20.000 specie di api (2023). Aitor/Cocó/Lucía

Recensione, trama e cast del lungometraggio 20.000 specie di api (2023), del regista spagnolo Estibaliz Urresola Solaguren che ci parla di identità di genere
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Trailer di 20.000 specie di api

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato in anteprima mondiale il 22 febbraio 2023 alla 73ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, dove la giovane attrice Sofia Otero (classe ‘93) ha ricevuto l’ambito Orso d’Argento come migliore interpretazione protagonista, “20.000 Specie di Api” è un film drammatico spagnolo diretto da Estibaliz Urresola Solaguren, nonchè la sua opera prima dopo aver realizzato diversi cortometraggi, tra cui “Adri” (2013), “Polvo somos” (2021) e “Cuerdas” (2022). Il film, dopo essere stato presentato in vari festival come al Festival de Málaga, al Seattle International Film Festival e al Frameline Film Festival di San Francisco, viene distribuito in Italia a partire dal 14 dicembre 2023 grazie alla casa di distribuzione Arthouse di I Wonder Pictures.

Trama di 20.000 specie di api

Aitor, un bambino di otto anni, è nato in un corpo maschile che non riconosce come proprio, al punto da rifiutarlo, sentirsi a disagio al suo interno. Dopo la fine della scuola, Aitor parte per le vacanze estive nella campagna basca insieme alla madre Ane, al fratello Eneko e alla sorella Nerea, nel luogo dove Ane ha vissuto la sua infanzia e adolescenza. Si stabiliscono a casa della Nonna Lita, incontrando durante la vacanza altri membri della famiglia, come la cugina Leire, in attesa di battezzare il suo secondo figlio, e la zia Lourdes, che si dedica all’apicoltura utilizzando le api come strumento terapeutico.

Durante le vacanze, Aitor si ritrova in una profonda riflessione sull’identità, interrogandosi ripetutamente: “Perché sono così? Perché sono nato maschio se mi sento donna?” Questa crisi identitaria lo porta a abbandonare il suo nome di battesimo, sentito estraneo alla sua identità. Prima adotta il nome di Cocò e successivamente sceglie autonomamente di chiamarsi Lucía. Tuttavia, chi sarà in grado di comprendere le necessità di Lucía e il suo percorso nella ricerca dell’identità?

Aitor e Ane- 20.000 specie di api
Aitor e Ane- 20.000 specie di api

Note di regia

Estibaliz Urresola Solaguren

Ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con un’associazione che mi ha introdotto a diverse famiglie con bambini dai 3 ai 9 anni. Queste famiglie sono state incredibilmente generose nel condividere con me la loro esperienza. È stato un processo estremamente arricchente che ha influito sulla sceneggiatura. Sono rimasta particolarmente colpita da alcune famiglie che hanno condiviso con me come questa esperienza sia stata per loro un’opportunità di ridefinire il concetto stesso di famiglia in modo nuovo e positivo. Non l’hanno affrontata come un problema, ma come un’occasione per mettere alla prova e ridefinire le fondamenta su cui si basa la loro famiglia. Questa esperienza ha messo in discussione i loro ruoli di genitori, la relazione con i loro figli e figlie, nonché le loro concezioni riguardo alla propria identità. Ciò che ho trovato straordinario è che queste famiglie non hanno mai utilizzato parole come “transizione” o “transito” per descrivere il percorso che i loro figli e figlie transgender stavano affrontando. Al contrario, è stata la percezione degli altri a essere in evoluzione. I bambini non hanno mai smesso di essere se stessi; è stata piuttosto la prospettiva degli altri a cambiare e a crescere. Credo che questo concetto sia riflesso nel mio film.

Recensione di 20.000 specie di api

La prima opera di Estibaliz Urresola Solaguren è un film colmo di dolcezza e tenerezza, con il piccolo Aitor al centro della narrazione, impegnato a rivelare e far comprendere agli altri i suoi veri bisogni e la sua autentica identità, sia a livello esteriore che interiore. Fin dai primi istanti del film, il regista stabilisce immediatamente chi sia il protagonista della storia, utilizzando la macchina da presa, frequentemente a mano, per concentrarsi su Aitor, presentandolocelo constantemnte attraverso primi piani e mezze figure che delineano il suo malessere interiore e la sua profonda emotività. Questi sentimenti sono amplificati dalla straordinaria interpretazione della giovanissima Sofia Otero, capace di trasmettere sensazioni non espresse, conferendo maggiore profondità e tridimensionalità al personaggio. Grazie alla sua performance, il personaggio acquisisce una forza interiore straordinaria, regalando al film un maggior spessore drammatico mentre passa dalla pagina scritta al racconto visivo, una transizione che raramente si vede. La piccola Sofia Otero, pur affrontando il compito arduo di portare sulle sue spalle gran parte del film, lo fa con eccellenza, dando una prova attoriale di grande maturazione e instrospezione.

Estibaliz Urresola Solaguren

Ho visto circa 500 ragazze. Ho incontrato Sofia all’inizio delle audizioni e ho visto subito in lei uno dei personaggi, una delle ragazze della piscina. Era bravissima a improvvisare, ma all’inizio non corrispondeva alla mia idea del personaggio di Cocó. È stato solo alla fine del processo che mi sono resa conto di non averle mai dato una vera e propria possibilità di interpretare Cocó e ho pensato quindi di farle un’ultima audizione. La sua audizione è stata straordinaria. Lei era Cocó.

La storia segue il percorso interiore di Aitor, che diventa Cocó e successivamente Lucía, presentando una prospettiva unica e originale all’interno del mondo cinematografico dedicato ai personaggio trans. Spesso, il cinema si concentra su personaggi adulti alla scoperta con i problemi connessi dalla loro sessualità, o su quegli adolescenti che riflettono sulla propria identità di genere quando le prime pulsioni sessuoli emergono, ma Estibaliz Urresola Solaguren va oltre, esplorando la questione di genere attraverso gli occhi di un bambino di otto anni che comprende di non essere ciò che la sua fisicità suggerisce, bensì di sentirsi più identificato con il genere femminile che con quello maschile. Estibaliz Urresola Solaguren ci guida attraverso i dubbi, le riflessioni e il malessere di Aitor, un bambino in lotta per essere se stesso ma costantemente ostacolato dalla mancanza di comprensione all’interno della sua famiglia. Sia la Nonna che il Padre sembrano faticare ad accettare appieno la sua vera natura, come evidenziato nella scena prima del battesimo. La madre, d’altra parte, sembra comprendere la diversità di suo figlio, ma commette l’errore di non ascoltarlo veramente, di non aprirsi a una comunicazione sincera riguardo alla problematica che lo affligge. Ane, sebbene permetta ad Aitor di esprimersi liberamente senza restrizioni, non lo sostiene psicologicamente nel suo percorso di comprensione della propria identità. Questa mancanza di spiegazione riguardo a ciò che gli sta accadendo da parte della famiglia e del mondo adulto lascia Aitor immerso in un caos interiore che lo confonde e lo disorienta, soprattutto perché si sente respinto dalla società, che non accetta appieno la sua diversità. In effetti, Aitor cerca disperatamente un’accettazione sociale che non riesce a trovare né nel mondo degli adulti né tra i suoi coetanei. L’unica figura adulta che comprende i problemi interiori di Aitor e lo accetta per ciò che è, risulta essere la Zia Lourdes. Questa donna instaura con il bambino un legame profondo basato sulla sincerità, soprattutto durante le loro gite al fiume e nei momenti dedicati all’apicoltura. Nel mondo dei coetanei, Aitor trova in una ragazzina del luogo l’unica possibilità di essere pienamente sé stesso; in sua compagnia, Aitor si libera e diventa Lucía, potendo vivere la sua identità senza muri e barriere.

Fotogramma di 20.000 specie di api
Fotogramma di 20.000 specie di api

La madre e la famiglia

Estibaliz Urresola Solaguren

Nel film, ho adottato un doppio punto di vista, una scelta controcorrente rispetto ai canoni della scrittura cinematografica che solitamente suggeriscono di optare per un unico punto di vista. Ho voluto narrare la storia sia dal punto di vista della figlia che da quello della madre, quest’ultima con cui mi identifico di più, dato il mio vissuto personale e l’appartenenza alla stessa generazione. Il film è il viaggio condiviso di entrambe le protagoniste. Per me, l’infanzia transgender è una parte della diversità umana, una delle tante modalità di esistere e vivere nel mondo. Nel contesto del film, l’esperienza di un’infanzia transgender mette in moto dinamiche familiari, modifica i legami e fa emergere aspetti precedentemente nascosti. Tuttavia, non ho intenzione di focalizzare esclusivamente su questo tema, poiché non faccio parte personalmente della comunità trans e non desidero parlare a nome di essa. Il mio interesse principale è esplorare l’identità in un contesto più ampio e comprendere come le dinamiche familiari influenzino il nostro percorso verso l’autodeterminazione.

Nel contesto del film, la madre di Aitor, Ane, emerge come un co-protagonista interessante, evidenziato sin dalla prima scena per il legame profondo con il figlio. Tuttavia, se inizialmente Ane sembra promettere una complessità narrativa intrigante, la sceneggiatura non riesce a esplorare appieno la sua profondità emotiva e le sue complesse sfumature interiori, a causa di una scrittura non convincente riguardo al nucleo familiare che risulta piuttosto debole, sia connesso al rapporto di Ane con sua madre Lita sia riguado a quello tra lei e il marito Gorka.

Lita, una donna con un atteggiamento freddo e crudo, avrebbe dovuto avere maggior spazio all’interno della pellicola, e il suo legame con i nipoti e con la figlia avrebbe dovuto essere mostrato in maniera più incisiva. Le scene con Lita e i nipoti sono quasi del tutto assenti, così come quelle tra la donna e sua madre. La sceneggiatura avrebbe dovuto creare una diatriba visiva tra i vari componenti della famiglia per dare più spessore alla situazione trattata e alla stessa Ane. I limiti presenti nella scrittura di Lita sono riscontrabili anche nel personaggio di Gorka, padre dei figli di Ane. Gorka è reso troppo marginale nel racconto, apparendo solo raramente ed esclusivamente nella parte finale della pellicola, dove però gioca un ruolo chiave nel comportamento di Aitor al battesimo. Gorka avrebbe dovuto essere maggiormente sviluppato sia in connessione con i figli sia in relazione ad Ane, con cui non ha più una vera intesa sentimentale. Proprio la mancanza di personaggio secondari di spessore intorno ad Ane compromette la scrittura di questo personaggio che rimane superficiale in fin dei conti.

Durante il film, seguiamo Ane nel suo lavoro come artista all’interno dell’atelier di suo padre. L’elemento artistico, sebbene presente, avrebbe potuto essere impiegato in modo più coinvolgente all’interno della pellicola. Mentre il film esplora in modo efficace il tema dell’apicoltura, l’aspetto artistico risulta meno sviluppato poiché le opere non vengono mai mostrate visivamente e le scene che mettono al centro il rapporto di Ane e Aitor in questo contesto sono pressochè assenti. Questo limite indebolisce la narrazione della relazione tra i due personaggi, la quale sembra avere più forza all’inizio e alla fine del film rispetto a quanto ci venga mostrato nel film.

La pellicola, alternando l’uso dello spagnolo e del basco, affronta in modo parziale il tema della famiglia, presentandoci e mostrandoci l’unità familiare, ma senza approfondirla in modo ottimale. ‘20.000 specie di api’ esplora il concetto dell’impossibilità di essere pienamente liberi all’interno di un gruppo come la famiglia, un’entità che plasma e che influenza le nostre vite ancor prima della società in cui viviamo. Aitor, proprio all’interno della sua famiglia, si scontra con i primi ostacoli per esprimere la sua vera identità. Lo sguardo disapprovante della Nonna, che nella scena in cui il bimbo decide di vestirsi da donna per il battesimo, rappresenta uno dei primi ostacoli. Il secondo è rappresentato dal padre, il quale non solo non accetta la natura del figlio, ma preferisce che non la mostri alla società esterna. Il film utilizza in modo interessante il metaforico simbolismo dell’alveare per parlare di famiglia, confrontandolo con il concetto di società.

Estibaliz Urresola Solaguren

Nell’alveare, ogni ape ha un ruolo distinto ma essenziale per il funzionamento del gruppo. Tuttavia, l’alveare è più della semplice somma dei suoi singoli individui. È un organismo vivo autonomo, e ho ritenuto che fosse particolarmente pertinente in relazione al tema del film, trattando della tensione tra l’individualità e la comunità. L’alveare è governato da un’interdipendenza tra individui, ma ognuno di loro svolge un ruolo specifico. Ho trovato che fosse un’immagine appropriata per riflettere sulle dinamiche familiari rappresentate nel film. Inoltre, le api e gli alveari rivestono un ruolo cruciale nella vita sociale e spirituale della tradizione basca, elemento che desideravo sottolineare per rappresentare la cultura. Nella cultura basca, le api sono considerate animali sacri, e per rispetto si utilizza il termine ‘zu’ (che letteralmente significa ‘tu’) o ‘usted’ per riferirsi a loro.

In conclusione

“20.000 specie di api” offre una prospettiva unica sull’esplorazione dell’identità di genere attraverso il percorso interiore di un bambino, presentando una narrazione che, sebbene riflessiva e originale, potrebbe risentire di un ritmo eccessivamente lento e di una caratterizzazione superficiale dei personaggi secondari.

Note Positive:

  • “20.000 specie di api” offre una prospettiva unica e originale sull’esplorazione dell’identità di genere attraverso il percorso interiore di Aitor/Cocó/Lucía.
  • La regia mette in risalto l’evoluzione del protagonista, enfatizzando la performance eccezionale di Sofia Otero nel trasmettere le emozioni non dette del personaggio.
  • Il film riesce a introdurre il tema dell’identità di genere in una luce diversa, concentrandosi su un bambino di otto anni che cerca di comprendere la sua vera natura.

Note Negative:

  • Il ritmo eccessivamente lento della pellicola potrebbe risultare eccessivo, compromettendo l’interesse dello spettatore.
  • La caratterizzazione dei personaggi secondari, in particolare della madre Ane e del padre, potrebbe risultare superficiale, con una mancanza di approfondimento sulle loro sfumature interne e sul loro impatto sulla storia.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 925

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