Il Contagio (2017): il degrado morale macchia l’anima di borgata

Il Contagio

Titolo: Il contagio

Anno: 2017

Nazione: Italia

Genere: drammatico

Casa di produzione: Kimerafilm, Rai Cinema

Distribuzione: Notorius Pictures

Durata: 105 min

Regia: Matteo Botrugno, Daniele Coluccini

Sceneggiatura: Matteo Botrugno, Daniele Coluccini, Nuccio Siano

Fotografia: Davide Manca

Montaggio: Mario Marrone

Musiche: Paolo Vivaldi

Attori: Vincenzo Salemme, Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Giulia Bevilacqua, Maurizio Tesei, Nuccio Siano, Carmen Giardina, Lucianna de Falco, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Fabio Gomiero, Flonja Kodheli.

Trailer di Il contagio

Dopo aver girato il lungometraggio d’esordio Et in terra pax (2010), i registi italiani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini realizzano per il grande schermo una drammatica opera corale: Il Contagio. La pellicola – uscita nelle sale italiane il 28 settembre 2017 e aggiudicatasi due candidature ai Nastri D’Argento – è l’adattamento di una pièce teatrale tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore Walter Siti, insignito del Premio Strega nel 2013.

Trama di Il contagio

Nella Roma amorfa delle periferie, le esistenze di Chiara (Anna Foglietta) e Marcello (Vinicio Marchioni), Mauro (Maurizio Tesei) e Simona (Giulia Bevilacqua), si intrecciano con i vissuti degli umili di borgata, nella tela caotica della quotidianità, tracciando le fila di una fragile umanità decadente, divisa tra la speranza di una rinascita e il baratro della dipendenza.

Recensione di Il contagio

Con il termine contagio si indica la trasmissione di una malattia da un individuo a un altro. Nel film scritto e diretto dai due cineasti romani il titolo – a mo’ di sentenza lapidaria – evoca nell’immaginario del pubblico uno scenario di contaminazione che non risponde ai dati scientifici (e oggettivi) di un referto medico. Dunque, è una patologia metaforica quella che progressivamente si dissemina nelle vite (interiori ed esteriori) dei personaggi in scena. È la sete insaziabile di arrivismo, facili guadagni e desideri adrenalinici a coordinare i pensieri e le azioni di spietati affaristi e poveri diavoli. Tutti ugualmente destinati, in un modo o nell’altro, ad affondare nel mare torbido della corruzione, inevitabile via di accesso a un degrado morale che non concede possibilità di risalita.

La narrazione filmica procede attraverso l’adozione di un punto di vista corale che, partendo dalla rappresentazione dell’universale, giunge poi al particolare. Così, sotto la scia di note musicali malinconiche, si alza il sipario sull’anonima facciata ad archi di una palazzina popolare. La camera si muove lentamente inquadrando, via via, balconi ed esterni abitativi omologati, in cui si agitano, nel solco di una grigia ripetizione, i vissuti giornalieri di inquilini comuni, che spendono la giornata nel frivolo pettegolezzo e nel goffo tentativo di sbarcare il lunario, senza eccedere nella fatica.

quadro iniziale de Il contagio

Ecco presentato allo spettatore un eterogeneo e affollato quadro umano, dal quale è necessario partire, per entrare, progressivamente nell’intimo di ciascuna dimensione familiare e relazionale. La telecamera, allora, compiuto il suo dovere di rappresentazione generale dell’ambiente, comincia a varcare, con decisione, le soglie di casa. Comincia a farci entrare in contatto con una materia umana complessa, attraversata da sentimenti d’insoddisfazione, debilitazione, precarietà (emotiva ed economica). È questa la condizione sperimentata da Marcello e Chiara, marito e moglie solo sul piano formale. Un uomo e una donna ormai incapaci di ricordarsi le ragioni per cui, da ragazzi, si sono scelti. Lui, fissato con la palestra, squattrinato, dipendente dalla droga, impegnato in una relazione con un professore, Walter, esponente di quella classe borghese a cui non apparterrà mai; lei, una «credulona», come le diceva la madre. Una donna spossata, che si divide tra i dolori fisici e quelli dell’anima, causati dalla mancanza di un autentico amore coniugale che potrebbe risollevarla dai bassifondi della solitudine interiore.

Al racconto della loro (dis) umana condizione, se ne aggiungono, man mano, altri di eguale intensità descrittiva. Il tessuto narrativo, nella sua prima parte, si compone, dunque, di una macro storia entro cui si inseriscono altre micro narrazioni che concedono allo spettatore ulteriori spaccati di vita drammatici, spesi tra violenza, sopraffazione repressa e un’ingenua malavita.

Nonostante l’occhio filmico getti uno sguardo attento su una pluralità di individualità alla deriva, ad avere maggiore spazio visivo è comunque la quotidianità di Marcello e Chiara, incrinata dalla mancanza di un dialogo costruttivo. Dall’assenza di semplici gesti d’affetto che possono solo essere figurati con la forza di un’immaginazione effimera. Dalla presenza di un terzo (per niente) incomodo, che sa come ingraziarsi il corpo e il cuore di un uomo perso nell’abisso dell’inconcludenza.

Assieme a loro, emerge un altro nucleo di coppia: quella formata da Mauro e Simona, la cui solidità amorosa iniziale – sostenuta dall’entusiasmo del trasloco in un bell’appartamento – finisce pian piano con lo sgretolarsi. A favorire questo progressivo crollo è l’attaccamento, sempre più forte ed esasperato, all’atavica brama di potere. Alla rapida possibilità di elevare il proprio ruolo sociale, al fine di dare una svolta concreta a un’esistenza che, nella sua prospettiva, non merita di essere consumata nell’infimo spazio di borgata. A sostenerlo in una lotta (non) destinata al lieto fine, c’è la droga, unica strada per sopravvivere al ritmo frenetico degli affari loschi, che non possono dormire mai.

Mauro in una scena del film

Quel particolare a cui la narrazione, con efficacia, giunge, è da identificarsi con le egualmente fragili esistenze di Mauro e Marcello, legati da un’amicizia che non può resistere ai colpi brutali della criminalità organizzata, la quale, almeno per il primo, suscita un’attrazione troppo forte. Una tentazione insopprimibile che, al termine dei giochi, gli presenterà un conto salatissimo.

A incorniciare questo complesso universo di anime perdute ci pensa la voice over del professore, interpretato da un Vincenzo Salemme lontano dalla sua abituale veste comico-grottesca. Il suo è uno sguardo lucido, super partes, che si insinua nel corso della narrazione – con l’attitudine di chi scruta senza emettere giudizi schiaccianti – per descrivere con minuzia di dettaglio le sequenze sceniche cariche di erotismo velato, pathos e tensione emotiva. È un personaggio socialmente e culturalmente fuori dal coro, ma capace di entrare perfettamente nel tessuto intimo della storia sia per svelare, con eloquio poetico ed altisonante, i meccanismi della passione carnale e sia per ergersi al di sopra di quella corruzione morale di cui, al momento opportuno, offre una profonda visione critica. I suoi interventi fuori campo coincidono, di fatto, con la rappresentazione delle porzioni narrative più drammatiche, incrementate nel loro valore patetico, dalle solenni composizioni musicali di Paolo Vivaldi e da un funzionale uso del ralenti.

Marcello e Walter colti nell’istante prima dell’intimità sessuale (non mostrata).

In conclusione

Botrugno e Coluccini, affondando la lente nelle pieghe di un universo umano senza scampo, che si districa fra la materia di periferia e il sogno effimero della borghesia, ci consegnano, seppur nei limiti del luogo preso a riferimento, un affresco denso e veritiero della Capitale contemporanea, in cui, nel vortice impetuoso di una generale decadenza fisica ed etica, vinti e vincitori navigano la stessa rotta incerta e malandata. Ma accanto al marcio che inquina e contagia la dimensione ambientale e sociale rappresentata, rimane salda una certezza: la «traccia» di un «corpo» che «non morirà».

Note positive

  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Colonna sonora

Note negative

  • /

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