The Walking Dead: Dead City – Prima stagione (2023). La moralità all’epoca dell’apocalisse zombie

Recensione, trama e cast della prima stagione di The Walking Dead: Dead City (2023), lo spin-off con protagonisti Negan e Maggie

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The Walking Dead: Dead City – Stagione 1, Episodio 2 (2023) – Jeffrey Dean Morgan nel ruolo di Negan, Lauren Cohan nel ruolo di Maggie Rhee – Fotografia: Peter Kramer – © 2022 AMC Film Holdings LLC. All Rights Reserved
The Walking Dead: Dead City – Stagione 1, Episodio 2 (2023) – Jeffrey Dean Morgan nel ruolo di Negan, Lauren Cohan nel ruolo di Maggie Rhee – Fotografia: Peter Kramer – © 2022 AMC Film Holdings LLC. All Rights Reserved

Trailer di “The Walking Dead: Dead City”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

La fine di The Walking Dead — la serie che ha rivoluzionato il panorama seriale del genere zombie — non ha coinciso con la conclusione delle vicende drammaturgiche legate ai personaggi più amati. Molti di loro sono stati traslati in spin-off interconnessi alla serie madre, a partire da Maggie e Negan, due tra le figure più iconiche dell’intero franchise. Personaggi che, nel corso delle stagioni, hanno conquistato un numero crescente di fan, desiderosi di approfondire la loro storia e, soprattutto, il legame personale, complesso e sfaccettato, nato dopo la tragica morte di Glenn Rhee, ucciso da Negan all’inizio della settima stagione.

Non è dunque un caso che il primo spin-off di TWD sia stato incentrato proprio su Maggie e Negan, dando vita a The Walking Dead: Dead City — un prodotto che, senza dubbio, ha trovato un pubblico pronto ad accoglierlo. Una scelta produttiva azzeccata, confermata dai numeri della première: la prima puntata ha raggiunto la posizione n.1 come debutto di stagione più visto nella storia di AMC+, con 2 milioni di spettatori totali, inclusi 768.000 adulti tra i 25 e i 54 anni e 573.000 tra i 18 e i 49, secondo i dati Nielsen Live+3. La trasmissione delle 21:00 su AMC ha totalizzato 972.000 spettatori, superando titoli come Mayfair Witches, The Last of Us e 1883.

La prima stagione, composta da sei episodi e guidata da Eli Jorné (già sceneggiatore di The Walking Dead), è andata in onda negli Stati Uniti su AMC+ dal 18 giugno al 23 luglio 2023, con cadenza settimanale. In Italia, invece, i fan hanno dovuto attendere: la serie è arrivata su Sky e Now dal 14 al 28 luglio 2025, e successivamente dal 4 luglio arriverà in Italia anche la seconda stagione. Dead City è l’ultimo spin-off del franchise ad approdare nel nostro Paese, dopo The Ones Who Live, con protagonisti Rick e Michonne, e Daryl Dixon, incentrato sull’omonimo personaggio e su Carol Peletier (a partire dalla seconda stagione)

Trama di “The Walking Dead: Dead City”

Dopo il trasferimento di Hilltop nel Nord-est degli Stati Uniti, Maggie Greene si trova ad affrontare una nuova sfida: suo figlio Hershel viene rapito da un vecchio nemico, il Croato, ex membro dei Salvatori, ora insediato in una Manhattan post-apocalittica. Decisa a salvarlo, Maggie è costretta a rintracciare Negan Smith, l’uomo che ha ucciso suo marito Glenn, con cui condivide un passato di dolore e rancore. Negan, dal canto suo, è braccato dai marshal di New Babylon, guidati da Perlie Armstrong, che lo vogliono giustiziare per l’omicidio di un magistrato e di cinque uomini. Per questo motivo pende una taglia sulla sua testa. L’uomo si trova in compagnia della giovane Ginny, una bambina che si rifiuta di parlare, quando Maggie li raggiunge. Per salvare Hershel, Maggie stringe un accordo: offrirà protezione a Ginny, trasferendola nella nuova Hilltop, in cambio dell’aiuto di Negan per infiltrarsi nel quartier generale del Croato.

Maggie e Negan si dirigono così verso l’isola di Manhattan, trovandosi di fronte a una città in rovina e ostile, dove i vaganti cadono dagli edifici come pioggia mortale. In questo luogo, tra nuove alleanze e tensioni irrisolte, i due dovranno confrontarsi ancora una volta con il proprio passato, cercando una sintonia fragile che li conduca all’obiettivo finale. Cosa saranno disposti a fare per raggiungere i loro scopi? La risposta si cela nel cuore di una città che non perdona, e in un rapporto che non può essere dimenticato.

Recensione di “The Walking Dead: Dead City”

La prima puntata di The Walking Dead: Dead City ha registrato un vero e proprio record di spettatori, ma nel corso della stagione il pubblico si è progressivamente distaccato dalla narrazione, abbandonando lo show. Se l’episodio 1×01 ha totalizzato 972.000 spettatori su AMC+ (secondo i dati ufficiali), l’ultimo episodio ha segnato un tracollo con soli 618.000 spettatori, pari al 36,43% del pubblico iniziale. Un dato poco confortante, soprattutto se confrontato con altre serie come The Last of Us, la cui prima stagione ha visto una crescita costante di spettatori episodio dopo episodio — come era accaduto anche con Il Trono di Spade. Questo calo è, senza dubbio, sintomo di una serie che non ha saputo soddisfare le aspettative qualitative dei fan, in particolare sul piano drammaturgico. Negan e Maggie sono due personaggi intriganti e complessi, almeno sulla carta, dotati di una tridimensionalità e di un potenziale narrativo che l’universo di The Walking Dead non è riuscito a valorizzare pienamente — né nella serie madre, né in Dead City. I due continuano a muoversi all’interno delle medesime dinamiche, ripetendo copioni drammaturgici già visti, come se fossero intrappolati in un loop narrativo da cui non riescono a uscire. In particolare Maggie, ancora profondamente traumatizzata dalla morte di Glenn, brutalmente ucciso da Negan con la sua mazza Lucille in una scena diventata iconica nel panorama seriale.

La morte di Glenn continua a essere un nodo centrale anche in Dead City, riproposta più volte come eco dolorosa del passato. Questo richiamo costante — forse persino insistito — serve a sottolineare il trauma profondo che Maggie non riesce a superare: una ferita che non si rimargina e che alimenta una sete di vendetta mai davvero consumata. Il suo dolore non è solo personale, ma identitario: Glenn rappresentava non solo l’amore, ma anche la stabilità, la speranza, la possibilità di un futuro. Negan, dal canto suo, prosegue il suo cammino in bilico tra colpa e redenzione. Non è più il tiranno sanguinario dei Salvatori, ma nemmeno un uomo libero dal peso delle sue azioni. Cerca di trasformarsi, di riconquistare una parvenza di umanità, ma ogni passo che compie è segnato dal giudizio altrui, dal suo stesso senso di colpa — e soprattutto da quello di Maggie, che continua a guardarlo per ciò che è stato, non per ciò che vuole diventare, né per ciò che è diventato. Dead City dunque si basa ancora una volta su questa rapporto di odio e redenzione tra Negan e Maggie, quando però il loro rapporto sembrava aver trovato una chiusura emotiva nel finale di The Walking Dead, attraverso un dialogo intenso e sincero, in cui entrambi si confrontano con le cicatrici che li legano.

Negan: “So che probabilmente ti devo più di questo, ma mi dispiace per quello che ti ho tolto. Per quello che ho tolto a tuo figlio.”

Maggie:“Non posso perdonarti. Quando ti guardo, tutto quello che vedo è quella mazza. Il sangue. Le urla dell’uomo che amavo mentre tu lo prendevi in giro.”

Dopo lo scambio di battute finale in The Walking Dead, Negan, insieme alla moglie Annie, abbandona definitivamente il Commonwealth e la comunità con cui aveva vissuto, avviandosi per la propria strada alla ricerca di una nuova felicità. Maggie, dal canto suo, decide di andare oltre — nei limiti del possibile — rispetto a ciò che è accaduto nel passato. Quelle dichiarazioni rappresentavano un momento di chiusura tematica, non fondato sul perdono (che non può sussistere), ma su un atto di consapevolezza e accettazione da parte di entrambi. Maggie accetta che la vendetta omicida contro l’uomo che le ha portato via il marito non ha senso, nonostante la desideri; Negan accetta di non avere diritto al perdono, costretto a convivere con il peso della colpa per il resto della sua vita.

A mio avviso, quel finale era perfetto per il confronto interpersonale tra Negan e Maggie: una non-chiusura autentica, amara e credibile. Il problema è che Dead City riprende espressamente quel legame, riportando i personaggi indietro nella loro evoluzione, soprattutto Maggie, che viene raccontata quasi esclusivamente in funzione del suo trauma e della sete di vendetta verso Negan. Quest’ultimo appare leggermente più sfumato, ma è comunque incasellato nella solita domanda: un mostro può diventare buono? Le buone azioni possono redimere il male compiuto?

Comprendo il bisogno degli showrunner di creare un prodotto per il fandom, ma sarebbe stato più interessante sviluppare due percorsi narrativi indipendenti: da un lato Maggie e Hershel, con Hilltop al centro; dall’altro Negan e la sua nuova famiglia, che in questa prima stagione viene completamente annullata. Annie e Joshua, suo figlio, non compaiono mai in scena: Negan dichiara di averli lasciati andare per proteggerli, dopo che Annie era stata aggredita e derubata. Li ha messi su una carovana diretta in Missouri, promettendo di seguirli — ma ha mentito, scegliendo di restare.

Così lo showrunner torna ai soliti schemi, scrivendo una narrazione che sa di già visto, con i personaggi costretti ad affrontare le stesse diatribe e gli stessi conflitti. La scrittura non convince, né nella presentazione della nuova minaccia a Manhattan — un’organizzazione poco definita e poco raccontata — né nella costruzione dei nuovi personaggi, tra cui solo Perlie Armstrong e la Dama, la misteriosa donna a capo del gruppo di Manhattan, risultano davvero interessanti. Gli altri appaiono superficiali, e questa superficialità intacca anche la narrazione, che si concentra su una tematica morale non del tutto sviluppata, a scapito di sequenze horror o adrenaliniche che funzionano malamente.  Fanno eccezione alcune scene ambientate nelle fogne, seppur poco realistiche, con zombie dormienti, inquietanti e mutaforme, che si risvegliano improvvisamente (non sense) per uccidere gran parte del gruppo. Se a livello visivo questi zombie sono ben realizzati, lo stesso non si può dire per le scelte fotografiche adottate in questa stagione, che predilige una palette cromatica scura, con una fotografia che, volontariamente, sceglie di illuminare poco o nulla le scene per trasmettere un senso di realismo narrativo.

La stagione di Dead City si sviluppa quasi interamente in ambienti oscuri, spesso privi di luce naturale, con una predominanza di scene notturne o ambientate in spazi chiusi e claustrofobici. Questa scelta visiva non è casuale: la fotografia tende deliberatamente al nero, con una palette cromatica desaturata e cupa, che intende riflettere l’oscurità morale e psicologica dei protagonisti. Tuttavia, l’intento simbolico non trova piena realizzazione sul piano narrativo. L’oscurità visiva, pur coerente con il tono della serie, non è sostenuta da una regia capace di costruire tensione in modo efficace. Le scene horror, salvo rare eccezioni mancano di ritmo, di suspense, di quella scarica adrenalinica che dovrebbe accompagnare l’immersione in ambienti così ostili. Il sonoro, spesso sottoutilizzato o poco incisivo, non contribuisce a creare un’atmosfera realmente disturbante. Il risultato è una fotografia che, pur tecnicamente curata, finisce per appiattire l’esperienza visiva. In molte sequenze, si fatica persino a distinguere i volti dei personaggi, e l’oscurità diventa più un ostacolo che un elemento narrativo. Il risultato così è quello di una stagione talvolta ripetitiva e che non emoziona, nonostante un finale intrigante che coinvolge Negan, Maggie e Perlie Armstrong, lasciando aperti spiragli per sviluppi futuri.

Una storia di moralità

La stagione, a livello drammaturgico, offre poco o nulla di effettivamente nuovo: parte con l’acceleratore, poi rallenta rapidamente, presentando nuove situazioni e personaggi con una certa superficialità narrativa. Tuttavia, se vogliamo rintracciare un filo conduttore tematico nei primi sei episodi, possiamo individuarlo nel senso profondo di moralità, connesso al concetto di giusto e sbagliato e alla legge stessa. La serie tenta di mescolare bianco e nero per raccontare una storia di grigi — una scelta non certo nuova nell’universo narrativo di The Walking Dead.

In Dead City, tutto ruota attorno a questa moralità instabile, a partire dalla scrittura dei personaggi, che si muovono all’interno di una cornice dove il concetto di giusto e sbagliato non è più regolato da leggi, ma da necessità, traumi e relazioni personali. In un mondo devastato, dove la civiltà è solo un ricordo e la sopravvivenza è diventata l’unica legge non scritta, la moralità si trasforma in un campo di battaglia invisibile, dove ogni personaggio è costretto a ridefinire sé stesso e il concetto stesso di giustizia.

Senza ombra di dubbio, il cuore etico della serie è il rapporto tra Maggie e Negan. Maggie, ancora devastata dall’omicidio di Glenn, non riesce a liberarsi dal peso del passato. La sua missione per salvare Hershel è contaminata da una tensione emotiva che va ben oltre la maternità: è una donna che non ha mai avuto giustizia, e che ora si trova costretta a collaborare (oppure no?) con l’uomo che le ha distrutto la vita. La sua moralità è lacerata: da un lato, cerca di proteggere suo figlio; dall’altro, non riesce a reprimere il desiderio di vendetta. Questo conflitto la rende cieca, persino agli occhi di Hershel, che nel finale la accusa di essere più ossessionata da Negan che preoccupata per lui. Maggie non è più solo una madre: è una figura tragica, intrappolata tra il bisogno di giustizia e l’incapacità di perdonare.

Negan, invece, è il personaggio che più esplicitamente incarna il tema della redenzione, oltre a rappresentare l’ambiguità morale tra giusto e sbagliato. Non è più il sadico leader dei Salvatori, ma nemmeno un uomo libero dal peso delle sue azioni. La sua moralità è ambigua: ha ucciso cinque uomini per vendetta, ma lo ha fatto per proteggere sua moglie Annie, incinta. È braccato dai marshal di New Babylon, ma salva Perlie Armstrong, il suo inseguitore, dimostrando una forma di compassione che non gli apparteneva in passato. Negan cammina costantemente sul filo: cerca di trasformarsi da mostro a essere umano, ma sa che il mondo — e Maggie — non gli permetteranno mai di dimenticare. La sua redenzione non è una meta, ma una condanna: ogni gesto buono è un tentativo di bilanciare un passato che non può essere cancellato, e che non riesce a lasciarsi andare completamente. Il finale di stagione lo pone di nuovo a confronto con ciò che è stato — e con ciò che potrebbe tornare a essere. Chi era un mostro può ritornare un mostro.

Infine, abbiamo Perlie Armstrong, colui che incarna la crisi della legge. Marshal di New Babylon, rappresenta una nuova forma di giustizia, ma anche lui è in bilico tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, come vediamo nel finale della stagione, che riscrive il personaggio stesso. Dopo essere stato salvato da Negan, mente ai suoi superiori, dicendo di averlo ucciso. È un uomo che inizia a dubitare del sistema che serve, e che si trova costretto a scegliere tra dovere e coscienza. La sua moralità non è ancora definita: è in evoluzione, come quella di chi cerca di sopravvivere senza perdere sé stesso.

In conclusione

The Walking Dead: Dead City è una serie che, pur partendo da un’idea promettente e da due personaggi iconici, non riesce a costruire una narrazione davvero nuova o coinvolgente. Il conflitto morale tra Maggie e Negan rimane il cuore tematico della stagione, ma viene trattato con ripetitività e poca evoluzione. La fotografia cupa e la tensione visiva non bastano a compensare una scrittura debole e una regia poco incisiva. Il risultato è una stagione che intrattiene a tratti, ma che non emoziona né sorprende, lasciando il pubblico con la sensazione di aver rivisto dinamiche già esplorate — e meglio — nella serie madre.

Note positive

  • Finale aperto con potenziale per sviluppi futuri interessanti

Note negative

  • Scrittura ripetitiva e personaggi poco evoluti
  • Ambientazione e fotografia troppo oscure e penalizzanti
  • Regia e sonoro poco efficaci nel costruire tensione
  • Mancanza di novità drammaturgiche e di veri colpi di scena
  • Interpretazioni non riuscite

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
2.4
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.