Intervista al regista Hlynur Pálmason sul suo film Godland – Nella terra di Dio

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GODLAND è ambientato all’epoca in cui l’Islanda era sotto la dominazione danese. Cos’è che l’ha spinta a raccontare una storia su questo periodo storico?

La mia vita è stata divisa tra questi due paesi assai diversi fra di loro, che hanno contribuito a plasmarmi sotto diversi aspetti. Non è trascorso molto tempo da quando l’Islanda apparteneva alla corona danese e non ho mai visto il cinema interessarsi a questo soggetto. Il mio desiderio era esplorare gli opposti: nel paesaggio, nel temperamento degli uomini e nella lingua come fonte di incomprensione, ma anche gli opposti nelle convenzioni e nei sentimenti e come essi si rivelino quando questi due paesi vengono messi a confronto. Penso che l’eco di quell’epoca risuoni ancor oggi, perché, in un certo senso, non siamo molto differenti come esseri umani. Tutti noi proviamo ancora gli stessi sentimenti, desideri e bisogni primitivi e condividiamo lo stesso fato in quanto esseri mortali destinati a tornare polvere. Penso che sia meraviglioso leggere i diari o le lettere di quel tempo, o anche di altre epoche più lontane, e vedere che la mente della gente è attraversata dagli stessi pensieri che abbiamo oggi: “Quanti soldi ho per il pane e il vino? Ho visto una donna bellissima per strada. Oggi il tempo era terribile. Perché mi trovo qui?”

Lucas, il suo protagonista, compie un viaggio che lo porta dalla Danimarca a una remota regione dell’Islanda e si trova di fronte a questo contrasto.

Lucas è un giovane prete ambizioso e idealista. Quando però i suoi ideali sono messi a confronto con una realtà così spietata e così lontana dal suo mondo, perdono valore e vengono rapidamente schiacciati dalla realtà della vita, della natura o di come la si desideri chiamare. Credo che, sia io che Lucas, ci siamo lentamente resi conto, durante la lavorazione di questo film, di quanto siamo piccoli e di quanto sia breve il tempo che ci è concesso vivere su questo pianeta.

Com’è stato girare questo film?

Il film è stato scritto e pensato per essere girato nei luoghi in cui vivo. Il cavallo in decomposizione era quello di mio padre e l’ho filmato per oltre un anno sul campo del nostro vicino. Le vedute stagionali del ghiacciaio sono state girate per oltre due anni in un luogo dove, a fine estate, raccogliamo funghi. Il primo accampamento che si vede nel film è quello in cui, durante l’inverno, peschiamo le trote nel ghiaccio. La maggior parte delle location sono posti che ho visitato più e più volte e che lentamente hanno iniziano ad affiorare nella mia sceneggiatura. Alcuni di essi erano difficilissimi da raggiungere ed era impossibile arrivarci in macchina, per cui abbiamo dovuto portare noi stessi tutta l’attrezzatura a cavallo. Credo che farlo ci abbia permesso di ritrarre il paesaggio circostante in modo molto più fedele, perché abbiamo vissuto il viaggio insieme ai nostri personaggi. È stato un film molto impegnativo da realizzare. L’abbiamo girato in ordine cronologico: un’idea che si è rivelata vincente e che ora mi sembra l’unica possibile per poter realizzare un film del genere.

Fotogramma di Godland - Nella terra di Dio
Fotogramma di Godland – Nella terra di Dio

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Il suo stile narrativo e il suo modo di costruire la trama ricordano le saghe islandesi classiche. È da loro che trae ispirazione per la sua narrazione?

Presto sempre molta attenzione allo stile narrativo e al modo in cui il racconto deve scorrere. Questo aspetto mi interessa più della trama, che non ha mai ha avuto molta rilevanza all’interno delle mie opere, in quanto nella mia vita non ho mai vissuto trame. Ad esempio, ero molto eccitato all’idea di dividere il film in due parti: la prima parte è l’inizio del viaggio e la seconda è l’arrivo nel luogo dove costruiscono la chiesa. Creare un movimento dalla prima alla seconda parte è stato un processo molto creativo e appagante. Cerco spesso di trovare forme narrative che mi emozionino e mi facciano venire voglia di esplorare qualcosa di nuovo. La forma e la narrazione devono in qualche modo fondersi completamente l’una nell’altra.

La colonna sonora, escludendo la scena finale del film, è molto scarna. È quasi come sentire soffiare il vento

Per lungo tempo ho pensato che il film avrebbe potuto fare a meno di un compositore. Sapevo che a casa di Carl c’era un pianoforte e ho impulsivamente permesso a Ragnar di suonare l’armonica al matrimonio. La sceneggiatura prevede anche molte scene cantate: Ragnar con le sue vecchie poesie e all’apparizione delle sorelle, quando Ida intona una ballata sulla strada di casa e poi quando Anna, alla fine della cena, canta accanto al pianoforte. Pensavo che all’interno della narrazione ci fosse già abbastanza musica, ma da tempo ero in contatto con il musicista Alex Zhang Hungtai con cui avevo moltissima voglia di collaborare. Io e Julius Krebs Damsbo, il mio tecnico del montaggio, abbiamo ricevuto da parte sua alcune jam session di sassofono. Visto che ci erano piaciute molto, abbiamo provato ad inserirle nel film e ne è risultata una collaborazione fantastica. Alla fine Alex è stato anche l’autore delle musiche del nostro cortometraggio NEST, che abbiamo realizzato in parallelo con GODLAND. Ma sono d’accordo sul fatto che la colonna sonora assomigli molto al suono del vento, perché non sai mai bene quale strumento stai ascoltando. Ci pareva di non aver mai sentito questa musica prima d’ora. Era davvero misteriosa e ci sembrava adattarsi perfettamente a questo film.

Sembra che lei abbia girato il film pensando alla dagherrotipia. Lei e Maria von Hausswolff, la direttrice della fotografia, eravate affascinati dalle immagini di quell’epoca?

In realtà abbiamo utilizzato il processo a collodio-umido che, intorno al 1860, sostituì la dagherrotipia. In Danimarca Avevo assistito a una conferenza sul processo al collodioumido tenuta da Hörður Geirsson, uno specialista della storia della fotografia con cui successivamente strinsi amicizia. Hörður mi mostrò l’intero processo di preparazione di una lastra al collodio, la sua esposizione e il suo sviluppo, e io ne rimasi totalmente affascinato, innamorandomi della qualità dell’immagine e dell’odore dei reagenti chimici. La sua scoperta ha trasformato totalmente il mio processo creativo rendendo la scrittura della sceneggiatura particolarmente piacevole. All’improvviso, Lucas, il mio protagonista, aveva a disposizione questa moderna tecnica fotografica che a me è servita da legante per l’intero progetto. La scelta del formato da utilizzare è un problema che avevo già dovuto affrontare in un altro lavoro. Stavo sperimentando diversi formati cinematografici e mi sono reso conto che il vecchio formato Academy, con rapporto 1.37:1, era quello che meglio si adattava alle mie esigenze, poiché in alcuni dei miei lavori precedenti il formato panoramico mi aveva dato qualche problema. Girare con questo nuovo rapporto d’aspetto per l’inquadratura è stato semplice e divertente. I primi piani dei volti sono magnifici, mentre, impiegando il formato più ampio, avevo cominciato a evitare di avvicinarmi troppo ai soggetti. Credo inoltre che il mascherino nero crei un taglio più netto quando si passa da un’immagine all’altra e ciò aggiunge maggiore carattere a ogni cambio d’inquadratura. Il frame nero con gli angoli arrotondati ammorbidisce oltretutto l’immagine e le conferisce una splendida forma femminile quando questa si avvicina ai bordi. Il formato della pellicola è molto simile a quello delle fotografie di Lucas, quindi la scelta è stata ovvia.

È interessante che, per la maggior parte del tempo, il personaggio di Elliott guardi tutti. Solo nel finale sembra che qualcuno lo stia osservando. Può dirmi qualcosa di più su questa prospettiva?

Lucas è un forestiero, uno straniero in una terra inospitale e sconosciuta di cui non parla la lingua. Il film inizia mettendo in contrapposizione quest’uomo con il paesaggio e la natura, ma poi, man mano che si procede lungo il viaggio, questo conflitto si sposta tra il prete e la sua guida, trasformando la vicenda in una storia di “uomini contro”. Alla fine, abbiamo la sensazione che la prospettiva si sia spostata e che finalmente riusciamo vederlo… o che finalmente lui stesso sia in grado di vedersi. Si tratta dunque della parabola di un uomo che va contro sé stesso.

In questo film c’è un’intensità che mi ha ricordato SILENCE di Scorsese, anche per il suo carattere religioso. Ma quali sono state le sue vere fonti d’ispirazione?

Credo di essermi ispirato a ciò che mi circonda. Volevo realizzare qualcosa che fosse legato alle mie radici, al luogo da cui provengo e in cui sono cresciuto. Non avevo mai visto nessuno provare ad analizzare sul grande schermo il rapporto che c’è fra l’Islanda e la Danimarca. Ho quindi pensato che fosse interessante farlo e mi sono lasciato trasportare molto rapidamente da questa storia di finzione.

È davvero molto interessante il rapporto che si crea tra questi due uomini, interpretati da Elliott Crosset Hove e Ingvar Sigurðsson. Come ha visto il loro conflitto, che possiede al contempo alcune componenti di fascinazione reciproca?

Per molti versi ho visto questi personaggi come due opposti. Lucas, colui che porta la luce, è un uomo giovane e ambizioso, colto e idealista, che sbarca su questa terra straniera e si scontra con una natura che lentamente lo spoglia di tutto ciò che possiede e lo sconfigge. Ragnar, più anziano, è un uomo della natura che ovviamente si sente completamente a suo agio nelle lande selvagge dell’Islanda. Nella seconda parte del film, egli si trova però un po’ fuori dal suo elemento e vediamo anche lui combattere contro i propri fantasmi e affrontare quella paura di Dio spesso radicata nella gente di quell’epoca. Ero assolutamente determinato a ritrarli entrambi come esseri umani e non volevo che nessuno dei due fosse unicamente buono o cattivo. Non volevo che Ragnar apparisse come una specie di amante zen della natura o Lucas come un fanatico religioso. Desideravo che li vedessimo come un’unica cosa, ma che si dimostrassero anche capaci di sorprenderci e di diventare qualcosa di totalmente diverso.

La storia è pervasa da una atmosfera “western”, visto che lei ci fa vedere una nazione intenta a costruire sé stessa. È stato qualcosa di voluto?

Sono d’accordo sul fatto che nel film ci sia un’atmosfera western. Credo che derivi dal fatto che sia possibile percepire il conflitto interiore dei personaggi attraverso il modo in cui viene rappresentato il mondo che li circonda. Questo è tipico dei western, ma in realtà credo che sia anche una componente stilistica della letteratura islandese con la quale sono cresciuto e che continuo a leggere tutt’oggi. Penso che qui in Islanda il clima, le stagioni e il paesaggio ci plasmino molto profondamente. Dunque è forse meglio parlare di un “northern” che di un “western”.

Lei ha lavorato ancora una volta con sua figlia. Intende continuare a farlo?

Ida, come i miei altri due figli, ha lavorato con me sin dagli esordi. Abbiamo appena partecipato alla Berlinale con il cortometraggio NEST che ho realizzato assieme a loro. Sono molto affezionato a quel film e ci siamo divertiti un sacco a realizzarlo, perciò adesso stiamo lavorando al prossimo cortometraggio, intitolato GIOVANNA D’ARCO. Ida ha avuto ruoli molto importanti nei miei film e mi piacerebbe scriverne altri per lei. È una ragazza molto intelligente e simpatica. Sono sicuro che gireremo altri film assieme… sempre che non si stanchi di me!

Lei ha vissuto in Danimarca dove ha incontrato molti dei suoi collaboratori. Ha detto di sentirsi a metà fra questi due paesi: ciò ha dunque influenzato questa storia?

Il titolo del film è ispirato a una poesia di Matthías Jochumsson, un poeta islandese che studiò in Danimarca per poi ritornare successivamente con la sua famiglia in Islanda. Dopo aver trascorso un inverno terribile, scrisse un’invettiva o un “poema d’odio” contro l’Islanda, intitolata VOLAÐA LAND. In seguito venne aspramente criticato e fu obbligato a scrivere una contro-poesia in cui elogiava la bellezza e le meraviglie di questo paese. Forse il prossimo film che realizzerò dovrà essere una sorta di contro-poesia a questa pellicola, in cui ci mi farò trasportare dal nazionalismo. La cosa buffa è che mentre facevo le ricerche per il mio film ho scoperto che il mio bis-bisnonno, a un certo punto della sua vita, prese in gestione la terra di Matthías Jockumson e si dice che i due fossero diventati amici

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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

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