Semina il vento (2020): ideologie che avvelenano l’anima

Semina il vento (2020): ideologie che avvelenano l’anima 1

Semina il vento

Titolo originale: Semina Il Vento

Anno: 2020

Paese:  Italia, Francia, Grecia

Genere: Drammatico

Produzione: Graal Films, JBA Production, Okta Film

Distribuzione: I Wonder Pictures

Durata: 91 min

Regia: Danilo Caputo

Sceneggiatura: Danilo Caputo, Milena Magnani

Fotografia: Christos Karamanis

Montaggio: Sylvie Gadmer

Musiche: Valerio Camporini

Attori: Yile Vianello, Feliciana Sibilano, Caterina Valente, Espedito Chionna

Trailer ufficiale di Semina il vento

Presentato alla Berlinale 2020 a Panorama, in gara fuori concorso al Bifest e in programmazione al festival in streaming I luoghi dell’anima su Mymovies, Semina il vento è il secondo lungometraggio di Daniele Caputo. Tarantino, classe 1984, il regista si è fatto conoscere con il suo primo lungometraggio La mezza stagione, presentato in anteprima italiana al Festival del Cinema Europeo di Lecce.

Trama di Semina il vento

Nica (Yile Yara Vianello) studia agronomia lontano da casa e dopo anni di assenza decide di tornare in Puglia, nel paesino natale ai piedi dell’Ilva. Lì trova un padre sommerso dai debiti, una terra inquinata e gli ulivi devastati da un parassita blu (Liothrips olea). Alberi antichi, secolari, come gli ulivi sono in pericolo in una terra che raccoglie disinteresse, maltrattamenti, rifiuti tossici e corruzione. Sembrano tutti arresi davanti alla vastità del disastro ecologico e suo padre aspetta solo di poter abbattere l’uliveto di famiglia per pura speculazione economica. La malattia degli alberi però, è sintomo di qualcosa di più grave. In uno scenario di rassegnazione e passiva accettazione, Nica si fa forte di uno spirito battagliero ereditato dalla nonna, lottando con tutte le sue forze per salvare gli ulivi. Ma l’inquinamento ormai è anche e soprattutto nella testa della gente e lei si troverà a dover affrontare le conseguenze della passività collettiva del suo paese.

Recensione di Semina il vento

Sin dai primi fotogrammi di Semina il vento, si avverte la necessità di raccontare una realtà di provincia, con uno sguardo sempre rivolto alla natura e al naturale sentimento contraddittorio con i luoghi della crescita. Osserviamo in soggettiva i sentimenti della protagonista, il suo rapporto di profonda connessione con la natura e lo stato contemplativo che questo amore comporta. Le tematiche affrontate hanno un forte eco di attualità: c’è lo scontro generazionale, la ribellione attiva di Nica contro la passività dei genitori, arresi al disastro ambientale in nome del progresso economico. C’è l’inquinamento, affrontato visivamente mettendo in contrasto gli alberi secolari d’ulivo e gli scenari industriali del tarantino. Onnipresente è il parassita, che diventa metafora chiave del film. Non solo finzione filmica, il film è apertamente ispirato dal virus killer che ha sterminato quantità irrecuperabili di olivi secolari in Puglia, estendendo il dramma ambientale a metafora sociale e antropologica.

In Semina il vento, il calvario del singolo diventa collettivo, mostrando come l’individuo può influenzare e ispirare le persone intorno a sé, indicando una strada diversa da quella percorsa finora. Complice l’attrice protagonista è difficile non sentire l’eco di Corpo Celeste di Alice Rohrwacher e l’influenza del cinema della luce di Naomi Kawase. C’è una sorta di magia ascetica che pervade la narrazione, con le conversazioni dominate da lunghi silenzi e il suono forte e ancestrale degli alberi, con il rumore lieve e prolungato di foglie mosse dal vento. Il secondo lungometraggio di Caputo non è un film di risposte, ma di rivelazioni che trovano spazio in chi sa ascoltare oltre il brusio. C’è ancora una speranza riposta nelle giovani generazioni, che si trovano a combattere in una terra “avvelenata” da parassiti ideologici e sociali.

Dal punto di vista tecnico c’è un’orchestrazione audiovisiva che trasforma l’elemento sonoro in uno strumento necessario alla narrazione. Grazie a un ottimo lavoro di sound design, visivo e sonoro si completano rimanendo in equilibrio per tutta la durata del film. La sceneggiatura è lineare nella sua progressione e mescola sapientemente il dramma sociale alla narrativa di formazione, enfatizzando l’attenzione sulla rivoluzione morale di Nica. I dialoghi mancano di naturalezza in diversi punti e si traducono in una messinscena a tratti forzata e acerba. Il personaggio dell’amica storica di Nica interpretato da Feliciana Sibilano rimane il più convincente e si fa riflesso della gioventù italiana, schiava di quella mentalità divisoria tra “morire di fame o morire di tumore”, che rappresenta la crisi spirituale e sociale odierna. Dal punto di vista registico, alcune scelte stilistiche risultano ripetitive e non coerenti al genere narrativo scelto, traducendosi poi in una ridondanza di metafore e allegorie. Nonostante queste imprecisioni, Semina il vento riesce con delicatezza a incorniciare delle realtà molto vicine, trasportando lo spettatore in quel sistema complesso che ci vuole vittime o carnefici, schiavi d’ideologie contrarie all’animo umano in nome di una distruzione mascherata dal progresso. 

Note positive

  • Sceneggiatura lineare nella sua progressione
  • Un perfetto lavoro di sound design che arricchisce la narrazione
  • La fotografia di Christos Karamanis
  • Tematica attuale che racconta il dramma ambientale e le sue conseguenze

Note negative

  • Dialoghi a tratti poco naturali
  • Scelte registiche non sempre coerenti con il genere narrativo scelto ed eccessivamente allegoriche

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