La luce nella masseria (2023). La conferenza stampa

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Il 3 gennaio 1954, la Rai avviò il regolare servizio di trasmissione su tutto il territorio italiano, portando la televisione nelle case degli italiani. Entro il 1965, gli abbonati superarono i 6 milioni. “La luce nella masseria” racconta l’arrivo della televisione in una famiglia del Sud Italia negli anni ’60, concentrandosi su una famiglia di Matera, città della Basilicata che pochi anni prima era stata definita “vergogna nazionale” da Palmiro Togliatti a causa delle condizioni di vita precarie degli abitanti. In quel periodo, la popolazione, in gran parte impegnata nell’agricoltura, stava vivendo una significativa migrazione verso il nord e all’estero, mentre il progresso e l’industrializzazione causavano uno svuotamento delle campagne. La storia si svolge durante il momento in cui il progresso e le prime fabbriche stavano cambiando radicalmente la vita nelle campagne, portando a uno sconvolgimento delle relazioni sociali radicate nella tradizione. La famiglia al centro del racconto rappresenta una realtà comune, in cui l’arrivo della modernità crea una frattura nella civiltà contadina e compromette i momenti di condivisione e socialità che caratterizzavano la vita familiare. Nonostante le difficoltà della vita rurale, la famiglia era solida e vissuta come una fonte di felicità, ma la televisione diventa il mezzo per mantenere viva quella socialità. Riunirsi intorno al televisore diventa un’esperienza collettiva e sociale grazie alla forza aggregatrice dei programmi dell’epoca.

Conferenza stampa del film Rai La luce nella masseria (2023)
Conferenza stampa del film Rai La luce nella masseria (2023)

Il 22 dicembre, alle ore 12.00 presso la Sala degli Arazzi Rai, Viale Mazzini 14 – Roma, si è tenuta la conferenza stampa del film dove hanno partecipato Luca Barbareschi per Èliseo Entertainment con la collaborazione di Rai Fiction, gli attori Domenico Diele e Aurora Ruffino, il Direttore Rai Fiction Maria Pia Ammirati e i registi Riccardo Donna e Tiziana Aristarco.

Note di regia

Un film a quattro mani e già questo rende per noi La luce nella masseria un’esperienza diversa. Abbiamo fatto in carriera alcune serie tv insieme, dividendoci le puntate, ma questa volta è stato diverso. Due registi che dovevano diventare uno. Abbiamo messo in gioco tutto l’affiatamento che abbiamo, anche come coppia, per arrivare a un unico punto di vista su questo racconto così delicato. Matera è una città magica, che rende il tempo del racconto ancora più lontano di quel che in effetti è: il 1962. Ci ha accolto un maggio piovoso (ma quasi non si vede), il nostro cast è diventato una famiglia già alla prima lettura. Questa è la magia del cinema, ma non sempre va così. Poi un gruppo di bambini materani, tutti alla prima esperienza, (interpretano i nipotini) messi insieme dal destino e dai provini, sono diventati amici indivisibili. I loro occhi sinceri e curiosi illuminano il film. Come dicevamo siamo nel lontano 1962, Pinuccio ha nove anni e a modo suo ci racconta la vita della sua grande famiglia rurale, che fa i conti con le amare sorprese della vita e con l’arrivo della modernità. Ecco che l’avvento della tv diventa un momento epocale nella memoria di Pinuccio: “Quel pomeriggio, come in un sogno vidi la Rai Radiotelevisione italiana invadere Matera, portando il progresso… Più tardi scoprii che non era proprio un’invasione, ma il colpo fu comunque potentissimo.” È proprio vero che nella memoria dei bambini tutto diventa più grande, più immaginifico e noi abbiamo cercato di essere fedeli a quello sguardo, facendolo diventare una cifra stilistica. Ci siamo calati nella personalità di questo bambino, divertendoci a giocare con i suoi ricordi e anche un po’ con i nostri che dal ‘62 ci siamo passati… Certo da noi al nord, per strada c’erano più automobili e meno muli, avevamo certamente più cose, la modernità era arrivata prima… Però ascoltavamo le stesse canzoni e soprattutto vedevamo gli stessi programmi alla televisione. Infatti, è proprio la televisione che inconsapevolmente muove i fili del destino della famiglia di Pinuccio. Realizzare questo lavoro, è stato per noi tutti, una specie di viaggio nel tempo. Abbiamo girato realmente molte scene nelle case originali dei sassi di Matera. Con grande cura abbiamo ricostruito quel mondo che in quegli anni viveva ancora senza acqua corrente, senza servizi igienici e con gli animali dentro casa per scaldarsi. Ma questo aspetto del film, così unico, così ingombrante, a poco a poco fa un passo indietro e diventa semplicemente il palcoscenico per una storia che ti prende e non ti lascia più, dolce e drammatica, che porta lo spettatore inevitabilmente a piangere di gioia.

Maria Pia Ammirati – Direttore Rai Fiction

Noi, insieme a Luca Barbareschi e ai nostri registi, insieme alla Rai, abbiamo deciso di realizzare una bella favola di Natale. Crediamo che siano necessarie grandi favole educative e leggere, quelle che ci portano lontano, riflettendo su cosa siamo stati e su ciò che probabilmente non saremo più. Questa è una favola vista attraverso gli occhi di un bambino, quindi non è né amara né oscura, ma è luminosa, come spero possiate percepire voi. In questo film parliamo molto di noi stessi, della Rai, del servizio pubblico e della televisione. Quindi è una favola luminosa che celebra i 70 anni di questa azienda, criticata, amata, odiata, ma che ha scritto la storia della tecnologia, della cultura e del sociale di questo paese. Ha rifondato un paese che non esisteva, utilizzando un linguaggio comune, e questo è uno dei grandi concetti che ritroveremo in questa storia. Soprattutto, ha cercato di tracciare una mappa di questo paese che era composto da mille borghi, mille altri paesi, mille regioni, dove la gente non si conosceva e non poteva conoscersi perché era lontana. Questa è la grande favola: la capacità di riavvicinare tutti, di riportare tutti a un centro e di raccontare quello che siamo stati. Naturalmente, la storia è ambientata in un luogo magico, la Lucania, una terra meravigliosa, in particolare Matera e la bellezza dei sassi.

Tiziana Aristarco – Regista

È stata una bella avventura perché, avendo già lavorato insieme in progetti seriali in cui dividevamo un po’ il lavoro, in questo caso ci siamo seduti entrambi davanti al monitor, una situazione nuova per noi, me e Riccardo Donna. Inizialmente ero piuttosto preoccupata, ma è stato sorprendentemente naturale creare una sinergia così positiva tra di noi. Siamo riusciti a seguire meglio, ognuno di noi, l’aspetto che nel cuore desiderava maggiormente, conferendo al film un valore aggiunto. Con i tempi a cui siamo abituati a lavorare, spesso si fatica a fare progressi, ma lavorando in coppia siamo riusciti a organizzarci meglio e a dedicare più tempo a ogni dettaglio. Io mi sono occupata principalmente della banda di bambini, mentre lui si è concentrato sulla regia. In sostanza, Luca ha fatto un affare prendendo due al prezzo di uno ed è stata un’esperienza molto positiva.

Riccardo Donna – Regista

Confermo, è stato un film emozionante anche per questo motivo, poiché ci ha dato l’opportunità di metterci alla prova sul lato intellettuale, il che è stato stimolante. Inoltre, il fatto di trovarci a Matera anziché a Roma ha aggiunto un tocco speciale all’esperienza. È un film che rimarrà indelebile nella nostra memoria. Per me, è stato un bel regalo poter contribuire al film dei settant’anni della Rai. Considerando che ho firmato il mio primo contratto con la Rai nel gennaio del ’81, sono orgoglioso di poter celebrare questa occasione in questo modo. Devo tutto alla Rai.

Domenico Diele – Attore

Vincenzo è uno dei tre fratelli e una sorella della famiglia Rondinone, che ha perso la madre, lasciando il padre come unico capo famiglia. I due fratelli maschi di Vincenzo sono già sposati e hanno figli, così come la sorella maggiore, il cui primogenito è già all’università. Vincenzo, il più giovane, non si è ancora sposato. La morte della madre qualche anno prima e le difficoltà economiche sembrano aver ritardato il suo desiderio di matrimonio. Tuttavia, quando sembra che stia per realizzare questo passo importante, scopre di dover affrontare una prova che lo lascia confuso su come affrontarla e rispondere. In una scena chiave con il personaggio di Imma, con cui Vincenzo avrà una storia d’amore, lui spiega che la malattia gli impedirà di lavorare e camminare. Questo lo confonde, poiché per lui, così come per molti, la propria identità è spesso legata a ciò che fa. Nella sceneggiatura, durante questo momento cruciale della storia di Vincenzo, si sente la canzone “C’è Spento il Sole” di Celentano. Questa frase diventa fondamentale per descrivere il suo stato d’animo. “C’è spento il sole” è un paradosso, ma rappresenta esattamente ciò che Vincenzo sta vivendo. Successivamente, avrà una storia d’amore con una donna molto moderna per quei tempi, Imma, che decide di prendere in mano la situazione e cercare di aiutarlo a fronteggiare la malattia nervosa degenerativa che lo affligge. Nonostante il desiderio di mantenere una leggerezza nella storia, ho dovuto narrare questa parte più drammatica dei colori della vita di Vincenzo.

Aurora Ruffino – Regista

Imma è una giovane donna che, a causa delle difficoltà che ha vissuto, ha sviluppato una determinazione straordinaria come mezzo di sopravvivenza. Le sue esperienze l’hanno spinta a trasformarsi in modo naturale, poiché la necessità di sopravvivere induce una risposta personale. La sua personalità è caratterizzata da una determinazione illimitata, sognando l’indipendenza, la libertà e la possibilità di studiare. Decide di lasciare Mantea e trasferirsi a Matera per inseguire il sogno di diventare infermiera. Imma si armata di coraggio, forza e spirito avventuroso, affrontando le nuove sfide della vita. Parte da sola, guidando una macchina, suscitando sguardi strani da parte degli altri. Imma diventa un simbolo di modernità, e in lei, l’autore della storia si ritrova, trovando punti in comune come il desiderio di indipendenza, libertà e verità.

Personalmente, sono felice di far parte di questo progetto che celebra la Rai e la televisione, poiché anch’io lavoro in Rai da quattordici anni, contribuendo a numerose fiction e film televisivi. Sono profondamente grata alla Rai perché mi ha offerto l’opportunità di vivere di questa professione, e per questo sarò sempre riconoscente.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 892

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