
È stata la mano di Dio
Titolo originale: È stata la mano di Dio
Anno: 2021
Nazione: Italia
Genere: Biografico, Drammatico, Commedia, Sentimentale
Casa di produzione: The Apartment, Fremantle
Distribuzione italiana: Netflix, Lucky Red
Durata: 130 minuti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Daria D’Antonio
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Lele Marchitelli
Attori: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betty Pedrazzi, Enzo Decaro, Sofya Gershevich, Lino Musella, Biagio Manna, Ciro Capano, Monica Nappo
Trailer di “È stata la mano di Dio”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
A vent’anni dal suo esordio nel cinema con L’uomo in più, il regista premio Oscar Paolo Sorrentino (The New Pope, Youth – La giovinezza, La grande bellezza) torna nella sua città natale, Napoli, con il suo nuovo film È stata la mano di Dio.
Questa produzione, targata Netflix e The Apartment, ha conquistato il Leone d’Argento alla 78ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed è stata selezionata come rappresentante dell’Italia agli Oscar 2022, nella corsa alla cinquina per il Miglior Film Internazionale. Inoltre, il film ha ottenuto una candidatura ai Golden Globes 2022 nella categoria Miglior Film Straniero e tre nomination agli European Film Awards, nelle categorie Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatore. In Italia, ha trionfato ai David di Donatello, aggiudicandosi cinque premi: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Fotografia e David Giovani.
Candidato agli Oscar 2022 per il Miglior Film Internazionale, È stata la mano di Dio è uscito nelle sale italiane selezionate il 24 novembre ed è disponibile in streaming su Netflix dal 15 dicembre.
Trama di “È stata la mano di Dio”
“Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male.”
Cit. Diego Armando Maradona (tratta dal libro scritto da lui Io sono El Diego)
“Il miglior calciatore di tutti i tempi.”
Frasi con cui inizia il film È stata la mano di Dio
Nella Napoli tumultuosa degli anni Ottanta, il diciassettenne Fabietto Schisa (Filippo Scotti) è un ragazzo goffo che fatica a trovare il proprio posto nel mondo, ma trova gioia nella sua famiglia straordinaria, vivace e amante della vita. Fino a quando due eventi cambiano tutto.
Il primo è l’arrivo in città di un’icona dello sport, un uomo quasi divino: Diego Maradona, l’idolo del calcio, che accende in Fabietto—e nell’intera Napoli—un orgoglio che sembrava impossibile. Il secondo è un drammatico incidente che lo scaraventa nell’abisso, costringendolo a confrontarsi con il dolore e a intravedere, nella disperazione, il percorso verso il suo futuro.
Forse salvato da Maradona, forse toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto lotta con la natura del destino, la confusione della perdita e l’inebriante libertà di essere vivi. E scopre che l’unica via d’uscita dalla catastrofe totale è rifugiarsi nella propria immaginazione.
Recensione di “È stata la mano di Dio”
Sono dovuti passare vent’anni perché Paolo Sorrentino tornasse nella sua Napoli, a casa, per raccontare la storia più personale della sua carriera cinematografica. Perché, inevitabilmente, raccontare sé stessi è molto più complesso che narrare le vicende altrui. Ci voleva tempo per arrivare fino a qui: per affrontare, con sincerità, cuore e lucidità, un passato ricco di memorie tanto belle quanto dolorose, appartenenti a un’età in cui la vita era ancora un’enorme scoperta.
Regista e sceneggiatore già vincitore dell’Oscar per La grande bellezza nel 2013, Sorrentino torna nuovamente in corsa per l’ambita statuetta con È stata la mano di Dio. Il film è un viaggio attraverso un frammento dell’adolescenza di Fabietto Schisa (Filippo Scotti, al suo primo ruolo da protagonista), alter ego del regista, segnato da gioie e tragedie, bellezza e assurdità, amore e perdita. Come la vita stessa, in una Napoli degli anni Ottanta sospesa tra luci e ombre.
Fabietto, come lo chiama la sua famiglia, è uno dei tre figli della coppia borghese composta da Saverio Schisa (Toni Servillo—Qui rido io, La grande bellezza, Le conseguenze dell’amore) e Maria Schisa (Teresa Saponangelo—Il buco in testa, Tutta la vita davanti, Le acrobate). La quotidianità della famiglia Schisa viene continuamente attraversata da parenti, amici e vicini, che rendono gli Schisa testimoni dei loro momenti di felicità, ma anche dei loro problemi.
In tutto questo, il diciassettenne Fabietto si rivela un osservatore attento della realtà che lo circonda, intrappolato nel limbo dell’incertezza sul suo futuro dopo il liceo classico, ma anche immerso nella scoperta delle piccole—ma non insignificanti—esperienze della vita quotidiana. Perché Fabietto è un ragazzo riservato, timido, solitario, con pochi amici e un’inquietudine che lo rende insicuro nei confronti delle donne. Il suo legame più forte—e la sua unica finestra sul mondo—sono i suoi genitori, attraverso i quali riesce a mantenere un contatto con la realtà esterna.
Nella vita degli Schisa sembra regnare un equilibrio in cui le risate prevalgono, nonostante le difficoltà che, come tutti, affrontano. Tra gli scherzi di Maria e le battute di Saverio, la famiglia tende a prendere la realtà con leggerezza, come se ridere fosse il miglior antidoto contro ciò che potrebbe andare storto. Ma il destino interviene, e quell’equilibrio che circonda Fabietto viene spezzato tragicamente dalla morte dei suoi genitori. Asfissiati dal monossido di carbonio nella loro casa vacanze a Roccaraso, Saverio e Maria se ne vanno mentre Fabietto, ignaro, è rimasto a Napoli per vedere il suo idolo, Diego Maradona, giocare in trasferta contro l’Empoli. Il numero 10, il suo calciatore preferito, diventa involontariamente anche il suo salvatore.
La morte dei genitori è forse l’unico evento della storia di cui si ha assoluta certezza, l’unico elemento che Sorrentino non ha modificato. Ed è una scelta deliberata, perché sia nel film che nella realtà, questo è il punto di svolta, il momento cruciale che porta Fabietto a diventare Fabio. È il passaggio determinante dall’adolescenza alla maturità.
È stata la mano di Dio è, dunque, un coming-of-age personale e commovente, in cui Paolo Sorrentino non ricostruisce esattamente ogni esperienza vissuta in prima persona, ma trasmette i sentimenti e le emozioni provate attraverso il filtro dei suoi ricordi adolescenziali e delle storie ascoltate in una Napoli intrisa di narrazioni.
Essendo un racconto di formazione—quell’incerto limbo tra adolescenza ed età adulta—il film esplora tematiche profonde: il rapporto complesso con la realtà e la ricerca di un senso nel mondo, l’angoscia per il futuro, i sogni e le speranze. Ma riflette anche sulla logica imprevedibile della vita, sui suoi misteri e su ciò che porta con sé—la ricerca della felicità, la necessità di affrontare il dolore per poter andare avanti. È una storia intima e introspettiva, in cui Sorrentino torna a esplorare l’amore e la solitudine, questa volta attraverso i ricordi più belli e dolorosi della sua giovinezza. Ricordi che emergono finalmente in modo diretto, come una catarsi di ciò che era rimasto latente nell’essenza di molti suoi lavori precedenti.
“A volte hai solo bisogno di registrare i tuoi ricordi, di metterli da qualche parte”, afferma Sorrentino. Ricordare per cercare di dimenticare, condividere il dolore per alleggerirlo, fissare i momenti vissuti per rivederli e renderli più gestibili—riflessioni che hanno guidato il regista nella realizzazione del film. Il progetto è nato quasi per caso: in un momento di “frustrazione” mentre lavorava alla sceneggiatura di The New Pope, Sorrentino prese una pausa e scrisse la storia in soli due giorni. Inizialmente, non la concepiva come un film, ma come un “regalo” ai suoi figli, nella speranza di offrire loro la possibilità di comprendere non tanto il suo carattere, quanto i suoi difetti.
Ma il destino di È stata la mano di Dio era inevitabilmente il grande schermo, un traguardo quasi scritto dopo vent’anni di carriera, nonostante il regista avesse messo da parte la storia per molto tempo. Come gli dice Antonio Capuano (Ciro Capano) nel film, quando Fabietto sogna di lasciare Napoli: “Alla fine, torni sempre a te e a questa città.”
“La più grande differenza tra questo film e gli altri penso sia il rapporto tra verità e bugie. Mentre gli altri miei film si nutrono di bugie nella speranza di rintracciare un briciolo di verità, questo film è partito da sentimenti veri che sono stati poi adattati alla forma cinematografica.”
Paolo Sorrentino, regista, produttore e sceneggiatore di È stata la mano di Dio
Il cinema e Maradona: la salvezza di Fabietto-Sorrentino
Il titolo del film richiama chiaramente il D10S argentino, Diego Armando Maradona, e il celebre gol segnato con la mano contro l’Inghilterra ai Mondiali di Messico 1986. Da buon napoletano e tifoso del Napoli, Paolo Sorrentino ha sempre nutrito una profonda ammirazione per lui. E proprio in quegli anni, con l’arrivo di Maradona a Napoli nel 1984, prende avvio la storia di È stata la mano di Dio.
Nonostante il titolo possa suggerire un ruolo centrale del calciatore nella trama, Maradona è più una figura simbolica che concreta—vicina eppure distante, una presenza onnipresente nella vita dei napoletani. Tanto per Fabietto quanto per lo stesso Sorrentino, Maradona assume un valore metaforico: è lui a “salvare” indirettamente la vita del protagonista, trattenendolo in città per assistere alla trasferta del Napoli contro l’Empoli, mentre i suoi genitori si recano nella fatidica casa che li condannerà a un destino tragico.
Maradona diventa così una sorta di “Dio”, un riferimento sacro che accompagna la quotidianità di tutti e, in modo particolare, quella di Fabietto. Ma il tema del “potere divino” e del “mistero” della vita, esplorato più volte nei lavori di Sorrentino—da La grande bellezza alle serie The Young Pope e The New Pope—passa in questo film non solo attraverso Maradona. La religione e la superstizione fanno nuovamente capolino, seppur indirettamente, ma anche il cinema assume un ruolo cruciale. Se Maradona “salva” Fabietto dalla morte fisica, il cinema lo “salva” dalla morte spirituale, liberandolo da un dolore insostenibile che rischia di paralizzarlo nel presente, mentre il mondo continua a girare. Con straordinaria maestria, Sorrentino intreccia questi due elementi, tessendo la trama con fili narrativi profondamente connessi.
Gli inserimenti della figura di Maradona nella storia sono molteplici: da un fugace avvistamento nel traffico napoletano alle immagini di repertorio del celebre gol con la mano. Ma il cinema ha un peso altrettanto rilevante: dalla scena del casting in cui Fabietto incrocia Federico Fellini, al VHS di Once Upon a Time in America (1984) di Sergio Leone, uno dei film preferiti di Sorrentino, fino all’incontro chiave con il regista Antonio Capuano, mentore reale del cineasta napoletano.
Il film è permeato da un senso di mistero che abbraccia anche il folklore e la tradizione napoletana. Sorrentino, sempre incline alla scaramanzia, inserisce saggiamente il Munaciello, o “piccolo monaco”, una figura leggendaria della cultura partenopea. Apparso per la prima volta accanto a San Gennaro, patrono di Napoli, il Munaciello—spirito di bassa statura vestito da frate—può essere segno di fortuna o di disgrazia, e si manifesta a chi ne ha più bisogno. È così per Fabietto, ma anche per sua zia Patrizia (Luisa Ranieri—Napoli velata, Allacciate le cinture, Letters to Juliet), musa del protagonista e figura determinante nel suo percorso, insieme alla Baronessa Focale (Betty Pedrazzi—Non uccidere, Le voci di dentro, Sabato, domenica e lunedì
“La realtà non mi piace più. La realtà è scadente. Per questo voglio fare il cinema.”
Fabietto Schisa (Filippo Scotti) Cit. È stata la mano di Dio
L’ambivalenza della figura del Munaciello rafforza il misticismo che permea il film e introduce quel surrealismo che da sempre contraddistingue il cinema di Paolo Sorrentino.
Resta indiscutibile la maestria narrativa dell’autore di Le conseguenze dell’amore e Il Divo, la sua abilità nel dissolvere i confini tra realtà e immaginazione, fondendoli armoniosamente nei suoi lavori—e È stata la mano di Dio non fa eccezione. Qui, però, questa caratteristica assume una sfumatura ancora più intrigante: nonostante il film sia profondamente personale, Sorrentino non lo considera un’opera autobiografica.
L’unico evento di cui lo spettatore ha certezza è la morte dei genitori del regista, il fatto che la famiglia di Fabietto somigli alla sua e la presenza di alcuni momenti chiave che hanno segnato il suo percorso verso il cinema—come gli incontri con Federico Fellini e Antonio Capuano. Per il resto, non c’è piena certezza: gli eventi messi in scena sono davvero accaduti? Sono esperienze vissute direttamente da Sorrentino o piuttosto aneddoti che ha raccolto nel tempo, osservando e ascoltando con sguardo attento? Più che un’autobiografia, il film è un atto di catarsi, un’opera liberatoria.
È stata la mano di Dio è un lungometraggio personale non solo perché si nutre di fatti ed emozioni autentiche, ma anche per i molteplici elementi che definiscono Sorrentino come uomo e come regista—soprattutto quelli che emergono nella costruzione del personaggio di Fabietto.
La sceneggiatura è, senza dubbio, il pregio più grande del film, soprattutto per la sapiente distribuzione degli elementi precedentemente citati, che arricchiscono una storia sviluppata nei minimi dettagli e strutturata narrativamente in due parti ben distinte.
Uno dei più importanti traguardi di Sorrentino in È stata la mano di Dio è la perfetta fusione tra commedia e dramma, un binomio che diventa il mezzo più potente per trasmettere i suoi sentimenti e il suo dolore. Impeccabile è il modo in cui l’autore napoletano riesce a far convivere due generi apparentemente opposti, ma che in realtà condividono molto, perché anche le risate portano con sé un sottotesto emotivo—e Sorrentino lo comprende perfettamente.
Così, la prima metà del film viene raccontata in chiave di commedia, ispirandosi all’atmosfera dei film di Massimo Troisi. Poi, gradualmente, il tono cambia: una volta preparato lo spettatore, Sorrentino lo conduce nella parte più drammatica della storia, fino al colpo devastante che segna il destino di Fabietto—la perdita improvvisa dei suoi genitori, un addio che, forse come accadde a lui stesso, non ha avuto neanche il tempo di essere vissuto un’ultima volta.
La costruzione di personaggi ben delineati—tra sensibilità e quel grottesco inconfondibilmente sorrentiniano—insieme a dialoghi profondi e ben calibrati, completano una sceneggiatura diretta, senza artifici inutili, che comunica con forza ogni emozione. È stata la mano di Dio non punta alla spettacolarità formale, ma alla sostanza, ed è proprio questa profondità a renderlo un’opera che lascia il segno.
“Senza conflitto, non si progredisce.”Antonio Capuano (Ciro Capano)
Cit. È stata la mano di Dio
La semplicità con marchio sorrentiniano
Paolo Sorrentino è, senza dubbio, uno dei registi più riconoscibili, celebre per il suo stile distintivo e l’imponente grandezza audiovisiva dei suoi film e serie TV. È stata la mano di Dio, però, si discosta dalla stravaganza e dall’eccentricità che caratterizzano la sua filmografia. Ciò che sorprende di questo film è proprio la sua semplicità: questa volta, Sorrentino mette in primo piano la sensibilità della storia, senza filtri, con una naturalezza diversa da qualsiasi altro suo lavoro, pur mantenendo intatta la sua essenza.
E sebbene a prima vista È stata la mano di Dio possa sembrare distante dal resto della filmografia del regista, il marchio sorrentiniano è evidente fin dalla sequenza iniziale, che immerge lo spettatore nel surrealismo di un incontro tra zia Patrizia, il Munaciello e San Gennaro, quest’ultimo a bordo di una Rolls-Royce d’epoca.
Nonostante la messa in scena essenziale, l’uso misurato della colonna sonora di Lele Marchitelli (Mare of Easttown, The Young Pope, La grande bellezza) e la fotografia sobria affidata a Daria D’Antonio (Tornare, Ricordi?, La pelle dell’orso), È stata la mano di Dio è a tutti gli effetti un’opera profondamente legata al cineasta napoletano. Dai movimenti di macchina alle inquadrature, dalla caratterizzazione dei personaggi alle situazioni fuori dal comune, dagli elementi metaforici ai dialoghi incredibilmente elaborati, fino alla contaminazione tra realtà e immaginazione—tutti questi aspetti si intrecciano armonicamente, evocando il suo cinema in ogni dettaglio.
Il film dimostra, dunque, che il linguaggio cinematografico di Sorrentino non si può ridurre semplicemente a una questione estetica, fatta di forma, musica e immagini spettacolari. Il cuore del suo cinema risiede nella sostanza, nelle idee, nella capacità di raccontare storie e di esplorare tematiche ricorrenti con un sottotesto sempre intriso della sua autentica visione del mondo e della vita. È ciò che porta dentro di sé a riflettersi nel suo talento narrativo—ed è proprio questo a fare la differenza.
In È stata la mano di Dio, la macchina da presa e tutti gli elementi visivi cedono il passo alla sceneggiatura più trasparente e naturale mai scritta da Sorrentino, valorizzata da un cast eccezionale, con volti ben noti del suo universo cinematografico. Non poteva mancare Toni Servillo, che interpreta con grande rispetto e maestria Saverio Schisa—il padre di Fabietto, personaggio che, più di tutti, lo lega al regista anche come collaboratore e amico.
Le interpretazioni di Servillo e del resto degli attori sono cruciali nella bellezza del film. Una menzione speciale va a Filippo Scotti, nei panni di Fabietto, al suo esordio da protagonista nel cinema. Il giovane attore, portando sulle spalle l’intero lungometraggio con sorprendente intensità emotiva, si è aggiudicato il Premio Marcello Mastroianni alla 78ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
È stata la mano di Dio rappresenta la sintesi perfetta di un percorso interiore che si percepiva da anni nei lavori di Paolo Sorrentino—una summa di tutto ciò che rende il suo cinema un’esperienza autoriale autentica, difficile da ignorare. È il suo film più divertente e doloroso, un’opera che potrebbe segnare la chiusura di un ciclo artistico e l’inizio di nuovi orizzonti nella sua carriera. Con questo lungometraggio, Sorrentino riafferma ancora una volta il suo talento e la sua maturità, confermandosi tra gli autori più incisivi del cinema contemporaneo, italiano e internazionale.
Questa volta, il cineasta napoletano sceglie il cinema come mezzo per riassumere la sua visione della vita e dei film in generale, trasformandolo al tempo stesso in uno strumento di liberazione e guarigione da un passato che nella realtà non può essere modificato, ma che nella finzione può essere esplorato con lucidità. Perché nel cinema il tempo si ferma, le persone amate possono (ri)vivere in eterno, e si possono rivivere o cambiare momenti che la “realtà scadente” di cui parla Fabio—la stessa che Sorrentino ha probabilmente sempre percepito—ci sottrae o fa durare troppo poco.
In conclusione
È stata la mano di Dio è, in fondo, un vero amarcord sorrentiniano: un viaggio nei sentimenti e nelle emozioni ormai trasformati in ricordi lontani, non tutti felici, che trovano sollievo nel loro essere condivisi attraverso il potere del grande schermo.
È, inoltre, un delicato e commovente omaggio alla bellezza e al caos di Napoli, a Maradona, alla famiglia, alla vita stessa, ma anche al percorso che ha condotto Sorrentino a diventare regista—e, forse ancor più importante, a diventare uomo.
Un film che si discosta dagli altri, pur mantenendo intatto quel tocco inconfondibile del suo autore—un’estetica che a volte può sembrare follia, una follia straordinaria e misteriosa, fuori dal comune. Come lo stesso “intervento” della mano di Dio.
“Paolo mi ha detto che aveva finalmente scritto un film a cui pensava da anni e che l’ha scritto in una volta sola, in 48 ore. Quando l’ho letto, sono rimasto scioccato da come abbia potuto scrivere qualcosa di così denso, così apparentemente semplice eppure complesso in ciò di cui parla, in così poco tempo.”
Lorenzo Mieli, produttore di È stata la mano di Dio
Note positive
- Regia evocativa e poetica di Paolo Sorrentino
- Interpretazioni intense, in particolare Filippo Scotti e Toni Servillo
- Sceneggiatura
- Fotografia suggestiva e curata nei dettagli
Note negative
- /
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Interpretazioni |
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| Emozioni |
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SUMMARY
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4.3
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