Hulk (2003): Psicanalisi della rabbia

Hulk (2003): Psicanalisi della rabbia 1

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Hulk

Anno: 2003

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Fantascienza / Drammatico / Azione

Casa di produzione: Universal Pictures, Marvel Studios, Valhalla Motion Pictures

Prodotto da: Avi Arad, Larry J. Franco, Gale Anne Hurd, James Schamus

Durata: 2 hr 18 min (138 min)

Regia: Ang Lee

Sceneggiatura: John Turman, Michael France, James Schamus

Montaggio: Tim Squyres

Fotografia: Frederick Elmes

Musiche: Danny Elfman

Attori: Eric Bana, Jennifer Connelly. Nick Nolte, Sam Elliott, Josh Lucas

A causa dell’insuccesso del film, non venne realizzato nessun seguito basato su questa saga ma si optò per andare a crearne un reboot, intitolato L’incredibile Hulk, che farà parte del canone ufficiale della Marvel Studios.

Trama di Hulk

Ciò che mi spaventa di più è che quando mi succede, quando mi sento sopraffatto e perdo completamente il controllo. Mi piace.

CIT. BRUCE BANNER (ERIC BANA)

Bruce Banner (Eric Bana) è il figlio di un ingegnere genetico il cui DNA è stato sottoposto a manipolazioni sperimentali fin dalla gestazione. Una volta cresciuto, l’uomo intraprende la stessa professione del padre, ma al contempo scopre di avere seri problemi nella gestione della rabbia. Un incidente di laboratorio scatenerà il mostro verde che vive in lui, trasformandolo nell’essere più potente del mondo e in un potenziale pericolo per l’ex fidanzata Betty (Jennifer Connelly).

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Eric Bana in Hulk

Recensione di Hulk

È stato come un sogno. Un sogno di rabbia… di potere… e di libertà.

CIT. BRUCE BANNER (ERIC BANA)

In un periodo in cui l’operazione del cinecomic supereroistico ancora non era dettata dalle esclusive esigenze industriali di Hollywood, numerosi cineasti dallo stile personale hanno asservito le proprie idee filmiche al ricco mondo delle trasposizioni fumettistiche. Reduce dal successo di La tigre e il dragone, il poliedrico regista cinese Ang Lee si è accodato ai colleghi con una mega-produzione lontanissima da qualsiasi concezione di blockbuster odierno, dal taglio intimista (anticipatore, se vogliamo, del lavoro di Christopher Nolan su Batman) e forte di una libertà creativa sfruttata al massimo delle sue potenzialità: Hulk.

Principalmente associato a epopee in costume e drammi sentimentali, Lee ha adottato per l’occasione uno stile artificioso ma estremamente elegante, che abbonda di tinte verdi e split-screen per ricreare su schermo l’idea delle vignette di un albo a fumetti (scelta che in un primo momento può disorientare, ma a cui ci si abitua abbastanza velocemente). Il lavoro sul montaggio si fa garante di ulteriori qualità, con l’uso visionario di transizioni e dissolvenze particolari a fare da collante alle sequenze e a donare un ritmo lento ma sostenuto a una narrazione incentrata perlopiù sul dialogo.

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Nick Nolte in una scena di Hulk

Avrei dovuto capire fin dal concepimento di non averle dato un figlio, ma qualcos’altro. Un mostro, forse. Avrei dovuto farla abortire… ma ero curioso, e quella curiosità è stata la mia rovina. Mentre guardavo quella minuscola forma di vita dispiegarsi, ho cominciato a immaginarne l’orrore, e la mia curiosità ha lasciato il posto alla compassione. 

CIT. DAVID BANNER (NICK NOLTE)

A questo punto non si può non parlare dell’ottima sceneggiatura di John Turman, Michael France e James Schamus, ispirata a ben quarant’anni di vita editoriale del gigante verde. La deriva filosofico/psicanalitica della pellicola concentra il focus sui pericoli del trauma e sull’importanza delle relazioni interpersonali uomo-donna o padre-figlio, preferendo che sia il talento degli interpreti (in primis lo strabordante Nick Nolte) e la finezza dei dialoghi a veicolare i grandi temi esistenziali piuttosto che le scene d’azione. La presenza di Hulk viene fatta sospirare per quasi un’ora attraverso i dibattimenti interiori, i personaggi vengono lasciati liberi di fronteggiare i propri demoni nel modo più introspettivo possibile, salvo limitare la componente action all’atto finale, dove tutti i nodi vengono al pettine e le ancestrali pulsioni rabbiose prendono il sopravvento.

Realizzato in mo-cap dalla Industrial Light & Magic di George Lucas, il gigante verde è una creatura selvaggia ed espressiva, forse un po’ posticcia ma ben calata nel contesto filmico. Il resto della riuscita del film si deve alla bella colonna sonora di Danny Elfman, che ben sottolinea l’intimismo drammatico delle scene, e al lavoro registico di Lee, garante di almeno tre sequenze memorabili e piene di vera tensione (l’esperimento fallito, la lotta con i cani, l’immersiva resa dei conti finale). Criticato da un po’ tutti quelli che si aspettavano esclusivamente botte da orbi, Hulk è una storia altresì in grado di regalare emozioni reali per circa due ore e venti, che saprà esaltare chi nel cinema cerca il connubio perfetto tra forma e sostanza.

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Jennifer Connelly in Hulk

NOTE POSITIVE

  • Il taglio intimista.
  • Regia e montaggio creativi.
  • Talento recitativo.
  • Musiche.

NOTE NEGATIVE

  • Mo-cap del gigante verde un po’ troppo posticcia.

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