Marilyn ha gli occhi neri (2021): nel caos l’unione fa la forza

Marilyn ha gli occhi neri

Titolo: Marilyn ha gli occhi neri

Anno: 2021

Nazione: Italia

Genere: commedia, sentimentale

Casa di produzione: Groenlandia, Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 112 min

Regia: Simone Godano

Sceneggiatura: Giulia Louise Steigerwalt

Fotografia: Matteo Carlesimo

Montaggio: Gianni Vezzosi

Musiche: Andrea Farri

Attori: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Thomas Trabacchi, Mariano Pirrello, Orietta Notari, Marco Messeri, Andrea Di Casa, Ariella Reggio, Valentina Oteri.

Trailer del film Marilyn ha gli occhi neri

Marilyn ha gli occhi neri (2021), commedia sentimentale diretta da Simone Godano, è un film dai toni agrodolci che, alternando ingredienti comico – grotteschi e drammatici, racconta con sincerità e schiettezza le potenzialità dell’eccentrica alterità e la forza costruttiva di un collettivo che fa del disagio psichico un punto di forza. La pellicola – presentata in anteprima il 2 ottobre 2021 al Bif&st di Bari – si è aggiudicata una nomination ai David di Donatello (2022) per la miglior canzone originale (Nei tuoi occhi, scritta e cantata da Francesca Michielin, su musica di Andrea Farri) ed è stata distribuita nelle sale italiane a partire dal 14 ottobre 2021.   

Trama di Marilyn ha gli occhi neri

L’occhio filmico di Godano si focalizza sulla rappresentazione multiforme della diversità: essa porta il nome di Chiara (Miriam Leone) e Diego (Stefano Accorsi). Due anime in tormento che si conoscono in un centro diurno di riabilitazione per persone con disturbi comportamentali. Le loro esistenze caotiche e disastrate si intrecciano con quelle di altre persone speciali che covano, ciascuno a suo modo, un mondo dentro. Tutti vengono coinvolti dal loro psichiatra Paris (Thomas Trabacchi) nella gestione di un laboratorio di cucina, affinché imparino a collaborare fra loro, portare avanti degli obiettivi prefissati, responsabilizzarsi e capire l’importanza dello spirito di squadra. Ma questo, evidentemente, non basta. Infatti, sono proprio Chiara e Diego ad alzare la posta in gioco: perché non trasformare un grezzo laboratorio sperimentale in un vero e proprio raffinato ristorante? È l’inizio di una folle, coinvolgente avventura culinaria. Sarà l’occasione che permetterà ai nostri personaggi di crescere, trasformare le debolezze in fortezze, mettere a frutto le proprie capacità e imparare l’arte dell’amore.

Recensione di Marilyn ha gli occhi neri

Prima del film, attenzione ai titoli di testa. Quelli di Marilyn ha gli occhi neri suonano Regina della Notte Due de L’orchestra di Piazza Vittorio. In scena svolazzano una serie interminabile di oggetti, piatti, vetri e cristalli in procinto di rompersi. Un salone elegante e una tavola imbandita con cibo prelibato ci sussurrano all’orecchio che siamo in un ristorante sciccoso. L’armonia si infrange, perché la collera vince sulle buone intenzioni. È la rabbia di Diego a fare il primo ingresso sul grande schermo, uno chef caparbio, un tantino suscettibile che, in apertura filmica, con poche (ma eloquenti) mosse, già mostra, senza margine di errore, la sua indole. La sua natura irascibile, difficile da controllare, da tenere bada agli occhi del mondo. E lo spettatore lo sa. Comprende di trovarsi di fronte a un individuo che si distingue dalla massa.

Inizio film: Diego ripreso dopo aver riversato la sua foga distruttiva sulla sala del ristorante in cui lavora.

A poco a poco, scopriamo che Diego balbetta; ha accumulato negli anni delle nevrosi, che è separato con una figlia che vede nei fine settimana con la supervisione degli assistenti sociali. Insomma, non una vita facile. La sua testardaggine e iracondia, che lo rendono un soggetto poco stabile, con il quale è complicato competere, si scontra con la vitale eccentricità di Chiara, un’attraente bugiarda patologica perennemente immersa nei suoi evanescenti sogni di attrice. Accanto a loro si staglia con energia una combriccola d’individui traboccanti di problematiche psichiche: chi soffre della sindrome di tourette, chi crede di essere un agente dei servizi segreti sotto copertura, chi si rifugia nel mutismo per sfuggire all’esterno e chi reprime il suo vero io per poi dargli la sembianza di fantasmi inquietanti disegnati su una parete. In un quadro umano ricco di bizzarrie e fragilità, ciascuno dei personaggi, si fa conoscere per quel che è, mettendo a nudo la propria (complessa) personalità. Ed è proprio il loro essere spudoratamente atipici a renderli personaggi irresistibili, per i quali non si può non fare il tifo e provare una trascinante empatia.

L’occasione per ciascuno di accettarsi e farsi conoscere al mondo, senza riserve e inibizioni, arriva grazie all’apertura improvvisata del ristorante Monroe. Quella che inizialmente sembrava essere una pura fantasia sognante, un modo come un altro per infrangere l’immobilità della routine del centro diurno, si trasforma, d’improvviso, in solida realtà. La fondatrice immaginaria del Monroe è Chiara. È lei a creare un blog in cui inizia, per gioco, a recensire e a tessere le lodi di un locale che, agli effetti, non esiste. Bastano, però, poche parole accattivanti e incisive, qualche stuzzicante fotografia di piatti gourmet e il gioco è fatto. In poco tempo, il ristorante e le sue fotogeniche pseudo prelibatezze cominciano ad attirare l’attenzione di molti utenti, desiderosi di immergersi nell’atmosfera familiare e contemporanea offerto dal sito gastronomico.

Chiara recensisce il fantomatico Monroe

Se inizialmente Chiara si dimostra titubante nel dare fiducia all’apertura del locale, Diego, al contrario, seppur gravato dalle sue solite ansie, si dimostra più deciso. La ragione è semplice: sa che non può deludere la figlia, la quale desidera a tutti i costi vedere dove il padre lavora. E non può certo mostrarle le amorfe sembianze di un triste e spoglio laboratorio di cucina, privo di qualunque tipo di attrattiva estetica. E allora, bisogna per forza dare vita, forma e colore al Monroe.

È in questo luogo reinventato che si gioca la partita semantica principale: quella della diversità che, in una realtà di anonima e piatta normalità, si prende lo spazio che merita, dominando la scena in prima linea, senza timore di essere sottoposta a un giudizio denigratorio. A stare sotto le luci della ribalta, infatti, sono personaggi fuori dagli schemi. Individui che, per le loro inconsuete specificità caratteriali, in una conservatrice, canonica cornice sociale, risultano, a tutti gli effetti degli esclusi. Persone da emarginare, verso cui nutrire (anche involontariamente) sospetto e diffidenza. Questo perché, come ricorda Chiara, intervenendo con la voice over, a corredo della narrazione, «la sofferenza degli altri fa tanta paura. E non ne sappiamo neanche il motivo». L’azione più logica, allora, sembra essere quella di allontanare ciò che suscita timore; ciò che, razionalmente, non riusciamo a spiegare. E la malattia, assieme al dolore che vi è connesso, rientrano proprio nelle questioni più difficili da comprendere e metabolizzare. Si presentano come accidenti che vanno a infrangere l’equilibro (apparentemente) armonico delle nostre esistenze; sono quella nota stonata che non vorremmo mai eseguire e ascoltare. Eppure esiste. E’ accanto a noi, tutti i giorni. Per cui è necessario farci i conti. È necessario che le eccezioni siano la regola. Il regista Simone Godano, con la penna di Steigerwalt, prova a far passare questo cruciale messaggio.  

Il Monroe, dunque, più che un semplice ristorante che apre le porte a una coda chilometrica di clienti affamati, rappresenta lo spazio metaforico di un riscatto personale da una condizione d’isolamento ed esclusione. Si identifica come la possibilità concreta per un «gruppetto di matti» di dimostrare il proprio valore, talento e creatività, al di là degli strappi, delle lotte interiori e degli eccessi emotivi. Ciascuno personaggio, così, motivato e coinvolto con entusiasmo nella pazza avventura gastronomica ideata da Chiara e Diego, dimentica di sentirsi diverso. Dimentica di doversi preoccupare degli sguardi degli altri. Di quelle occhiate straniate e compassionevoli. Semplicemente, ognuno è sé stesso. E, in questa autentica veste, tutti, tra alti e bassi, riescono a credere in un obiettivo condiviso, a lavorare in gruppo, a divertirsi. In altre parole, riescono a mostrare il loro lato migliore.

Una foto di scena di Marilyn ha gli occhi neri

Accanto alla partita dell’alterità, è immancabile quella dell’amore. Di quel sentimento che non conosce tanto la rapidità effimera del colpo di fulmine quanto l’attesa paziente del conoscersi (e imparare ad accettarsi e volersi bene) passo dopo passo, battibecco dopo battibecco. È un legame sin da subito movimentato quello tra i due protagonisti del film. Un rapporto complicato dalla somma scoppiettante di due caratteri testardi, poco inclini a ridimensionare il proprio ego smisurato. Una connessione giocata su un’aspra e ritmata contesa verbale che non mancherà – tra la profondità del dialogo e la dolcezza di un ritornello che suona I wanna be loved by youdi trasformarsi in alchemica intesa.

Chiara e Diego cantano I wanna be loved by you di Marilyn Monroe.

In conclusione

Simone Godano realizza una pellicola che, non cedendo mai il passo a una facile retorica, tratteggia con rispetto e lucidità di sguardo l’enorme potenziale che si cela nell’altro. Quella vitalità d’azione e intenzione che si nasconde anche – e soprattutto – in chi sperimenta un urto esistenziale, e aspetta solo di uscire allo scoperto, al momento opportuno. Quello spirito collettivo di rivalsa che si annida in individui che, come chiunque su questa terra imperfetta, vogliono solo avere la possibilità di vivere una vita senza filtri, per amare ed essere corrisposti.

Note positive:

  • Regia
  • Sceneggiatura
  • interpretazione degli attori

Note negative:

  • /

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