The Missing Boys (2023). La new wave italiana degli anni ‘70 – ’80

Recensione, trama e cast di The Missing Boys (2023), un documentario che esplora la nascita e l’evoluzione della scena new wave cagliaritana tra gli anni ’70 e ’80

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Trailer di “The Missing Boys”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Davide Catinari è un autore poliedrico, musicista e regista, laureato in Scienze Politiche con una tesi di laurea che includeva un documentario a tema storico realizzato in collaborazione con l’Istituto Luce. È direttore artistico di Vox Day, una struttura dedicata alla produzione di progetti culturali multimediali, eventi musicali e rassegne tematiche. Inoltre, è fondatore e responsabile del progetto musicale Dorian Gray, con cui ha pubblicato sette album e ottenuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio Lunezia nel 1999, su segnalazione di Fernanda Pivano, e il PIMI – Premio Italiano per la Musica, assegnato al MEI di Faenza nel 2009.

Con Dorian Gray, ha intrapreso un’intensa attività live, esibendosi in centinaia di concerti tra Italia ed estero, con tappe in città come Londra, Berlino, Amburgo, Toronto e Città del Messico. Nel 1992 ha inoltre portato la sua musica in Cina con un tour pionieristico. Figura di riferimento nella scena musicale indipendente italiana, è tra i protagonisti del libro Indypendenti d’Italia (Zona Editrice, 2007), accanto a Moni Ovadia, Federico Guglielmi e Stefano Senardi.

Nel 2012 ha lanciato GolemInLove, un progetto musicale in lingua inglese pensato per il mercato internazionale, e ha composto le colonne sonore dei film Berlin Junction (2013) di Xavier Agudo e The Birthday (2014) di Daniela Lucato. Ha ideato inoltre Sound and Vision, un format performativo che unisce musica e immagini, ispirato al mondo del fumetto. Tra il 2016 e il 2018 ha collaborato con Blaine L. Reininger, fondatore dei Tuxedomoon, organizzando un tour italiano di otto date e coinvolgendolo nel brano Quasar, incluso nel vinile Moonage Mantra (2017).

Scrive di musica per Linus e, dal 2017, porta in scena il reading teatrale Periferie dell’Infinito, di cui è autore e regista. Nel maggio 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, White Light, edito da Camena Edizioni.

Nel 2023, con il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission, ha diretto il docufilm The Missing Boys, presentato in anteprima mondiale al Glendale International Film Festival (USA) il 29 settembre 2023. Il film è stato candidato tra i 15 semifinalisti agli Scandinavian International Film Awards nella categoria “Miglior documentario” e ha ottenuto importanti riconoscimenti: Best Documentary Feature al New York Independent Cinema Awards (giugno 2024) e Best Documentary Short ai Cannes Independent Shorts (ottobre 2024).

In Italia, The Missing Boys ha ricevuto una calorosa accoglienza a Bologna all’interno di Visioni Italiane, per poi intraprendere un tour di distribuzione nei cinema italiani grazie alla casa di distribuzione Lo Scrittoio. La prima tappa si è tenuta a Milano, mercoledì 19 febbraio 2025, presso il Cinema Anteo, alla presenza di Mauro “Joe” Giovanardi dei La Crus. Successivamente, il film è stato proiettato in altre città, tra cui Torino, Pisa e Padova, con la partecipazione in sala di numerosi protagonisti della scena musicale italiana, tra cui Madaski e Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

Trama di “The Missing Boys”

Un viaggio tra passato e presente, alla ricerca di un’identità musicale e generazionale. Attraverso immagini e memorie, il film esplora la nascita di una scena indipendente, intrecciando la rivoluzione punk con la fine degli anni ’80.

Il protagonista, un giovane sospeso tra sogno e realtà, ripercorre le radici del suo presente in un itinerario invisibile fatto di musica, luoghi ed emozioni. Ne emerge un diario collettivo che racconta la vitalità della provincia italiana e il diffuso desiderio di cambiamento, un sentimento capace di trascendere i confini geografici e restituire il ritratto di un’epoca che continua a vivere, mantenendo intatto il fascino di un mito ancora pulsante.

Al centro della narrazione c’è l’urgenza di raccontare una scena musicale dimenticata, un movimento sotterraneo che, oltre quarant’anni fa, dalle grandi metropoli londinesi ed europee si diffuse fino alle province più remote d’Italia. Dalla Sardegna – con Cagliari e Sassari come poli principali – fino ai palchi di tutto il mondo, un’ondata di giovani band si fece strada, rompendo l’isolamento culturale dell’isola per connettersi a una rivoluzione globale.

Massimo Antonucci in The Missing Boys (2023)
Massimo Antonucci in The Missing Boys (2023)

Recensione di “The Missing Boys”

The Missing Boys rappresenta la ricostruzione cinematografica di una stagione storica estremamente importante, caratterizzata da uno spartiacque generazionale che ha prodotto mutamenti tali da generare l’emergere di nuovi modelli antropologici – sociali, culturali ed estetici – destinati a trasformare la percezione del mondo contemporaneo. Gli scenari e i luoghi proposti nel film costituiscono una chiave di lettura che rimanda al concetto portante del progetto: tracciare un percorso che parta dal basso per arrivare a definire i passaggi obbligati della genesi di un movimento spontaneo, generato dall’urgenza espressiva e dalla necessità di produrre un cambiamento atteso e irreversibile. Il filo invisibile che intreccia la narrazione ad ambienti seminascosti o scarsamente illuminati, come sotterranei, tunnel, cripte, viali, vicoli, tunnel, scalinate, esprime la natura seminale di una rivoluzione individuale ancora prima che collettiva, capace di riconoscersi attraverso tratti comuni come musica, estetica, visione della vita invece che attraverso la condivisione di una stessa ideologia.

Note di regia

Il cineasta e musicista Davide Catinari, con il suo documentario The Missing Boys, esamina la decade storica compresa tra il 1979 e il 1989 per raccontare la nascita e l’evoluzione di una scena underground atipica e dimenticata del panorama musicale italiano. In quegli anni, una nuova generazione di giovani musicisti abbracciò l’onda rivoluzionaria della new wave anglosassone e americana, portando una ventata d’aria fresca nella musica italiana.

Il linguaggio di rottura del punk, con le sue regole e il suo spirito in antitesi rispetto al mondo artistico degli anni ’60, si mescolò con prepotenza all’elettronica e al synth pop, dando vita a un genere innovativo e dirompente, almeno rispetto al mainstream italiano dell’epoca. Quest’ultimo era dominato dalla musica popolare all’italiana, caratterizzata da testi poetici e romantici, sonorità morbide e melodia del bel canto. La new wave italiana, invece, si impose come il suo opposto: suoni graffianti e ruvidi, quasi spartani e sporchi, accompagnati da un canto che si distaccava nettamente dalla tradizione, sia nel linguaggio testuale che nei timbri vocali.

La new wave nella scena musicale italiana si configura come un viaggio tra affinità e divergenze, in cui il punk rappresenta solo il punto di partenza di un’evoluzione sonora complessa, oscillante tra ricerca, avanguardia e provocazione. Questo nuovo modo di concepire la musica, nato nelle province italiane e trovando un terreno particolarmente fertile a Cagliari, ha avuto un impatto culturale significativo dagli anni ’70 alla fine degli anni ’80, diventando un elemento rivoluzionario nella produzione e nella distribuzione musicale.

Proprio in queste piccole realtà, in lotta contro il sistema mainstream della distribuzione radiofonica e televisiva, nascono le prime radio libere locali, che si affermano come nuovi canali di diffusione della musica punk e new wave. Grazie a esse, i giovani di quella generazione possono finalmente ascoltare da casa sonorità e linguaggi espressivi lontani dai circuiti tradizionali. Accanto alle radio libere, prendono vita anche le prime emittenti televisive indipendenti, che iniziano a trasmettere videoclip 24 ore su 24, introducendo un linguaggio visivo fino ad allora inesplorato nella musica italiana. Questo fenomeno segna una svolta nell’industria musicale del paese. Sebbene oggi siano in gran parte dimenticati dalla cultura popolare, i giovani della new wave – pur non inventando nulla di radicalmente nuovo e traendo ispirazione dalla scena londinese ed europea – hanno trasformato profondamente il modo di fare e concepire la musica in Italia, lasciando un’impronta indelebile a livello concettuale.

Attraverso immagini d’archivio evocative della scena musicale cagliaritana e interviste ai protagonisti che hanno vissuto in prima persona quel fermento culturale, The Missing Boys tenta di ripercorrere la parabola della new wave italiana. Il documentario restituisce il ritratto di una gioventù animata da un irrefrenabile desiderio di cambiamento, non solo interiore ma anche culturale, ponendo l’attenzione su un percorso musicale e umano che dimostra come il bisogno di espressione possa superare ogni confine geografico. Anche nei luoghi più periferici, infatti, la creatività ha trovato terreno fertile: giovani nati e cresciuti a Cagliari e Sassari sono riusciti a calcare i grandi palchi delle capitali italiane, senza finanziamenti statali, senza produttori e spesso senza risorse economiche, spinti unicamente da una passione viscerale per la musica, lontana da ogni logica di successo a tutti i costi.

In questo senso, The Missing Boys si configura come un racconto capace di restituire il fermento di un’epoca in cui sperimentazione sonora e voglia di ribellione ridefinivano i confini dell’arte e della musica. Tuttavia, nonostante l’evidente passione del regista, il film fatica a offrire una panoramica esaustiva di questa scena musicale, cadendo a tratti in una narrazione frammentaria. Se il senso di ribellione, rivoluzione e la tensione culturale di quella generazione emergono chiaramente, lo spettatore, non conoscitore di questo panorama musicale, potrebbe trovare difficoltà nel comprendere la genesi e l’evoluzione storica di questa corrente artistica. Possiamo quasi asserire, che il documentario cerca di trasmetterne l’essenza del new wave, tralasciando (erroneamente) di raccontarne l’origine, rinunciando nel donare alla film documentaristico una struttura minimamente cronologica. Senza dubbio, la breve durata della pellicola – appena 50 minuti – non aiuta il cineasta ad approfondire adeguatamente la storia della new wave italiana, né a soffermarsi su quelle band che hanno reso grande il movimento: dai Demode ai Physique du Role, fino ai Polarphoto e ai Rosa Delle Ceneri, senza dimenticare i Cult of Destiny e i Crepesuzette. Lo spettatore può udire alcune pezzi delle loro canzoni, ma sarebbe stato interessante effettuare un approfondimento maggiore su alcune di questa band musicali.

A livello sceneggiativo e registico, il film adotta una struttura narrativa parallela e incrociata, intrecciando due linee temporali distinte ma complementari. Da un lato, il passato prende forma attraverso materiali d’archivio e interviste (girate appositamente per il documentario), che ricostruiscono la rivoluzione sonora di una generazione e mettono in luce il fermento culturale che ha attraversato la provincia italiana, con le sue connessioni al panorama musicale internazionale. Dall’altro, il presente si fa eco di quel movimento attraverso una costruzione visiva incentrata sulla figura di un enigmatico “ragazzo scomparso”. Questo personaggio viene raccontato mediante scene girate in bianco e nero – in contrasto con il colore utilizzato per le sequenze dedicate al passato – mentre cammina per le vie di Cagliari, ripercorrendo i luoghi simbolo della scena new wave. Il suo pensiero si manifesta attraverso una voce fuori campo, quasi a voler stabilire un legame ideale tra ieri e oggi.

Tuttavia, questa narrazione legata al “ragazzo scomparso” non sempre risulta coinvolgente e, al pari della parte documentaria incentrata sulla storia musicale underground di Cagliari, avrebbe meritato una maggiore tridimensionalità. Una scelta più incisiva sarebbe potuta essere quella di trasformare il personaggio in una sorta di cicerone di questa evoluzione musicale, accompagnando lo spettatore in un viaggio più consapevole tra le radici e l’eredità della scena new wave. Tuttavia, il film non sfrutta appieno questa possibilità, lasciando la figura del protagonista in una dimensione più simbolica che realmente funzionale alla narrazione.

Il “ragazzo scomparso” all’interno della pellicola emerge, difatti, come una figura metaforica, incarnando l’anima di una generazione sospesa tra sogno e realtà. Più che un individuo concreto, il personaggio assume una dimensione quasi mitologica, rappresentando coloro che hanno vissuto quella stagione musicale con un’intensità tale da restarne imprigionati, come in un’eterna giovinezza artistica. Attraverso la sua storia, evocata da frammenti di ricordi, suoni e immagini, il film riflette sul senso del tempo, sulla persistenza delle passioni e sull’eredità culturale di un movimento che, pur avendo avuto origine decenni fa e venendo poi dimenticato dalla cultura di massa, ha segnato profondamente il modo di fare e concepire la musica in Italia.

In questo senso, il film non si limita a raccontare una storia, ma diventa esso stesso una testimonianza, un atto di resistenza contro l’oblio, un ponte tra generazioni che condividono la stessa esigenza di esprimersi attraverso la musica.

Fotogramma di The Missing Boys (2023)
Fotogramma di The Missing Boys (2023)

In conclusione

The Missing Boys è un documentario che tenta di riportare alla luce una scena musicale italiana spesso dimenticata, esplorando il fermento culturale e sonoro della new wave cagliaritana tra gli anni ’70 e ’80. Davide Catinari costruisce un’opera che, pur con alcune lacune strutturali, riesce a trasmettere la passione e l’energia di un movimento che ha sfidato le convenzioni musicali del tempo. Attraverso immagini d’archivio e interviste, il film restituisce il senso di ribellione e sperimentazione di una generazione, anche se la sua narrazione frammentaria e la brevità della durata limitano la completezza del racconto. La pellicola sarebbe stato più interessante se ci fosse concentrata solo sul racconto della new wave cagliaritana e sui gruppi che hanno caratterizzato questa scena.

Note positive

  • Valorizzazione di un fenomeno dimenticato: Il documentario porta alla luce una scena musicale poco esplorata, restituendo dignità a un movimento underground importante.
  • Buon utilizzo di materiali d’archivio: Le immagini e le interviste offrono uno spaccato autentico dell’epoca, immergendo lo spettatore nell’atmosfera della new wave italiana.

Note negative

  • Narrazione frammentaria: La mancanza di una struttura cronologica chiara può rendere difficile la comprensione dell’evoluzione della new wave italiana.
  • Durata troppo breve: Con soli 50 minuti a disposizione, molti aspetti del fenomeno risultano appena accennati, lasciando lo spettatore con più domande che risposte.
  • Superficialità nell’analisi storica: Il documentario accenna all’importanza di alcuni gruppi musicali senza approfondire adeguatamente il loro ruolo.
Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Emozioni
SUMMARY
3.2
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.