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Memories
Titolo originale: Memories
Anno: 1995
Nazione: Giappone
Genere: Animazione, Fantascienza
Casa di produzione: Studio 4°C, Memories Production Committee
Distribuzione italiana: Sony Pictures Entertainment Italia, Dynit
Durata: 113 minuti
Regia: Katsuhiro Otomo, Koji Morimoto, Tensai Okamura
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Katsuhiro Otomo
Musiche: Yohko Sugano, Jun Miyake, Hiroyuki Nagataka
Doppiatori originali: Koichi Yamadera, Shigeru Chiba, Hideyuki Tanaka, Masatoshi Nagase, Megumi Hayashibara, Toshio Furukawa
Trailer di “Memories”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Se dobbiamo parlare di una figura di estrema rilevanza per la cultura nerd orientale — e, in particolare, dell’influenza che i suoi lavori hanno esercitato sia sulla settima arte sia sul mondo fumettistico — non possiamo non citare Ōtomo Katsuhiro, fumettista, sceneggiatore e cineasta giapponese classe 1954. Un vero maestro dell’animazione e, soprattutto, un visionario capace di creare narrazioni originali, filosofiche e profondamente umane, che invitano lo spettatore a riflettere attivamente su ciò che vede sullo schermo. Un approccio che contrasta nettamente con molte produzioni audiovisive nate nell’epoca delle piattaforme streaming, dove il pubblico è spesso relegato a un ruolo passivo di fronte a storie narrativamente mediocri. Il cinema e i manga di Katsuhiro Ōtomo, fortunatamente, rappresentano l’esatto opposto: opere in cui lo spettatore è chiamato a cercare attivamente il significato tematico, a decifrare livelli simbolici e filosofici, a confrontarsi con narrazioni tutt’altro che immediate.
All’interno della vasta produzione di Ōtomo troviamo autentiche pietre miliari: il manga Domu – Sogni di bambini (1980‑1983) e, soprattutto, Akira (1982‑1990), da cui l’autore stesso ha tratto l’iconico anime del 1988. Un film rivoluzionario sia sul piano tecnico — grazie anche a un uso pionieristico della CGI — sia su quello narrativo, per la sua complessità tematica e i suoi vertiginosi picchi filosofici. Oltre a questi titoli, Ōtomo ha supervisionato opere di enorme rilievo come Perfect Blue (1997) e Spriggan (1998), per poi firmare la sceneggiatura di un altro capolavoro dell’animazione giapponese, Metropolis (2001).
In questo articolo, però, non ci concentreremo sulle sue opere più celebri, bensì su un titolo minore ma prezioso: Memorie (1995), film antologico d’animazione realizzato a più mani e diretto da Kōji Morimoto (Robot Carnival, Animatrix), Tensai Okamura (Lamù – La capra e il formaggio, Neon Genesis Evangelion: Death & Rebirth) e dallo stesso Katsuhiro Ōtomo. La pellicola si basa su tre racconti brevi tratti dal manga Memorie, scritti e disegnati dal creatore di Akira e pubblicati nel 1982. Ancora nel 2025 i tre episodi si rivelano affreschi lucidissimi della società contemporanea: opere capaci di parlare al presente con sorprendente attualità, affrontando temi sempre più urgenti — dalla guerra alle crisi internazionali, fino alla persistenza della memoria attraverso la tecnologia.
La pellicola, prodotta da Bandai Visual, venne presentata il 23 dicembre 1995 in Giappone durante il Tokyo International Fantastic Film Festival, per poi approdare in Italia esclusivamente nel mercato home video grazie a Sony Pictures, privando così il pubblico italiano della possibilità di vederla sul grande schermo. Fortunatamente, in occasione del suo trentesimo anniversario, il film ha conosciuto una nuova vita distributiva. In Giappone è tornato nelle sale nel 2025 per un’uscita limitata di due settimane, a partire dal 28 novembre, seguita dalla pubblicazione commerciale della versione restaurata in 4K. In Italia, sempre nell’ambito delle celebrazioni per i 30 anni dell’opera, è stata Animagine — la collana nata dalla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment, dedicata a riportare in sala anime del presente e del passato — a riportare il film sul grande schermo come evento speciale, programmato esclusivamente nei giorni 12, 13 e 14 gennaio 2026.
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Trama di “Memories”
Quattro astronauti, dopo aver concluso le loro mansioni, intercettano un segnale di soccorso proveniente da un’astronave bloccata in una zona dello spazio attraversata da correnti magnetiche forti e pericolose. Due di loro restano a bordo della nave madre, mentre gli altri due si avventurano all’interno dell’enigmatico relitto, ritrovandosi intrappolati in un mondo illusorio generato dalla cantante lirica Eva. I due esploratori vengono così risucchiati in un universo fatto di ricordi, teatri d’opera e giardini incantati, un labirinto mentale in cui sono costretti a confrontarsi con le proprie paure più profonde. Nel secondo episodio, un tecnico di laboratorio ingerisce per errore una pillola sperimentale, scambiandola per un comune medicinale contro il raffreddore. L’equivoco scatena una catena di eventi catastrofici e grotteschi che mette seriamente a rischio la sopravvivenza dell’intera umanità. L’ultimo segmento ci trasporta in una città completamente organizzata attorno alla guerra contro un nemico mai visto: ogni gesto quotidiano, ogni lavoro e ogni rituale sociale è finalizzato al mantenimento di un conflitto senza fine — e forse inesistente.
Recensione di “Memories”
Onestamente — e parlando qui in termini puramente soggettivi, uscendo per un momento dal ruolo di critico cinematografico — devo ammettere di non essere un grande estimatore dei film episodici. Continuo a preferire, di gran lunga, una narrazione che, pur potendo essere corale o articolata in molteplici linee parallele, rimanga saldamente unita all’interno di una struttura drammaturgica coerente, dove la storia non si interrompe dopo una mezz’ora o cinquanta minuti, ma prosegue lungo tutto l’arco filmico senza dissolversi o scomparire dal racconto. Penso, per intenderci, a pellicole come Babel (2006), Crash (2004) o Magnolia (1999): film in cui le diverse storie non si incontrano mai, ma le loro traiettorie si sviluppano per l’intera durata del film, contribuendo a costruire un disegno tematico unitario e potente. È questo ciò che prediligo: una ricerca di continuità narrativa che mi cattura, dove la vicenda si evolve scena dopo scena — anche attraverso un montaggio alternato che passa da un personaggio A a un personaggio B — senza essere sacrificata alla logica dell’antologia. Purtroppo ciò non avviene in Memories (1995), dove abbiamo tre episodi autonomi, tre storie dal sapore di mediometraggio accostate senza un vero motivo tematico all’interno di un’unica pellicola. L’unico elemento che le collega davvero è la mano sceneggiativa di Ōtomo Katsuhiro, autore dei racconti originali e creatore dei tre mondi narrativi nel medium fumettistico.
Se mi pongo la domanda — questa volta da critico — “che cosa manca a Memories?”, la risposta è chiara: una connessione tematica tra le storie. I tre episodi, presi singolarmente, sono splendidi mediometraggi, di altissima qualità narrativa e visiva; ma nel complesso risultano distanti l’uno dall’altro. Magnetic Rose, ambientato nello spazio e incentrato sul tema della memoria, non ha alcun legame con il secondo e il terzo episodio, che invece condividono una critica al sistema militaristico. Se le tre storie hanno poco o nulla in comune, ciò che sceneggiatori e registi avrebbero potuto costruire è una cornice narrativa — un po’ come avviene nel Decameron di Boccaccio — capace di racchiuderle e unirle in modo sensato e organico. In Memories, invece, assistiamo semplicemente all’accostamento di tre mediometraggi montati insieme, che restano separati sul piano narrativo, registico, stilistico e cromatico: basti pensare alla distanza visiva tra Cannon Fodder e i due episodi precedenti. Questa mancanza di cornice è il vero difetto della pellicola, che perde forza drammaturgica proprio a causa dell’assenza di un elemento unificante. Gli sceneggiatori non tentano di legare queste tre storie dal sapore fantascientifico‑militaresco‑distopico, lasciando emergere contrasti narrativi e visivi che finiscono per indebolire il progetto complessivo, nonostante nella sua essenza, dove i tre racconti, presi separatamente sono potenti.
Magnetic Rose
Il primo episodio del lungometraggio del 1995, “Magnetic Rose”, si presenta fin dalle prime battute come un racconto di genere affascinante e appassionante. Il materiale narrativo, tuttavia, appare solo parzialmente sviluppato: la storia avrebbe potuto essere agevolmente estesa fino a una durata di circa un’ora e mezza, disponendo già di personaggi tridimensionali, di un mistero accattivante e di sottotrame capaci di affrontare temi di primo piano legati alla memoria, sia in chiave tecnologica sia in chiave psicologica. In questo senso si poteva andare a realizzare un film completo solo partendo dallo spunto di partenza di Magnetic Rose.
Al centro del mediometraggio c’è una drammaturgia che parla dell’importanza di accettare il proprio dolore: comprendere i traumi, custodire i ricordi delle persone perdute e imparare a farle vivere dentro di noi. Nella veste fantascientifica — che richiama, per certi aspetti, l’elemento scatenante di Alien di Ridley Scott (il misterioso SOS da un’astronave sconosciuta) — il film trova però la sua forza nella lettura psicologica. Il tema della memoria e dell’elaborazione del lutto è il vero nucleo emotivo dell’episodio: la tecnologia non è fine a se stessa, ma diventa lo strumento attraverso cui riaffiorano bellezza e dolore passati.
La tensione narrativa si sviluppa come una lotta onirica e psicologica tra Heintz, dell’astronave La Corona, e la cantante lirica Eva Friedel, scomparsa dopo l’omicidio (forse commesso per mano sua) del fidanzato Carlo. Eva si manifesta costantemente sotto forma di un ologramma‑AI che ricostruisce ricordi di vita; allo stesso tempo Heintz rivive frammenti del proprio passato, come se la tecnologia avesse preso vita autonoma. La navicella si trasforma così in un labirinto di memorie e illusioni, una discesa infernale in cui la distinzione tra rappresentazione e realtà si fa sempre più labile. In definitiva, l’intento di questo mediometraggio di circa 41 minuti è un’indagine psicologica sui confini tra immagine e verità: i tortuosi viaggi della mente vengono rappresentati attraverso spazi virtuali e visioni che interrogano lo spettatore sul rapporto tra memoria, identità e perdita.
La potenza dell’episodio, diretto da Tensai Okamura e sceneggiato da Satoshi Kon — futuro autore di capolavori come Perfect Blue, Tokyo Godfathers e Paprika — non risiede soltanto nello sviluppo drammaturgico, con protagonisti e antagonisti ben delineati, ma in una messa in scena maniacale sia sul piano visivo sia su quello sonoro. Sul versante musicale emergono scelte azzeccate: l’uso di brani che dialogano perfettamente con lo stile barocco di Magnetic Rose, a partire dall’evocativa Madama Butterfly di Puccini, contribuisce a definire l’atmosfera e la psicologia di Eva, infondendo malinconia e la sensazione di una felicità spezzata per un amore perduto. Questa composizione, combinata con gli interventi sonori e le musiche di Yohko Sugano, genera spesso un senso di inquietudine e tensione che la regia ricerca e amplifica. Okamura giostra con sapienza gli elementi a sua disposizione, costruendo un ambiente visivo di grande pregio grazie anche alla direzione artistica di Toshiyuki Inoue e all’uso calibrato della CGI di Andoh Hiroaki.
Magnetic Rose si distingue per un’animazione ricca, pittorica e profondamente atmosferica: la regia e la sceneggiatura costruiscono sequenze in cui sfondi minuziosi, giochi di luce e composizioni barocche producono un’iper‑realtà onirica. Ologrammi e scenografie da teatro d’opera sono resi con cura del dettaglio, privilegiando colore, texture e movimenti lenti, così che l’animazione funzioni come veicolo emotivo oltre che narrativo. In questo episodio l’animazione non si limita a illustrare eventi ma modella la psicologia dei personaggi: volti, gesti e dissolvenze suggeriscono ricordi che si sovrappongono alla realtà, mentre la regia alterna campi lunghi e primi piani per accentuare la distanza tra memoria e presente. Il risultato è un corto quasi pittorico, in cui il frame è concepito come scena teatrale e la fluidità dei movimenti intensifica la malinconia e la seduzione visiva del luogo‑memoria.
Stink Bomb
Diretto da Tensai Okamura, Stink Bomb si distacca nettamente da Magnetic Rose su più livelli: dall’ambientazione — che passa dallo spazio alla Terra — alla scelta musicale, con Jun Miyake che abbandona l’approccio classicheggiante per abbracciare sonorità ritmiche vicine alla musica popolare giapponese degli anni ’80‑’90. Queste scelte sonore sono perfettamente in sintonia con una vicenda che rinuncia al tono oscuro e filosofico del primo episodio per privilegiare la commedia grottesca, pur mantenendo una critica sociale potente e precisa al militarismo e all’industria farmaceutica. Difatti, Nonostante la natura quasi comica dell’episodio di trentotto minuti, Stink Bomb si rivela una satira corrosiva contro il sistema militare, il mondo delle multinazionali farmaceutiche e le gerarchie dirigenziali globali. Al centro della storia c’è Nobuo Tanaka, un impiegato di un’azienda farmaceutica che, per un errore, diventa l’epicentro di un caos internazionale. Tanaka non è un eroe: è ritratto come un personaggio ingenuo, a tratti infantile, incapace di comprendere di essere la fonte del problema, mentre i militari — armati e spaventati — tentano in ogni modo di eliminarlo. La narrazione non risparmia nessuno: anche gli apparati chiamati a gestire la crisi appaiono inetti e goffi, privi di sagacia e di capacità risolutive. Questa rappresentazione collettiva dell’incompetenza accentua la satira dell’episodio, trasformando la commedia in una denuncia amara sulla follia dei poteri che perseverano nello sviluppo di armi di distruzione di massa.
Cannon Fodder
Ovviamente non poteva mancare la mano del fumettista Katsuhiro Ōtomo, che dirige il più breve dei tre episodi, “Cannon Fodder”: un vero gioiello tematico e d’animazione, con uno stile visivo che si distanzia nettamente dai due segmenti precedenti — dal barocco di Magnetic Rose al pop grottesco di Stink Bomb. In questo episodio Ōtomo dispiega tutto il suo talento attraverso un linguaggio grafico asciutto e controllato: un cromatismo dominato da grigi, gialli e rossi invade gli spazi, conferendo all’ambiente un’atmosfera opprimente. Anche la rappresentazione dei volti cambia radicalmente rispetto ai primi due episodi: se lì prevale un tratto più classico dell’anime giapponese, qui i volti diventano maschere segnate, grigie e logorate dalla durezza di una vita militarista, al centro della narrazione. Difatti la sceneggiatura costruisce una parabola sulla mitologizzazione folle della guerra: emblematico è il dialogo finale tra padre e figlio — il bambino, affascinato dalla retorica bellica, chiede “Contro chi combattiamo?” e il padre, probabilmente ignaro, risponde: “Lo capirai quando sarai più grande, ora vai a letto” — battuta che sintetizza l’assurdità e la ripetitività di un sistema che vive di rituali e di obbedienza, in un mondo che si erge su un conflitto inesistente e costante, fondamentale al potere per mantenere il controllo sui suoi cittadini che altro non pensano che alla guerra, entro un gioco di manipolazione mentale.
Il corto a livello visivo possiede uno stile di disegno che richiama talvolta il cinema d’animazione francese per la forza delle linee e lo spessore del tratto, l’episodio restituisce personaggi quasi disumani, meccanici nei gesti e nella routine quotidiana. La ripetizione ossessiva di azioni e rituali trasforma ogni giornata in una replica dell’altra, senza vie d’uscita, e rende la critica di Ōtomo feroce e limpida: una cultura che trova nella guerra la propria ragion d’essere è una cultura senza futuro. Innovativo è anche l’uso, nel cinema d’animazione, della tecnica del piano sequenza, che possiamo ovviamente definire “falso piano sequenza”. Questa tecnica, tentata per la prima volta con questo film, ha segnato l’inizio del passaggio dall’animazione tradizionale a quella assistita al computer.
Per questi motivi “Cannon Fodder” è affascinante sia per la costruzione visiva sia per l’economia narrativa: un piccolo, potente gioiello di cinema d’animazione.
In conclusione
Memories è un’opera affascinante e irrisolta: tre mediometraggi di altissimo livello, ciascuno dotato di una propria identità estetica e tematica, ma incapaci di dialogare tra loro in modo organico. La mancanza di una cornice narrativa o di un filo tematico condiviso rende l’esperienza complessiva frammentata, più vicina a un’antologia che a un film unitario. Magnetic Rose è un capolavoro di psicologia e messa in scena, Stink Bomb una satira corrosiva e intelligente, Cannon Fodder un gioiello stilistico e concettuale; eppure, la loro giustapposizione non genera un discorso più ampio, ma un mosaico disomogeneo. Memories resta così un’opera imprescindibile per la qualità dei singoli episodi, ma incompleta nella sua totalità: un film che incanta, sorprende e stimola, pur lasciando la sensazione di un potenziale non del tutto espresso.
Note positive
- Magnetic Rose: eccellente fusione tra psicologia, memoria e fantascienza
- Stink Bomb: satira brillante contro militarismo e industria farmaceutica
- Cannon Fodder: stile visivo unico, potente critica alla retorica bellica
- Qualità tecnica altissima in tutti e tre gli episodi
- Regie e sceneggiature che, prese singolarmente, funzionano con grande forza
- Colonne sonore coerenti con i diversi registri narrativi
Note negative
- Assenza totale di una cornice narrativa unificante e dunque si ha la sensazione di “film spezzato” più che di opera coesa
- Episodi troppo distanti per tono, stile e tematiche
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| Regia |
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| Animazione |
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Emozione |
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SUMMARY
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4.0
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