È stata la mano di Dio (2021): la sintesi del cinema di Paolo Sorrentino

Trailer del film È stata la mano di Dio

Dopo venti anni dal suo esordio nel cinema con L’uomo in più, il registra premio Oscar Paolo Sorrentino (The New Pope, Youth – La giovinezza, La grande bellezza) torna alla sua città di Napoli per il suo nuovo film È stata la mano di Dio.

Questa nuova produzione targata Netflix e The Apartment ha vinto il Leone d’Argento nella 78° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed è stato scelto come il rappresentante dell’Italia agli Oscar 2022 nella corsa alla cinquina per il “Miglior Film Internazionale”. Inoltre, il film ha ricevuto tre candidature ai prestigiosi European Film Awards che si terranno il prossimo 11 dicembre, nelle categorie “Miglior Film”, “Miglior Regista” e “Miglior Sceneggiatore”.

È stata la mano di Dio arriverà il 24 novembre in alcune sale italiane selezionate e sarà distribuito in streaming il 15 dicembre su Netflix.

“Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male.”

Cit. Diego Armando Maradona (tratta dal libro scritto da lui Io sono El Diego)

“Il miglior calciatore di tutti i tempi.”

Frasi con cui inizia il film È stata la mano di Dio

Trama di È stata la mano di Dio

Nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta, il diciassettenne Fabietto Schisa (Filippo Scotti) è un ragazzo goffo che lotta per trovare il suo posto nel mondo, ma che trova gioia in una famiglia straordinaria e amante della vita. Fino a quando alcuni eventi cambiano tutto. Uno è l’arrivo a Napoli di una leggenda dello sport simile a un dio: l’idolo del calcio Maradona, che suscita in Fabietto, e nell’intera città, un orgoglio che un tempo sembrava impossibile. L’altro è un drammatico incidente che farà toccare a Fabietto il fondo, indicandogli la strada per il suo futuro. Apparentemente salvato da Maradona, toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto lotta con la natura del destino, la confusione della perdita e l’inebriante libertà di essere vivi, trovando l’unica via d’uscita dalla catastrofe totale attraverso la propria immaginazione.

Recensione di È stata la mano di Dio

Venti anni sono dovuti passare perché Paolo Sorrentino tornasse alla sua Napoli, a casa, e potesse raccontare la storia più personale della sua carriera nel cinema perché, sicuramente, raccontare se stessi è molto più complesso che il parlare delle storie altrui. Ci voleva, quindi, più tempo per arrivare fino a qui, per affrontare con sincerità, cuore e testa un passato pieno di memorie belle quanto dolorose di un’età in cui la vita era ancora una enorme scoperta.

Il regista e anche sceneggiatore, già vincitore dell’Oscar per La grande bellezza nel 2013, è di nuovo nella corsia verso l’ambita statuetta con È stata la mano di Dio, un viaggio attraverso un periodo dell’adolescenza di Fabietto Schisa (interpretato da Filippo Scotti nel suo primo ruolo da protagonista), alter ego di Sorrentino, segnato da gioie e tragedia, bellezza e assurdità, amore e perdita, così metaforicamente come la vita stessa, ma nel contesto della Napoli degli anni Ottanta.

Fabietto, come viene chiamato dalla famiglia, è uno dei tre figli della coppia borghese Saverio Schisa (Toni Servillo: Qui rido io, La grande bellezza, Le conseguenze dell’amore) e Maria Schisa (Teresa Saponangelo: Il buco in testa, Tutta la vita davanti, Le acrobate). La quotidianità di questa famiglia viene intervenuta costantemente da parenti, amici e anche vicini che fanno degli Schisa una sorta di testimoni dei loro momenti di felicità, ma anche dei suoi problemi. In tutto questo, il diciassettenne Fabietto è un osservatore acuto della realtà che lo circonda, nel limbo dell’incertezza sul suo futuro dopo il liceo classico, ma anche alla scoperta delle piccole (ma non banali) cose della vita nel presente. Perché Fabietto è un ragazzo riservato, timido, solitario, con quasi nessun amico e a cui le donne lo intimidiscono. Il suo rapporto più stretto e, in un certo senso, la sua realtà palpabile sono, quindi, i suoi genitori con cui, e tramite cui riesce, ad avere contatto con il mondo esteriore.

Nella vita degli Schisa, sembra di esserci un equilibrio in cui prevalgono le risate nonostante i problemi che hanno pure loro, tra scherzi della mamma Maria e le battute del papà Saverio, prendendo la realtà non troppo sul serio per alleggerire il peso di ciò che può o potrebbe non andare bene.

Ma il destino fa la sua parte e questo bellissimo equilibrio che circonda Fabietto viene interrotto tragicamente dalla morte dei genitori, asfissiati per monossido di carbonio mentre erano nella loro casa vacanze a Roccaraso e in cui Fabietto non c’è perché rimasto per vedere il Napoli di Maradona in trasferta a Empoli. Il 10, il suo calciatore preferito e ormai anche salvatore indiretto.

La morte dei genitori è, forse, l’unico evento di cui sia ha certezza che sia veramente accaduto e che dunque non è stato modificato dal regista. Una scelta non a caso perché sia nel film che nella vita reale questo è il punto di svolta, il momento cruciale, che ha portato a Fabietto a diventare Fabio, quel passaggio determinante dall’adolescenza alla maturità. Ma non solo: è stato questo il motivo per cui FabioSorrentino si è avvicinato al cinema, al mondo dell’immaginazione, come via d’uscita da una realtà dolorosa e anche “scadente” che non vuole più. Una realtà che ora deve affrontare da solo, da “adulto”, e che lo porta a un treno verso Roma per diventare regista.

È stata la mano di Dio è, quindi, un coming-of-age personale e commovente in cui Sorrentino non fa una ricreazione esatta di tutto ciò che ha vissuto in prima persona, ma in cui esprime i sentimenti e le emozioni provate attraverso le sue esperienze adolescenziali, e di ciò che ha visto e sentito raccontare da altre persone in una Napoli piena di storie. Essendo un racconto di formazione, quel limbo tra l’adolescenza e l’età adulta, nel film emergono delle tematiche come il rapporto complesso con la realtà e il proposito nel mondo, i sogni e le speranze, ma riflette anche sul senso e la “logica” della vita, sui suoi misteri e su ciò che porta con sé (la ricerca della felicità e il far fronte al dolore per poter andare avanti). Una storia intima e introspettiva in cui Sorrentino torna anche a parlare dell’amore e la solitudine, ma dalla prospettiva dei suoi ricordi belli e dolorosi, che vengono alla luce solo ora in maniera diretta, come una catarsi di ciò che già c’era nascosto nell’essenza di tanti dei suoi lavori precedenti.

“A volte hai solo bisogno di registrare i tuoi ricordi, di metterli da qualche parte.” Ricordare per cercare di dimenticare, condividere il dolore per sollevarlo, registrare i ricordi per rivederli e renderli un’abitudine più facile da gestire… Tutti riflessioni che hanno portato Paolo a fare questo film, il risultato di una scrittura di circa due giorni in una pausa presa dopo un momento di “frustrazione” mentre lavorava in una sceneggiatura di The New Pope. Inizialmente, non ha messo sulla carta questa storia con l’idea di renderla un film, ma come un “regalo” per i due figli, cercando di dare a loro “la possibilità di capire non tanto il mio carattere quanto i miei difetti.”

Sembra che il destino di È stata la mano di Dio era il grande schermo, dopo venti anni di carriera nel cinema, un destino quasi inevitabile nonostante messo da parte da Sorrentino per molto tempo, perché come il personaggio del regista Antonio Capuano (Ciro Capano) gli dice al Fabietto che vuole fuggire da Napoli: “Alla fine, torni sempre a te e a questa città.”

“La più grande differenza tra questo film e gli altri penso sia il rapporto tra verità e bugie. Mentre gli altri miei film si nutrono di bugie nella speranza di rintracciare un briciolo di verità, questo film è partito da sentimenti veri che sono stati poi adattati alla forma cinematografica.”

Paolo Sorrentino, regista, produttore e sceneggiatore di È stata la mano di Dio

Il cinema e Maradona: la salvezza di Fabietto-Sorrentino

È evidente che il nome del film fa riferimento al D10S argentino, Diego Armando Maradona, e al gol che lui ha fatto con la mano nella partita contro l’Inghilterra ai Mondiali di Messico 1986. Come buon napoletano, Paolo Sorrentino ha una speciale ammirazione, tifando anche la squadra del Napoli. È proprio in quegli anni dell’arrivo di Maradona alla città natale del regista, specificamente nel 1984, in cui inizia la storia di È stata la mano di Dio.

Nonostante quello che si potrebbe pensare dal titolo del film, Maradona c’entra ben poco con la trama della storia, una figura vicina ma allo stesso tempo distante, una presenza praticamente onnipresente nella vita dei napoletani. Tanto per Fabietto come per lo stesso Sorrentino, il calciatore ha un significato molto più simbolico perché è lui a “salvare” indirettamente la vita del protagonista, facendolo restare in città per vedere il Napoli in trasferta a Empoli, mentre i genitori vanno in quella fatidica casa che li ha fatti addormentare in eterno. Maradona assume, quindi, le volte di un “Dio” che sostiene la quotidianità di tutti e, in maniera molto particolare, quella di Fabietto.

Ma la concezione dell’esistenza di un “potere divino” e del “mistero” della vita, molto spesso esplorata nei lavori di Sorrentino (come nel caso di La grande bellezza e la serie tv The Young Pope e The New Pope) passa in questo film non solo attraverso il personaggio di Maradona: nuovamente, la religione e la superstizione sono presenti (questa anche in maniera indiretta questa volta), ma il cinema c’entra in un certo senso in questa parte del sottotesto del film.

Se Maradona “salva” Fabietto dalla morte fisica nel presente, il cinema lo “salva” dalla “morte spirituale”, dall’essere ancorato a un dolore insopportabile che gli impedisce di guardare al futuro, che lo fa restare fermo mentre il mondo continua a girare. Sorrentino riesce a intrecciare perfettamente questi due elementi, come dei fili narrativi di cui si nutre la trama centrale.

Gli inserimenti della figura di Maradona all’interno della storia sono variati, da un fortuito avvistamento del rinomato calciatore da parte di Fabietto nel traffico napoletano fino alle immagini di repertorio del famoso gol che lui ha fatto con la mano. Ma il cinema ha la stessa valenza e protagonismo nel film: da un casting dove Fabietto vede Federico Fellini, il VHS di Once upon a time in America (1984) di Sergio Leone fino a un incontro chiave con uno dei mentori reali di Sorrentino, il regista Antonio Capuano.

Di questo “mistero” in cui si fonda il film, c’è anche l’aspetto religioso mischiato con il folclore napoletano, che Sorrentino ha saggiamente inserito e che rappresenta un po’ il suo lato scaramantico: il “Munaciello” o “piccolo monaco”, che appare per la prima volta insieme a San Gennaro, il patrono di Napoli. Il Munaciello, uno spiritello leggendario di bassa statura vestito da frate, può essere simbolo di fortuna o di disgrazia e appare a chi ne ha veramente bisogno, così come Fabietto e la zia Patrizia (Luisa Ranieri: Napoli velata, Allacciate le cinture, Letters to Juliet). Lei, la musa del protagonista e donna determinante nel percorso del giovane insieme alla Baronessa Focale (Betty Pedrazzi: Non uccidere, Le voci di dentro, Sabato, domenica e lunedì).

“La realtà non mi piace più. La realtà è scadente. Per questo voglio fare il cinema.”

Fabietto Schisa (Filippo Scotti) Cit. È stata la mano di Dio

L’ambivalenza della figura del Munaciello rafforza il misticismo di cui è dotato il film ed è l’elemento introduttorio del surrealismo che caratterizza al cinema di Sorrentino.

Resta così indiscutibile la capacità di scrittura dell’autore di Le conseguenze dell’amore e Il Divo, la sua padronanza nel far sparire i confini tra realtà e immaginazione che sono sempre ben amalgamati nei suoi lavori e di cui questo film non è un’eccezione. In È stata la mano di Dio, questa particolarità del cinema di Sorrentino incuriosisce di più perché, nonostante sia un film personale, non è considerato da lui un lavoro autobiografico. Infatti, l’unica cosa di cui lo spettatore ha la certezza che sia accaduto è la morte dei suoi genitori, il fatto che la famiglia di Fabietto assomiglia quella sua, e la presenza di alcuni momenti chiavi che l’hanno portato a diventare regista (come gli incontri e l’influenza che Federico Fellini e Antonio Capuano hanno avuto su di lui). Del resto dei fatti che vengono messi sullo schermo non si ha piena certezza, se sono veramente accaduti, se li sono successi a lui o se sono aneddoti catturati dai suoi occhi e le sue orecchie ben acuti. Un film non autobiografico, bensì catartico e liberatorio.

È stata la mano di Dio è un lungometraggio personal non solo per i fatti e i sentimenti reali di cui prende vita la trama, ma anche per i variati elementi presenti che caratterizzano il Sorrentino uomo e regista, soprattutto quelli messi nella costruzione del personaggio del protagonista Fabietto.

La sceneggiatura è, sicuramente, il più grande pregio del film, specialmente per come vengono distribuiti tutti questi elementi anteriormente nominati, che arricchiscono una storia sviluppata fino al minimo dettaglio e che viene divisa narrativamente in due parti ben distinguibili. Ed è qui un altro raggiungimento di Sorrentino in È stata la mano di Dio: la perfetta combinazione tra commedia e dramma come carburante per trasmettere con più potenza i suoi sentimenti e il suo dolore. È impeccabile il modo in cui l’autore napoletano riesce a gestire due generi che sembrerebbero diversi, ma che invece hanno molto in comune perché anche le risate hanno un trasfondo emotivo, e Sorrentino lo capisce bene. Perciò, questa storia la racconta nella prima metà in chiave di commedia, ispirandosi all’atmosfera che si creava nei film con Massimo Troisi; per poi arrivare alla seconda parte del film, quella drammatica, una volta che ha preparato lo spettatore per il fortissimo colpo con cui il destino ha segnato la sua vita, ossia l’addio improvviso dei genitori che, forse come a Fabietto, neanche glieli hanno fatto vedere per un’ultima volta.

La costruzione di personaggi ben delimitati, tra la sensibilità e il grottesco tipico sorrentiniano, dialoghi profondi e ben elaborati completano una sceneggiatura diretta, che non fa dei giri in ciò che vuole comunicare e far sentire e che ha tutto il peso di un film che non ha troppe pretese nella forma, ma che gode di un’incredibile sostanza e profondità.

“Senza conflitto, non si progredisce.”

Antonio Capuano (Ciro Capano) Cit. È stata la mano di Dio

La semplicità con marchio sorrentiniano

Paolo Sorrentino è, senza dubbio, uno dei registi più riconoscibili, noto soprattutto per il particolare stile e grandezza audiovisiva dei suoi film e serie tv. È stata la mano di Dio si discosta, invece, dalla stravaganza, dall’eccentricità, da uno stile definito. È la semplicità una delle cose che sorprende di questo film perché Sorrentino questa volta mette al primo posto la sensibilità della storia, senza filtri, con una naturalità diversa da qualsiasi altro lavoro suo, ma sempre con la sua essenza.

Anche se a prima vista si percepisce che questo film è diverso dalla maggior parte della filmografia del regista, il marchio sorrentiniano è evidente sin dalla sequenza iniziale che immerge lo spettatore nel surrealismo di un incontro tra la zia Patrizia, il Munaciello e San Gennaro che arriva in un Rolls-Royce d’epoca.

Nonostante la messa in scena semplice, l’uso misurato della musica di Lele Marchitelli (Mare of Easttown, The Young Pope, La grande bellezza) e la fotografia sobria affidata in quest’occasione a Daria D’Antonio (Tornare, Ricordi?, La pelle dell’orso), non si può negare che È stata la mano di Dio è a tutti gli effetti un’opera del cineasta napoletano. Dai movimenti di macchina e le inquadrature, fino alla caratterizzazione dei personaggi, le situazioni fuori dal comune, gli elementi metaforici, i dialoghi fantasticamente elaborati, la realtà contaminata dall’immaginazione… Sono tutti aspetti collegati in maniera armonica che richiamano lui.

Resta chiaro, dunque, che il cinema di Sorrentino non può definirsi unicamente come uno stile legato soltanto alla forma, alla estetica visiva e alla musica, perché il cuore del suo mondo cinematografico risiede proprio nella sostanza, nelle idee, nel modo di raccontare le storie e lavorare sulle tematiche ricorrenti, sul sottotesto, sempre dalla sua autentica visione del mondo e della vita. È quello che porta dentro se stesso ciò che si riflette nel suo talento nella scrittura, ciò che veramente fa la differenza.

Nel caso di È stata la mano di Dio, la macchina da presa e il resto dei componenti del film danno un passo indietro per mettere al centro la sceneggiatura più trasparente e naturale mai scritta da Sorrentino, che viene colta a pieno da un fantastico cast con volti molto noti del suo universo cinematografico. Non poteva mancare in questa produzione Tony Servillo, che prende con molto rispetto e bravura un ruolo che lo lega di più al regista come collaboratore e amico, quello del personaggio di Saverio Schisa (che farebbe le volte del papà di Sorrentino).

Le interpretazioni di Servillo e del resto degli attori hanno un merito enorme nella bellezza di questo film. Una menzione speciale va, sicuramente, a Filippo Scotti nei panni di Fabietto, il suo esordio da protagonista nel cinema. Non per niente il lavoro di questo giovane attore, che porta sulle spalle tutto il lungometraggio con una carica emotiva sorprendente, gli è valso il Premio Marcello Mastroianni alla 78° edizione del Festival del Cinema di Venezia.

È stata la mano di Dio è il risultato di un percorso interiore che si percepiva da anni nei lavori di Paolo Sorrentino, la sintesi perfetta di tutto ciò che rende il suo mondo narrativo un cinema d’autore genuino e difficile da passare inavvertito. Questo film è la sua creazione più divertente e dolorosa mai fatta da lui, che potrebbe rappresentare la chiusura di un ciclo artistico e l’inizio di nuovi orizzonti nel suo cinema. Sorrentino, un regista, ma soprattutto uno sceneggiatore che qui si riafferma un’altra volta come uno degli autori più maturi e talentuosi del cinema contemporaneo italiano e internazionale.

Il cineasta napoletano ha scelto, questa volta, il mezzo cinematografico per riassumere la sua visione della vita e dei film in generale e, allo stesso tempo, come liberazione e guarigione da un passato che nella vita reale non può alterate bensì scavare con lucidità nella finzione. Perché nel cinema il tempo si ferma, le persone amate possono (ri)vivere eternamente e si possono rivedere o cambiare cose che la “realtà scadente” come quella di cui parla Fabio, come quella a cui pensa sicuramente Sorrentino, ci toglie e fa durare ben poco.

È stata la mano di Dio è proprio questo, un “amarcord” sorrentiniano: i sentimenti e le emozioni provati che ormai sono ricordi lontani, non tutti belli, che possono essere sollevati spezzando il dolore attraverso la condivisione che permette il grande schermo. È, inoltre, un delicato e commovente omaggio alla bellezza e il caos della città di Napoli, a Maradona, alla sua famiglia, ma anche al percorso che l’ha portato a fare il regista e, non meno importante, a diventare uomo. Un film diverso, ma che mantiene il tocco unico di Sorrentino che tante volte potrebbe passare per pazzia, una pazzia fantastica e misteriosa, fuori dal comune, come lo stesso “intervento” della mano di Dio.

“Paolo mi ha detto che aveva finalmente scritto un film a cui pensava da anni e che l’ha scritto in una volta sola, in 48 ore. Quando l’ho letto, sono rimasto scioccato da come abbia potuto scrivere qualcosa di così denso, così apparentemente semplice eppure complesso in ciò di cui parla, in così poco tempo.”

Lorenzo Mieli, produttore di È stata la mano di Dio

NOTE POSITIVE

● Regia.

● Sceneggiatura.

● Interpretazioni.

● Fotografia.

NOTE NEGATIVE

● Nessuna.

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