Entr’acte (1924): l’illusione del tempo e del movimento

Entr’acte (conosciuto anche con il titolo Intermezzo) è un cortometraggio del 1924 di genere sperimentale - dadaista di René Clair.
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Locandina di Entr'Acte (1924)

Entr’acte

Titolo originale: Entr’acte

Anno: 1924

Nazione: Francia

Genere: sperimentale

Casa di produzione: Les Ballets Suedois

Distribuzione italiana:

Durata: 22 min

Regia: René Clair

Sceneggiatura: Francis Picabia

Fotografia: Jimmy Berliet

Montaggio:

Musiche: Erik Satie

Attori: Jean Börlin, Man Ray, Inge Frïss, Marcel Duchamp, Francis Picabia, Erik Satie, Rolf De Mare’, Georges Auric, Georges Charensol, Marcel Achard, Roger Le Bon, Pierre Scize, Louis Touchagues

Il cortometraggio completo di Entra’Acte (1924)

Nel 1900, quando la settima arte era appena al suo inizio, nel mondo artistico – culturale c’era aria di cambiamento, di rivoluzione culturale, di un bisogno interiore d’infrangere le vecchie regole forgiandole di nuove in grado di donare ai nuovi artisti dalla pittura alla letteratura un nuovo modo di concepire e fare arte. In Italia abbiamo il primo esempio di questa ondata rivoluzionaria con il Manifesto del futurismo del 1909 in cui si dichiarava che una rombante automobile era più bella della statua greca “Vittoria di Samotracia”, simbolo dell’arte classica. Nel 1916 venne redatto il Manifesto della Cinematografia futurista, che evidenziava come il cinema, nuova arte, fosse da considerarsi l’arte per eccellenza futurista non avendo una sua storia e delle proprie tradizioni artistiche. Il movimento italiano però non ebbe grande fortuna a causa dell’arrivo del fascismo ma la sua eredità culturale venne ripresa in Europa dove prese forma il movimento Dada.

Se in Italia purtroppo il fascismo scantonò nella mitologia distruttiva del fascismo e nella bieca retorica della razza, in Europa la sua eredita venne sviluppata e raccolta in senso più costruttivo; eredi del futurismo sono infatti tutti i movimenti artistici dell’Europa occidentale tra gli anni dieci e venti, primo fra tutti il dadaismo, fondato a Zurigo, nel 1916, da Tristan Tzara, e durato approssimativamente fino al 1923.

Sandro Bernardi in L’avventura del cinematografo

L’incontro tra la settima arte e il concetto Dadaista produsse diversi capolavori cinematografici tra cui spicca il film di René Clair Entr’acte (Entr’acte – Intervello, 1924), così denominato essendo nato come un intervallo cinematografico tra due parti del balletto Relâche, uno spettacolo dei Balletti Svedesi di Rolf de Maré con musica di Erik Satie, sceneggiatura e coreografia di Picabia e Jean Börlin. L’evento si tenne Théâtre des Champs-Elysées il 4 dicembre 1924. La musica per l’occasione è stata realizzata da Erik Satie ed eseguita dall’orchestra in sala. Il titolo però racchiude in sé anche altro, infatti nel senso dadaista Intervallo indica un cinema senza un posto preciso, un cinema libero da ogni barriera culturale e strutturale. La musica per l’occasione è stata realizzata da Erik Satie ed eseguita dall’orchestra in sala.

Trama di Entr’acte

Un cannone, posto sul tetto del Théâtre des Champs, punta minacciosamente sulla citta di Parigi. Due uomini entrano in scena, caricandolo e sparandolo. Da questo momento si assiste a un susseguirci rapido di scene di vita. Assistiamo a due individui che giocano a scacchi su una terrazza, a delle teste di alcuni fantocci, situati in un vagone del treno, sgonfiarsi e gonfiarsi, a due pugili che si esibiscono al place de l’Opéra e infine a una ballerina che danza su un pavimento trasparente. La storia poi rallenta su un cacciatore in abiti tirolesi che mira verso un uovo, un uovo che poi diventerà una colomba. Assistiamo alla morte del cacciatore tirolese e al suo funerale, in una carambola di frenesia dell’evento, di uomini alla rincorsa di una bara, e infine il gioco e l’inganno: il morto, ora prestigiatore, ritorna in vita e tutto ricomincia da capo.

Fotogramma finale Entr'Acte
Fotogramma finale Entr’Acte

Recensione di Entr’acte

La sceneggiatura, scritta dal pittore e scrittore francese Picabla, è molto semplice ed esile ma ben articolata nella sua suddivisione ad elenco, in grado di donare già a una semplice lettura, il ritmo narrato e le varie scene presenti nel cortometraggio con i loro vari personaggi. Il testo venne scritto su foglio di carta da lettera intestata del ristorante Chez Maxim’s. La regia d’Entr’acte invece venne affidata al cineasta René Clair (Parigi, 1898 – Neuilly-sur-Seine, 1981) che proprio con questo breve film della durata di ventidue minuti segnò il suo ingresso nel mondo della settima arte, dimostrando tutta la sua grande abilità narrativa e di uso della macchina da presa come strumento per rompere e plasmare il linguaggio cinematografico a suo gusto e piacimento. Entr’acte, come tutti i film del primo movimento dadaista (Le reour à la raison, 1923; Ballet mécanique, 1924), non si dimostra funzionale alla significazione ma, rifacendosi prettamente, alle poetiche e alle istanza del movimento a cui è riferito si basa su una concettualizzazione rivolta a un esplorazione di una scrittura cinematografica composita e discontinua, basata sulla libertà d’associazione di materiale eterogeneo, all’interno di un contesto non narrativo in cui l’elemento estetico e formale è dominante, dunque non a caso possiamo asserire che i corti dadaisti, come Intervallo, si basano su una loro verve astratta e non rappresentativa, in cui il montaggio assume un ruolo di primo piano all’interno della narrazione. Le immagini, eliminata da ogni catena concettuale, diventano assolute protagoniste del film, ove non hanno altro fine che raccontare se stesse giocando fra loro, associandosi, dissociandosi, componendosi e scomponendosi, in un gioco di montaggio, che si trascina dentro una sorta di film – balletto che esprime l’arte del movimento e del tempo, dove l’una viene mostrata e scancellata dinanzi all’altra, così assistiamo ad eventi che avvengo e si disfanno per ritornare indietro, come nel caso del finale oppure delle teste delle bambole che si sgonfiano per poi rigonfiarsi entro un gioco temporale che sembra non aver mai fine. 

La pellicola del resto intraprende un gioco sul surreale e sull’assurdo con il suo pubblico. All’inizio assistiamo a un uomo, il famoso musicista dell’epoca Erik Satie, che spara una cannonata contro lo spettatore come per risvegliarlo dal proprio torpore razionale nel leggere il mondo. Da questo momento ha inizio l’assurdo: due pittori, Marcel Duchamp e Man Ray, giocano a scacchi su una terrazza, nel bel mezzo della scacchiera fa la comparsa, attraverso un effetto visivo a maschera, una piazza. Poco dopo un forte getto l’acqua rovescia la scacchiera. Da questo istante farà la comparsa nel cielo una barca di carta che si muove sui tetti della cittadina seguendone il ritmo. La storia ci fa sempre più contorta e priva di logica, oppure di una logica assurda. Un esempio dell’assurdo che ci propone questo corto sta nella ballerina, un individuo che ci viene mostrato per tutta la durata visiva dal basso, noi vediamo il suo corpo, i suoi piedi e la sua grazia ma alla fine avviene l’ironia, la macchina da presa inquadra il volto del danzatore che non è una donna che pensiamo ma un uomo barbuto. Inseguito abbiamo la scena del funerale, uno dei massimi momenti di espressione del montaggio cinematografico, una scena creata con estrema sapienza di mezzi, che prende un elemento drammatico per riderci sopra, proprio seguendo l’idea dello scrittore italiano  Aldo Palazzeschi che chiedeva di “Trasformare i funerali in cortei mascherati”. La messa scena del funerale è apocrifa per certi versi. Non ci sono fiori ma al loro posto ciambelle, i cavalli non portano il carro funebre ma al loro posto c’è un cammello.

L’elemento di maggior interesse del cortometraggio non è dunque nella sua narrativa ma nel suo modo di usare le immagini per fare cinema e il linguaggio del cinema, dove il montaggio si erge a re del cortometraggio, soprattutto nella corsa funebre in grado di darci la sensazione di frenesia, di una folle corsa autostradale, dandoci la sensazione di essere in una montagna russa. Il regista usa tutte le tecniche fin ad allora conosciute del montaggio: la sovrimpressione, con due o più immagini sovrapposte tra loro, la dissolvenza incrociata, lo sprintscreen oltre ai numerosi rallentamenti, accelerati,  la soggettiva o il primo piano fino alla sparizione alla Mélies.

Rene Clair, Jean Biorlin, Picabia & Satie repetent le prologue de Relache
Photo iz knigi Anne Rey. Satie. Solfeges Seuil, Paris 1995.

In conclusione

Come nessun altro corto dadaista, Intervallo, dona allo spettatore la gioia di guardare e di scoprire l’immenso potere del montaggio. Agli spettatori del nuovo cinema la pellicola potrebbe risultare alquanto semplice e priva di interesse, ma invece, se oggi abbiamo gli effetti speciali e il montaggio che tutti noi conosciamo, lo si deve a quest’opera e a quelle delle avanguardie, opere che hanno saputo far evolvere la settima arte, portandola dai suoi albori narrativi alla sperimentazione e nel futuro.

Note positive

  • Regia
  • Montaggio
  • Musica
  • Scena del funerale

Note negative

  • /
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

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