Saint Maud (2019): recensione e analisi dell’horror religioso di Rose Glass

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Saint Maud

Titolo originale: Saint Maud

Anno: 2019

Paese: Regno Unito

Genere: Horror

Produzione: Film4, British Film Institute

Distribuzione:  A24, Rakuten TV

Durata: 83 min

Regia: Rose Glass

Sceneggiatura: Rose Glass

Fotografia: Ben Fordesman

Montaggio: Mark Towns

Musiche: Adam Janota Bzowski

Attori:  Morfydd Clark, Jennifer Ehle, Lily Knight, Lily Frazer, Turlough Convery

Trailer ufficiale di Saint Maud di Rose Glass

Produzione inglese di Escape Plan Productions, Saint Maud è scritto e diretto da Rose Glass, alla sua opera prima. In passato la regista ha realizzato soltanto quattro cortometraggi e l’episodio Bath Time del TV movie A Moment of Horror. Il film è stato presentato in anteprima e ha collezionato molti premi al Fantastic Fest di Austin, al TIFF di Toronto, al BFI di Londra e al Fantastic Film Festival di Melbourne.

Trama di Saint Maud

Siamo a Dublino, Maud è una giovane infermiera solitaria che, dopo un incidente misterioso e traumatico si è da poco convertita al cristianesimo. Dopo aver lasciato il servizio sanitario nazionale, la ragazza ottiene un nuovo incarico come badante domestica per Amanda, una famosa ballerina e coreografa che si è ritirata in riva al mare per gli ultimi mesi della sua vita. Amanda si circonda di prove della sua vecchia gloria: poster dei suoi recital di danza, i suoi costumi, il trucco e ha un complicato rapporto con la bellezza, che vede svanire con l’aggravarsi del suo cancro. È nel bel mezzo di un’ultima avventura romantica con Carol, una giovane donna che ha incontrato online, le piace comandare e paga uomini e donne per fare sesso. L’asceta è preoccupata dal comportamento della sua paziente e poco a poco, in una sorta di delirio spirituale e autodistruttivo sviluppa un’idea fissa: salvare l’anima di quella donna impura.

Recensione di Saint Maud

Nel canone dei film horror religiosi si è da sempre esplorato il rapporto che l’essere umano instaura con la propria fede, utilizzando la figura del Diavolo come rappresentazione ultima del male. I capisaldi del genere come Rosemary Baby, L’esorcista e Il presagio sono stati spesso reinterpretati nel corso degli anni, scadendo come molte altre pellicole horror nel già visto e superato. I tempi però stanno cambiando e insieme alla società anche il panorama horror. Ho già parlato in passato delle nuove voci che stanno plasmando il genere e di come la riflessione non sia più basata sul male inteso come minaccia esterna, ma tende a una contemplazione delle nostre debolezze, dove il Diavolo e la morte stessa acquisiscono nuovi significati. In Saint Maud, il sofisticato lungometraggio d’esordio della regista Rose Glass, il divino non potrebbe essere più fisico, tanto straziante quanto orgasmico. Il film evoca l’angoscia di Hereditary, dove le convenzioni spirituali diventano un viaggio nella psiche alienata della protagonista e ci trasportano all’interno delle fratture sociali odierne.

Il film è molto vicino al punto di vista di Maud, interpretata da un incredibile Morfydd Clark. Vediamo gli eventi esclusivamente attraverso i suoi occhi e gli unici momenti di prospettiva esterna ci vengono concessi dai volti allarmati dei personaggi che la circondano. Questo rende la visione un’esperienza estremamente enigmatica e ci comunica fin da subito la natura della narrazione, interessata alle realtà esperienziali del suo personaggio e all’influenza che questa percezione ha sull’esterno. Nonostante questa soggettività, Maud è un personaggio estremamente complesso e caratterizzato con tale precisione da non lasciarsi mai sfuggire quale sarà la sua prossima mossa.

Viene affiancata da Amanda, una malata terminale determinata a godersi il tempo che le resta tra droghe, sesso e alcool. La natura delle due è posta agli estremi, non solo in termini comportamentali ma anche culturali: Maud è gallese, mentre Amanda ha origini americane e non sembra legata in nessun modo alla cittadina inglese in cui si svolge il film. Non è insignificante che Maud sia diventata cristiana in un paese ampiamente laico, e che Amanda non creda in nulla. Ognuna a modo suo ha rifiutato la comunità, la casa di Amanda è il suo corpo anche se destabilizzato, mentre la giovane Maud non vuole altro che trascendere il suo.

Non sprecare il dolore –  Analisi e spiegazione 

Il primo lungometraggio di Rose Glass, esplora con audacia la connessione tra fede e trauma. A livello superficiale, il film sembra un ammonimento sui pericoli del fanatismo religioso, ma in realtà nasconde un dualismo portato avanti fino all’incredibile finale. Da qui in avanti sono presenti spoiler, consiglio quindi di passare direttamente agli aspetti tecnici e di proseguire solo dopo la visione del film. Questo infatti è pieno di dettagli nascosti, easter eggs e un finale che ha scioccato e confuso la maggior parte del pubblico. Una delle chiavi principali di comprensione del declino psicologico di Maud è attraverso il rapporto instabile con la sua paziente Amanda, interpretata da Jennifer Ehle. Amanda dà a Maud il soprannome di “mia piccola salvatrice” e, sebbene il soprannome abbia un tono sardonico, questo è esattamente ciò che Maud intende essere. Tuttavia le cose prendono una brutta piega quando Amanda rivela non solo di non essere interessata alla religione di Maud, ma che il nomignolo da lei affidato era solo per compiacerla, svelando una sottile attrazione sessuale. Da quel momento in poi, Saint Maud diventa un film che racconta la dolorosa e fluttuante fede di Maud. Un momento sta maledicendo il nome di Dio dopo un’avventura di una notte, il prossimo sta praticando un intenso ascetismo (i chiodi attaccati nella parte inferiore delle calzature) per dimostrare la sua devozione.

Il retroscena sebbene mai completamente rivelato, indica un trauma intenso. La prima scena di Saint Maud vede infatti la nostra protagonista ricoperta di sangue in una stanza con un cadavere, più avanti vengono rivelati i dettagli sull’incidente: Maud presumibilmente ha avuto una sorta di esaurimento nervoso e ha ucciso accidentalmente un paziente nell’ospedale in cui lavorava. La ragazza ha anche segni sul suo corpo, e non solo quelli che derivano dall’autoflagellazione. Sul suo stomaco intravediamo quelle che sembrano smagliature acquisite dalla gravidanza, ma lei non ha un bambino. Questa caratteristica della sua vita viene affrontata solo una volta, ma un incidente postparto potrebbe benissimo aver aggiunto al trauma a cui sta rispondendo. Maud inoltre vede cose che nessun altro può vedere: vortici che si formano nei bicchieri di birra, le bocche delle persone che si aprono per indicare che sono possedute dal Diavolo e un’estasi fisica che la paralizza ogni volta che avverte la presenza di Dio.

Nel terzo atto finalmente sentiamo la voce di Dio parlare con lei, ma un dettaglio non indifferente è che quest’ultimo parla gallese, la stessa lingua di Maud. Da quel momento inizia un crescendo che ci porta alla scena finale, dove vediamo la ragazza camminare lungo la passerella della sua cittadina balneare, vestita con un mantello santo e con una bottiglia di acetone sotto il braccio. Sta in piedi sulla spiaggia, si bagna nel recinto e si accende in fiamme. Il film decide di spezzare la narrazione, raffigurando prima una visione angelica di Maud (presumibilmente dettata dalla sua immaginazione) per poi tagliare bruscamente a un’immagine molto più realistica di lei che urla tra le fiamme. Comprendendo anche gli aspetti del passato di Maud, ha senso che il cristianesimo serva da veicolo per elaborare i suoi sentimenti. In effetti, molte volte durante il film ci viene ricordato che è una conversione molto recente, ma la sua fede ritrovata diventa una profezia negativa che si autoavvera. Il cristianesimo diventa metafora per l’alienazione personale e la sofferenza, raccontando delle strade sbagliate che si percorrono per superare un trauma.

Aspetti tecnici e valutazioni

Saint Maud è in definitiva uno di quei film che di questi tempi merita la visione in una sala cinematografica, con gli inquietanti suoni diegetici, le immagini allucinogene e un ritmo coinvolgente. Il tutto si svolge in 84 minuti incredibilmente serrati e metà del fascino risiede nell’ammirare la destrezza apparentemente senza sforzo che la regista Glass ha con il tono e le immagini. Riesce a rendere omaggio ai classici del body horror come Repulsion e all’orrore dell’isolamento soggettivo di Bergman, creando però qualcosa di completamente nuovo. Sono state fatte delle scelte eccezionali tra cast e location, che arricchiscono il film di un atmosfera cupa e inquietante. Questo è un debutto che annuncia con incredibile forza l’arrivo di una nuova voce nell’horror.

Note Positive

  • La regia di debutto di Rose Glass
  • Ritmo narrativo serrato e coinvolgente
  • L’interpretazione di Morfydd Clark
  • Location, editing e sound perfettamente in equilibrio con il tono scelto

Note Negative

  • Nessuna in particolare

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