Julien Donkey-Boy (1999): The eternity chaos

Julien Donkey-Boy (1999): The eternity chaos 1

Julien Donkey-Boy

Titolo originale: Julien Donkey-Boy

Anno: 1999

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Drammatico

Produzione: 391 Production, Forensic Films, Indipendent Pictures

Distribuzione: Fine Line Features

Durata: 99 minuti

Regia: Harmony Korine

Sceneggiatura: Harmony Korine

Fotografia: Anthony Dod Mantle

Montaggio: Valdis Óskarsdóttir

Musiche: David Pajo

Attori: Ewen Bremmer, Chloë Sevigny, Werner Herzog, Evan Neuman

Trailer di Julien Donkey-Boy

Trama di Julien Donkey-Boy

Julien è un ragazzo schizofrenico; questo è il punto principale sul quale prende vita l’intero film, ma bisogna dire altro. Bisogna dire che egli vive in un sobborgo di una periferia americana, e che è parte di una famiglia distrutta; che sua sorella è incinta e non vuole rivelare l’identità del padre, ma allo stesso tempo intrattiene un rapporto particolare con il fratello, finge di essere sua madre durante alcune telefonate e cerca di rincuorarlo anche per quanto riguarda le sue condizioni psichiche. Bisogna anche dire che Chris, fratello del protagonista, è ossessionato dalla volontà di diventare un wrestler e di essere un vincente nella vita, e che il padre, infine, rimasto profondamente colpito dalla morte della moglie, infligge in modo continuo abusi fisici e psichici sui figli. Il film, girato in miniDv, e utilizzando solamente telecamere a mano, a spalla e nascoste, è il secondo lungometraggio di Harmony Korine, regista che con la sua opera prima, ovvero Gummo (1997), era riuscito a sconvolgere e disgustare, in senso positivo, gli spettatori. Julien Donkey-Boy, inoltre, è il primo film di produzione americana ad aderire al manifesto del ‘Dogma 95’, nonostante la costante presenza di musiche extra diegetiche.

Julien Donkey-Boy (1999): The eternity chaos 2
Julien (Ewen Bremmer) – Julien Donkey-Boy

Recensione di Julien Donkey-Boy

A 22 anni dall’uscita nelle sale di Julien Donkey-Boy è necessaria una rilettura del film e una sua rivalutazione tecnica e artistica. Questo lungometraggio è l’opera più solida, reale e poetica dell’intera cinematografia di Korine, la quale conta in totale sette film e tredici tra corti e video musicali. Solida perché il film è costruito su una base salda, ovvero quella del documentario; infatti, oltre all’evidente taglio documentaristico della regia e del montaggio, esplicitato dall’utilizzo di telecamere a mano, a spalla e nascoste e dal jump-cut e stop-motion del montaggio, il film doveva avere come attore protagonista il vero zio di Korine, cioè colui sul quale è basato il personaggio di Julien, e dal quale Ewen Bremmer, qui alla sua interpretazione più grande, ha dovuto rubare modi di parlare e di agire. Reale perché, se non avesse aderito al ‘Dogma 95’, si dovrebbe parlare di una delle più interessanti opere neorealiste del post-dopoguerra.

La condizione umana di Julien è rappresentata in modo crudo, non è presente alcun tipo di filtro; anche gli altri componenti della famiglia, tranne la nonna che ha un ruolo puramente di contorno, vengono svelati allo spettatore esplicitamente, così come vengono svelati i legami emotivi che legano fratelli e padre tra loro; la dolcezza che Julien dimostra per i propri fratelli, l’amore di Pearl verso Julien, il disprezzo del padre per i tre figli, soprattutto per Chris non considerato all’altezza di essere uomo e la causa della morte della madre. Neorealista è anche il modo in cui viene descritto l’ambiente in cui si svolgono le azioni; del sobborgo degradato in cui la famiglia vive e gli interni in cui si svolge la maggior parte della storia non ci viene offerto molto. L’ambiente qui è espresso dalle figure che circondano i protagonisti; la comunità di persone non vedenti in cui lavora Julien, il batterista senza braccia, il rapper albino, il mago che ingoia decine di sigarette accese e il ragazzino ebreo che condivide con Julien gli ultimi minuti del film, prima del finale di una pesantezza umana unica, ci comunicano, senza volerlo, i luoghi e la condizione sociale in cui vivono. Inoltre, anche i dialoghi aiutano lo spettatore a comprendere tutto ciò; come per esempio quando Werner Herzog, che nel film interpreta il padre, dice a Chris: “Non c’è nessun vincente tra noi”.

Julien Donkey-Boy, infine, è poetico nel senso in cui Pier Paolo Pasolini intende il cosiddetto cinema di poesia; e cioè, a differenza del cinema di prosa in cui in cui i protagonisti classici sono i personaggi, la loro storia e il loro ambiente (è il caso di Gummo girato due anni prima), nel cinema di poesia il protagonista è lo stile. Nel primo caso la macchina da presa non si sente, nel secondo caso, invece, si sente la presenza della macchina da presa; e mai come in questo film, nonostante i personaggi carichi di dramma, è presente in modo chiaro ed esplicito lo stile di Korine. In breve, la seconda fatica su celluloide del regista di Nashville è il punto più alto che egli abbia mai toccato nella propria breve (per ora), difficoltosa e allucinante carriera; ed è indecente il modo in cui sia anche il punto più oscuro, snobbato e meno riconosciuto della breve (per ora), difficoltosa e allucinante carriera di Harmony Korine.

Note positive

  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Interpretazioni
  • Realtà del racconto

Note negative

  • La storia può risultare ostica per alcuni spettatori

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