) e infine proprio con “Racconto di due stagioni” (2023), dal titolo originale “Kuru otlar üstüne”, letteralmente “Sull’erba secca”, titolo maggiormente adatto alla pellicola rispetto alla scelta italiana del titolo, optata da Movies Inspired, che ha distribuito il lungometraggio nei cinema italiani dal 20 giugno 2024. Il film, candidato agli Oscar come miglior film straniero per la Turchia, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione: “In un villaggio dell’Anatolia, un insegnante aspetta invano il trasferimento a Istanbul: prigioniero di un potere invisibile ma onnipresente, imparerà a convivere con la delusione e, forse, l’amore. Il cinema di Ceylan parla come nessun altro di bene e male, di individuo e comunità, di verità e finzione, e lo fa con la voce del grande cinema d’autore.

Trama di Racconto di due stagioni

Samet, un insegnante d’arte, ritorna in un remoto villaggio dell’Anatolia per completare il suo quarto anno di servizio. Ad attenderlo in questo luogo ci sono solo un vasto panorama naturalistico innevato, la solitudine interiore, i suoi colleghi, come l’amico Kenan, con cui condivide l’appartamento, e i suoi alunni, in particolare la giovanissima Sevim, con cui ha un rapporto affettivo, tanto da farle dei piccoli regali. Samet spera con tutto sé stesso che quello sia il suo ultimo anno in quel luogo, nutrendo la speranza di ottenere un ricollocamento di cattedra a Istanbul, una città più vivace rispetto a questo piccolo paese innevato e abitato da pastori tradizionalisti dell’Anatolia orientale, dove tutto sembra immutabile e il progresso di pensiero sembra non arrivare mai. L’ultimo anno in questo villaggio, però, si dimostra ricco di eventi per Samet che, insieme all’amico Kenan, anche lui professore, si ritrova a fare i conti con un episodio alquanto sconvolgente: entrambi vengono accusati di atteggiamenti inappropriati nei confronti delle loro alunne. Nel frattempo, Samet e successivamente Kenan stringono un rapporto con Nuray, un’insegnante di inglese che è stata vittima, in passato, di un atto terroristico che le ha portato via una gamba.

Merve Dizdar in Racconto di due stagioni
Merve Dizdar in Racconto di due stagioni

Recensione di Racconto di due stagioni

Un film piuttosto particolare e interiore, che si sviluppa scena dopo scena senza far comprendere, soprattutto a un pubblico più generalista, il senso stesso della pellicola. Un senso che riusciamo a cogliere solo mettendo insieme i pezzettini del puzzle che il cineasta ci offre attraverso un racconto che si sviluppa in poco più di sette mesi di vita di un professore meschino come Samet, un’anima triste, irrequieta e priva di una moralità giusta e corretta, ma incline a ferire l’altro. Nel corso del lungometraggio seguiamo questo anti-eroe nella sua costante ricerca della propria identità e nella comprensione delle sue verità interiori e dei suoi bisogni più profondi. Una verità interiore che potrà rintracciare attraverso l’incontro-scontro, quasi violento, con la studentessa Sevim, dal fare civettuolo, che lo metterà di fronte a parecchie problematiche giudiziarie e interiori. Samet attua verso la sua studentessa atteggiamenti non idonei al suo ruolo, mosso da cattiveria, rabbia e profonda gelosia verso la ragazzina. Basti pensare al motivo per cui il professore non debba dare la lettera d’amore che la giovane Sevim aveva scritto e che le è stata sottratta dai docenti. Che docente è Samet se vuole tenere per sé una lettera d’amore di una bambina? Che persona è un uomo che si scaglia contro una bambina quando questa lo denuncia al preside per le eccessive attenzioni che le riserva? Difatti, perché Samet deve dare a quella bambina tutti quei regali? Che cosa vuole da Sevim? Questo rapporto muove gran parte della pellicola, rimanendo però avvolto da un sottile elemento di mistero, dove la sceneggiatura, volutamente, non chiarisce mai i modi di agire del docente prima e di Sevim poi, lasciando un’aura di mistero. Non è pienamente comprensibile il motivo del comportamento del nostro protagonista nei confronti della sua alunna: lui cosa voleva da lei? L’approvazione? E perché?

Secondo personaggio fondamentale per una sorta di semi-risveglio interiore di Samet è la professoressa Nuray, con cui andrà a costituire una sorta di triangolo amoroso insieme al suo amico Kenan, con cui convive. I tre formano una sorta di ménage à trois basato su sentimenti d’amicizia e d’amore, teso a ferire l’un l’altro, in un rapporto quasi controproducente per Kenan. Quest’ultimo è vittima sia degli atteggiamenti egoistici di Samet, che intende essere al centro della situazione facendo soffrire il suo stesso amico, sia di Nuray, una donna che sente la necessità di sentirsi nuovamente viva e attraente dopo aver perso una gamba in un attentato terroristico.

Se i personaggi di Samet e Nuray sono ben delineati a livello drammaturgico, la stessa cosa non accade per Kenan, un personaggio interessante ma non descritto in maniera tridimensionale. Traspare in lui un senso di vuoto interiore, dove la sua vita non sembra andare in nessuna direzione. Questi tre personaggi sono uniti tra di loro da una profonda solitudine interiore che li lega in un viaggio verso un senso alla loro vita e alla ricerca della felicità.

Se Kenan non è ben sviluppato, lo stesso non si può dire degli altri due personaggi, che vengono ben tratteggiati tridimensionalmente nella lunga scena piena di passione e tensione nella casa di Nuray, dove si sviluppa un profondo rapporto di scontro e incontro tra lei e Samet. Questa scena è orientata a farci comprendere profondamente i due personaggi e i loro punti di vista divergenti sulla questione politica e sociale turca e, in maniera più ampia, sulla condizione umana nel mondo. Vengono affrontate tematiche aspre inerenti al terrorismo e al senso di collettivismo, uguaglianza e individualismo.

La scena riguardante l’incontro-scontro tra questi due personaggi è uno dei momenti più interessanti della pellicola, dove la sceneggiatura riesce a toccare vette elevate nella scrittura dei dialoghi. I dialoghi, pieni di sfumature e verità, sono resi vividi dalle performance di Merve Dizdar e Deniz Celiloğlu, che riescono a trasmettere tutta l’introspezione e le sfumature caratteriali dei loro personaggi. Questa scena, oltre a essere fondamentale per la pellicola e per l’analisi dei due personaggi, si dimostra concettualmente profonda, toccando riflessioni importanti sul collettivismo e l’individualismo.

Se Nuray è orientata a politiche di sinistra, basate sulla cooperazione e sull’importanza delle associazioni, invitando le persone a unirsi per apportare un contributo collettivo al miglioramento del mondo al fine di raggiungere uguaglianza e libertà, anche usando la violenza, Samet è l’esatto opposto. Rinnega ogni forma di collettivismo a favore di un profondo individualismo, negando concetti come uguaglianza e libertà. Risulta un uomo menefreghista, egoista e quasi nichilista, non interessato alle questioni del mondo ma solo alla sua vita. Tuttavia, ciò che questa scena dichiara è la loro solitudine interiore, una profonda tristezza che li porta a cercare un contatto emotivo nell’altro, pur attuando modalità sbagliate e atte a ferire.

Indubbiamente, “Racconto di due stagioni” è un film alquanto profondo, pieno di sfumature riguardo ai personaggi, alla questione sociale mondiale e turca, e alla rappresentazione del mondo in cui i fatti si svolgono. Si dimostra un film destinato a un pubblico consapevole, amante dei cosiddetti film “festivalieri”. Non è un caso, infatti, che la pellicola sia stata apprezzata a Cannes. Il pubblico “normale” invece può faticare non poco a entrare all’interno della narrazione, che si sviluppa lentamente, dove il senso stesso della narrazione è prettamente concettuale piuttosto che emotivo ed empatico. Non è un caso, infatti, che difficilmente lo spettatore riuscirà a trovare una vera e propria empatia per il protagonista, un uomo alquanto egoista dal sapore di un anti-eroe, risultando un personaggio poco empatico e poco simpatico per lo spettatore, che probabilmente riuscirà a entrare in contatto più con Kenan e Nuray.

Asserire che la pellicola, della durata di tre ore e diciassette minuti, non sia ben fatta è errato, ma è assolutamente evidente dal modo in cui è stata realizzata che non sia per tutti e che un certo tipo di pubblico faticherà notevolmente a visionare questo lungometraggio. È un ottimo film a livello di sceneggiatura, di scrittura dei personaggi secondari (a eccezione di Kenan) e di dialoghi, ma non è un capolavoro cinematografico. Alcune parti potevano essere tagliate e omesse, come il momento della rottura della quarta parete che introduce la pellicola nel metacinematografico, una scena che non ha un senso narrativo all’interno dell’opera (almeno secondo il sottoscritto) e che doveva essere tagliata in fase di montaggio o, ancor meglio, in fase di sceneggiatura.

Un film prettamente realistico, anche per scelta registica, con lunghi piani sequenza e macchina da presa statica, che racconta spesso e volentieri i personaggi tramite totalini o campi medi, avrebbe dovuto evitare questa rottura della quarta parete, che introduce un linguaggio di finzione narrativa. Questa scelta e qualche scena eccessivamente ripetitiva risultano gli unici veri errori del film. Un film che si muove lentamente, con un ritmo molto statico e lento, permettendo di entrare con tranquillità nella narrazione, una tranquillità che può essere insopportabile per alcuni spettatori. Il ritmo lento e le numerose scene dialogiche servono però a condurci all’interno della quotidianità dell’Anatolia e di Samet, facendoci comprendere con calma (ripeto) il tema della vicenda, dove il pubblico non comprenderà immediatamente il messaggio del film, ma solo verso la fine, precisamente nell’ultima parte del film, se non perfino nel dialogo interiore del protagonista posto a fine pellicola.

Note di regia

Ciò che mi ha spinto a realizzare una narrazione attraverso le esperienze di un insegnante d’arte nel bel mezzo del suo servizio obbligatorio nella regione dell’Anatolia orientale è stata soprattutto l’idea che un tale argomento potesse offrire un ricco insieme di situazioni ed eventi atti a dare spazio a discussioni su concetti di base che, nel nostro Paese, si confrontano continuamente con le principali dicotomie, come il bene contro il male e l’individualismo contro il collettivismo. Attraverso questo insegnante d’arte, che da anni si consola con il sogno di essere trasferito a Istanbul, abbiamo cercato di porre l’accento sulle differenze tra il ruolo dell’ospite e quello dell’ospitante, gli effetti interiori dei sentimenti di alienazione, le ripercussioni psicologiche del senso di lontananza, di isolamento, di alienazione ed esclusione e le dinamiche del tessuto geografico, etnico o sociale che li circonda. Sebbene la possibilità di riconciliazione sia sempre possibile, i pregiudizi, l’innalzamento di muri, i traumi politici del passato e l’impulso a far pagare i propri errori a chi non c’entra, spingono le anime appassite verso l’isolamento. La fatica si avverte a ogni movimento e ogni voce che risuona fa eco al dolore, come tanti contraccolpi del “destino” che si abbatte su questa regione. Volevamo trasmettere il graduale declino della volontà personale dei funzionari e degli insegnanti inviati in giovane età in Oriente, dove spesso iniziano i loro incarichi con una spinta idealista, le discrepanze tra i sermoni in cattedra e la realtà quotidiana, il modo in cui gli ideali possono con il tempo trasformarsi in disillusioni, l’onere di trovarsi in un certo luogo. Quando si percepisce l’angoscia di una terra e di una natura, si sente il bisogno di rivalutare da zero i concetti di giusto, sbagliato, fallimento e innocenza. Nella cornice di una regione remota resa muta dagli imperativi storici, abbiamo cercato di trasmettere il sapore secco e insipido delle vicende sviluppate nel corso dei servizi obbligatori, l’immutabile insistenza del destino della professione di insegnante nel tirare avanti a stento, e il rapporto tra gli ideali alti e puri e la brutale spietatezza della dura realtà
Frame di Racconto di due stagioni
Frame di Racconto di due stagioni

In conclusione

“Racconto di due stagioni” è un film che si distingue per la sua profondità e complessità tematica, offrendo una rappresentazione introspeziva e drammatica dei suoi protagonisti principali. La pellicola, con la sua narrazione lenta e i suoi dialoghi intensi, è rivolta a un pubblico amante del cinema d’autore e consapevole, capace di apprezzare le sfumature dei personaggi e le riflessioni sociali e politiche proposte. Tuttavia, il ritmo statico e alcune scelte narrative discutibili possono rendere la visione impegnativa per uno spettatore più generalista. Nonostante queste criticità, il film rimane un’opera significativa, capace di stimolare una profonda riflessione sulle dinamiche umane e sociali.

Note positive

  • Profondità tematica: Il film esplora tematiche complesse e profonde, come la ricerca dell’identità, la moralità e la solitudine interiore, offrendo una riflessione intensa sulla condizione umana.
  • Caratterizzazione dei personaggi principali: I personaggi di Samet e Nuray sono ben delineati, con sfumature che emergono attraverso dialoghi ricchi e intensi, supportati da interpretazioni attoriali di alto livello.
  • Dialoghi ben scritti: La sceneggiatura è caratterizzata da dialoghi significativi e riflessivi, specialmente nella scena di confronto tra Samet e Nuray, che tocca questioni politiche e sociali rilevanti.

Note negative

  • Ritmo lento e statico: La narrazione procede lentamente, con lunghi piani sequenza che possono risultare pesanti per un pubblico meno paziente o abituato a film più dinamici.
  • Personaggi secondari poco sviluppati: Personaggi come Kenan non sono esplorati in maniera tridimensionale, lasciando alcune questioni e dinamiche poco approfondite.
  • Scelte narrative discutibili: Alcune scene, come la rottura della quarta parete, appaiono fuori luogo e potrebbero essere state omesse per mantenere una coerenza stilistica e narrativa.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 929

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