Il respiro della foresta (2021). Vivere al Monastero Yarchen

Il respiro della foresta (Dark Red Forest) di Jin Huaqing arriva al cinema il 22 – 23 – 24 Maggio con Wanted Cinema. Un documentario che ci avvicina al tema della fede in modo profondamente spirituale facendoci scoprire uno dei luoghi più remoti nel mondo.
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Il respiro della foresta. (2021)

Il respiro della foresta

Titolo originale: Dark Red Forest

Anno: 2021

Nazione: Cina

Genere: Documentario

Casa di produzione:Jin Huaqing Studio

Distribuzione italiana: Wanted Cinema

Durata: 85 minuti

Regia: Huaqing Jin

Sceneggiatura: Huaqing Jin

Fotografia: Huaqing Jin

Montaggio: Huaqing Jin

Musiche: Folk song from Ngari of Tibet

Attori:

Trailer de Il respiro della foresta

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Il 22, 23 e 24 Maggio 2023, viene distribuito, come film evento, nei cinema italiani, grazie a Wanted Cinema, Il Respiro della Foresta per la regia di Jin Huaqing, classe 1980, documentarista indipendente e docente cinese di fama internazionale, che nei suoi corti e mediometraggi ha affrontato temi come l’ambiente, i lavoratori e i giovani. Tra i suoi film: Living with Shame, Blossom with Tears, Lament of Yumen, Endless Road e The Tibetan Girl (2016). Il suo primo lungometraggio, Il respiro della foresta, ha ricevuto svariati premi come il Premio per il Miglior Documentario al Golden Horse Film Festival (2021) e il premio Speciale della Giuria al Seattle International Film Festival (2022).

Trama de Il respiro della foresta

Su un alto piano innevato in Tibet, 20.000 monache buddiste vivono insieme nel Monastero Yarchen, il luogo con la più grande concentrazioni di monache e monaci al mondo. Circondate da una natura aspra e isolate dal mondo esterno, le monache trascorrono le loro giornate a imparare i sutra e a meditare. Ogni anno, durante i cento giorno più freddi dell’anno, le monache tibetane, lontane dalle loro famiglie, si auto-confinano in piccolissime casette (scatole) di legno, che vanno a punteggiare il vasto altopiano del Tibet. Entro queste abitazioni improvvisate le buddiste sono in balia del maltempo e delle asprissime temperature invernali, vivendo ben a 4000 metri di altitudine. Queste donne ci offrono un assaggio della loro ricerca spirituale e della loro devozione religiosa che le porta ad affrontare i grandi quesiti sull’esistenza umana. 

Il respiro della foresta. (2021) - Huaqing Studio
Il respiro della foresta. (2021) – Huaqing Studio

Recensione de Il respiro della foresta 

La città delle monache Sichuan, è questo il soprannome che viene dato a Yarchen Gar (in Tibetano Yachen Orgyen Samden Ling). Una maestosa cittadina che funge a monastero buddista tibetano della scuola Nyingma, possedendo un istituto educativo di stampo religioso e una comunità residenziale situata all’interno della Repubblica Popolare Cinese, nel Sichuan, lato occidentale, un luogo in cui residenti sono essenzialmente monache, donne che vivono al contatto con la religiosità buddista, entro un mondo fatto di povertà e semplici gesti quotidiani dal sapore rituale. Nei tempi d’oro, lo Yarchen Gar, situato a 4000 metri d’altezza in una valle della contea di Pelyul, a ben quattrocento chilometri dalla capitale Chengdu, ha ospitato fino a 10.000 monache, monaci e praticanti laici, che l’hanno reso il luogo con la più grande concentrazione di religiosi al mondo. Il respiro della foresta racconta questo mondo, questo spaccato di società e di quotidianità, alquanto divergente dalla nostra concezione di modernità e di ventunesimo secolo. Osserviamo donne, di qualsiasi tipo di età, da bambine ad anziane, che durante i cento giorni del loro apprendistato, affrontano e in qualche modo risolvono, profonde questioni di vita e di morte, di sofferenza e guarigione, di karma e missione interiore, il tutto sotto lo sguardo attento e vigile di vari maestri, che li guidano nel loro percorso di comprensione del Buddismo e dal senso più profondo di Karma. La macchina da presa, il regista e gli sceneggiatori, non intervengono, non giudicano, non domandano ma osservano, ma riprendono e ci raccontano la semplicità della loro vita, entro pratiche di gruppo religiose e momenti di solitudine notturna, dentro delle fantomatiche casette di legno, in cui trascorrono le loro serate e giornate in rituali di meditazione. Entrare però in contatto con questo mondo, per il regista e la sua troupe non è stato così semplice.

Nell’inverno del 2014, ho incontrato alcune monache tibetane in una valle desolata a Ganzi, nella regione dello Sichuan. Le loro vesti marroni volteggiavano in aria mosse dal vento. Con la brina sulle ciglia, i loro sorrisi erano timidi e innocenti. Ho passato i giorni successivi con loro. La loro pace e il loro affetto hanno fatto aprire il mio cuore. Ho pensato che avrei potuto far provare le stesse sensazioni anche ad altre persone, se solo gli avessi fatto incontrare questo gruppo di naturaliste spirituali, se avessi fatto loro scoprire l’esistenza di questa “foresta religiosa”. Dopo questo primo in contro, ho deciso di passare un po’ di tempo con loro, immergendomi al cento per cento nelle loro vite, e riscoprendo una nuova visione delle cose. Dopo più di un anno con loro, il film non stava andando avanti. Nonostante fosse un monastero tibetano con il più alto numero di monache al mondo, era anche del tutto misterioso, austero e oscuro al resto del mondo. Il girato doveva essere approvato da diverse congregazioni e dai loro abati ad ogni step. Abbiamo fatto richiesta per filmare il ritiro dei cento giorni, la “sala dei Sutra”, la sepoltura celeste e altre scene pezzo dopo pezzo. I loro processi decisionali erano molto lunghi, ci dicevano spesso di aspettare ancora e ancora. Un altro aspetto importante da considerare era la nostra integrazione nelle loro vite. All’inizio erano molto sorprese e addirittura furiose nei confronti di un gruppo di ospiti “non desiderati”. Abbiamo per questo deciso di non portare con noi l’attrezzatura durante le prime visite. Progressivamente, siamo diventati parte delle loro routine quotidiane. Più e più volte, andavamo nelle loro cucine la mattina presto, ci sedevamo di fronte alla monaca incaricata di pensare al fuoco e stavamo in silenzio, ad ascoltare lo scoppiettio della legna. Esattamente come loro, sedevamo a gambe incrociate nella sala dei sutra durante il giorno, osservando in giro o anche solo restando fermi. Durante le notti, spesso sedevo con loro e assistevo alle conversazioni con i loro guru. E’ così che le abbiamo fatte abituare alla nostra presenza e convinte che non avremmo assolutamente disturbato le loro pratiche. Mi trovavo spesso in soggezione alla vista delle innumerevoli piccole capanne sulla collina o quando osservavo tutte quelle monache suonare i sutra insieme. Mi ricordavano una sorta di parata militare, o una densa e vasta foresta. L’idea di raccontarle come un unico gruppo era sicuramente più potente di tratteggiare le loro storie individuali. Diverse volte la notte mi ritrovavo piuttosto commosso quando ascoltato i guru e le monache discutere del significato della vita, della legge causa-effetto, della morte e della rinascita. Amo la natura di questo posto, il frusciare del vento freddo, la neve pesante che cade dal cielo e gli acquazzoni improvvisi. Sono tutti elementi che sembrava manifestassero il senso della vita.

Note di regia

Il regista fa un lavoro di osservazione di questo mondo, mostrando la vita di queste persone sia nelle loro tradizioni sia entro momenti di positività che di orrore; come non possiamo provare disgusto nel visionare quelle scene in cui un gruppo di avvoltoi divorano i corpi dei defunti, messi sul tempio del monastero per essere mangiati da questi uccelli, una scena che il cineasta non ci risparmia e che dona un estremo senso di malessere interiore, soprattutto se paragoniamo quelle pratiche funerarie alle nostre. Il problema della pellicola è l’eccesso di osservazione e l’assenza di focus narrativo, ovvero manca un personaggio centrale alla vicenda. Non essendoci una monaca eletta come protagonista, ma essendo il mondo come focus filmico, non riusciamo a empatizzare pienamente con la vicenda narrata, che nonostante sia interessante, tende verso un appiattimento ritmico, causato da un assenza di emozione narrativa. La bellissima fotografia doveva essere maggiormente affiancata da una sceneggiatura più accattivante, soprattutto lato informazioni. Ne Il respiro della foresta si vede, si scruta ma non abbiamo elementi di spiegazione sugli eventi e su ciò che stiamo vedendo, a eccezione di qualche breve didascalia. 

Non volevo realizzare un film di fantasia né prettamente informativo. Volevo solo mostrare il loro percorso esistenziale con immagini minimaliste, per svelare al meglio questo posto e questa realtà che sembrano provenire da un altro mondo. Ho nascosto la telecamera il più possibile e lasciato che i soggetti si muovessero liberamente, per catturare la loro vitalità, nel modo più essenziale possibile. Non ho posto loro domande e ho scelto di non inserire alcun suono che non provenisse da quel luogo, inclusa musica di sottofondo. Era importante per me e il mio team lavorare nel modo più naturale ed eticamente corretto possibile. Mi sento sinceramente fortunato ad aver avuto occasione di passare del tempo tra di loro. Negli ultimi sei anni, come un bambino che gioca con dei mattoncini, ho cercato di catturare un mondo incredibilmente bello e spero che gli spettatori riescano a percepirlo. Questo lavoro mi ha fatto ripensare al mio futuro e ha orientato la mia ricerca di una direzione, di un significato

Note di regia
Fotogramma di Il respiro della foresta. (2021)
Fotogramma di Il respiro della foresta. (2021)

In conclusione

Un film poetico e spirituale che sorprende lato fotografia. Una pellicola che ci permette di scorgere un mondo semi-sconosciuto lontano dai nostri standard culturale. La storia inizia nel 2017 e ci conduce alla fine di questo luogo religioso, avvenuto nel 2019.

Note positive

  • Fotografia
  • Scelta musicale 

Note negative

  • Nonostante una breve durata la pellicola risulta pesante
  • Maggior verve informativa 
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 923

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