Million Dollar Baby (2004): il ring della vita

Million Dollar Baby

Titolo originale: Million Dollar Baby

Anno: 2004

Nazione: Stati Uniti d’America

Genere: drammatico

Casa di produzione: Malpaso Productions, Lakeshore Entertainment, Ruddy Productions, Warner Bros. Pictures

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 137 min

Regia: Clint Eastwood

Sceneggiatura: Paul Haggis

Fotografia: Tom Stern

Montaggio: Joel Cox

Musiche: Clint Eastwood

Attori: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike Colter, Lucia Rijker, Anthony Mackie, Margo Martindale, Riki Lindhome, Michael Peña, Benito Martinez, Bruce MacVittie, David Powledge, Joe D’Angerio, Marcus Chait, Ned Eisenberg, Tom McCleister, Morgan Eastwood

Trailer italiano di Million Dollar Baby

Million Dollar Baby (2004) diretto e prodotto dall’inesauribile fonte d’ispirazione di nome Clint Eastwood, è un film di genere drammatico – scritto da Paul Haggis – che porta in scena la parabola ascensionale (e discensionale) di un’eroina femminile contemporanea. Di una donna che innalza la boxe a memorabile metafora di vita. A simbolo indelebile di un’esistenza da spendere all’insegna dei propri sogni, per i quali vale sempre la pena combattere, a denti stretti. La pellicola, il cui soggetto è tratto da un racconto della raccolta Rope Burns di F.X. Toole, si è aggiudicata la bellezza di ben quattro premi Oscar, nel 2005: miglior film, miglior regia a Eastwood, miglior attrice protagonista a Hilary Swank e miglior attore non protagonista a Morgan Freeman.

Trama di Million Dollar Baby

Periferia di Los Angeles. Frankie Dunn (Clint Eastwood) è un anziano, scontroso manager di boxe che si guadagna da vivere allenando giovani promesse maschili in una vecchia palestra malandata come la sua vita. A coadiuvarlo nella scomposta impresa c’è il suo amico fraterno Eddie “Scrap-Iron” Dupris (Morgan Freeman), ex pugile afro americano dalla tempra dura, ma dal cuore gentile. La loro routine lavorativa quotidiana, divisa tra i colpi al sacco da supervisionare e le bollette salate da pagare, viene di colpo interrotta dall’arrivo di una donna: Maggie Fitzgerald (Hilary Swank). Sebbene la sua trentennale età non garantisce una carriera fiorente nel mondo del pugilato, la giovane non intende rinunciare al suo unico obiettivo: diventare un’atleta professionista, per aggiudicarsi un posto nell’olimpo dei grandi. Dopo una serie di rifiuti e tentennamenti, Dunn – su consiglio di Scrap – accetta di allenare Maggie, a condizione che, una volta pronta ad affrontare le croci e delizie del ring, lei si affidi all’esperienza di un altro manager. Siglati patti e compromessi, iniziano le danze, che celano il sopraggiungere di una gloria imminente. Ma i colpi del fato – evidentemente più forti di quelli di Maggie – non tardano a lasciare il segno.

Recensione di Million Dollar Baby

Million Dollar Baby non è certamente il primo film che apre le porte al mondo pugilistico. C’è uno storico precedente impossibile da non tenere a mente, ogni qualvolta la cinematografia si confronta con la rappresentazione di questa dimensione sportiva: stiamo parlando della saga “Rocky”, di quel pugile di quartiere che, negli anni, è diventato un indiscutibile mito popolare. Simbolo di uno sport equiparato alla vita. Sì, perché come la vicenda biografica e professionale dello stallone italiano insegna, sul ring si combatte una battaglia che, il più delle volte, supera il ‘semplice’ obiettivo di conquista di un titolo prestigioso. I colpi inferti all’avversario sono, quasi sempre strumenti tramite cui ottenere una rivincita personale; un modo attraverso il quale riscattare la propria vita dall’incubo dell’insoddisfazione e dell’anonimato. Una via per sfogare i propri turbamenti emotivi e repressioni, così da sentirsi in pace con sé stessi. In una parola: liberi. Liberi di rincorrere le proprie chimere.

Come per il rozzo pugile di Philadelfia, anche per la nostra Maggie la boxe è molto più di un comune sport agonistico. È molto più di un mestiere che serve a guadagnare il pane. In fondo, seppur con difficoltà, lei se lo guadagna, lavorando come cameriera in un ristorante. E allora cosa c’è in ballo? Evidentemente, si tratta di un affare davvero importante. Di una questione vitale. Di quell’unica cosa per cui vale la pena alzarsi al mattino. Ed è proprio così: per Maggie il pugilato è la vita. Significa dare consistenza al proprio vissuto, al di là della fatica e del dolore. Vuol dire colmare il vuoto di un’esistenza grigia, spesa tra gli stenti quotidiani e l’assenza di disinteressati legami familiari. Vuol dire, insomma, riscrivere la propria storia, cercando di trarne fuori il migliore dei finali.

Maggie è una tipa tosta e caparbia. Forse l’unica in grado di competere con il brutto caratteraccio di Frankie. Non a caso, non appena varca la soglia della palestra, la giovane gli si avvicina con risolutezza, nel tentativo di convincerlo ad allenarla. Sin dal primo incontro, lei sa che solo lui può darle quello che vuole. Un sogno in cui credere. Un sogno da poter trasformare in realtà. Ma fare breccia nel cuore arrugginito del burbero manager non è facile. Egli, come le ribadisce con fermezza, non intende allenare ragazze, e, per di più, è ancora emotivamente scosso da una cocente delusione: quella di aver perso il suo miglior pugile, Big Willy, che lo ha scaricato per un altro manager.  Nonostante i continui rifiuti del «capo» – come lei lo chiamerà sempre, per tutta la pellicola – Maggie non si dà per vinta. Non si arrende. Anzi, continua ad allenarsi in solitaria, con costanza e assiduità, tirando pugni al sacco, sfidando gli anni, la stanchezza fisica, e una preparazione tecnica piuttosto scarsa. Ecco palesarsi davanti allo spettatore segnali inequivocabili, che sintetizzano un’indole femminile coraggiosa e determinata. Quel carattere forte e testardo, tipico di chi è disposto a compiere qualunque sacrificio pur di incontrare uno spiraglio di luce.

Maggie si allena in solitaria nella palestra di Frankie. - Million Dollar Baby
Maggie si allena in solitaria nella palestra di Frankie. – Million Dollar Baby

Frankie, seppur faccia di tutto per nascondere l’evidenza, scorge fin da subito il vigoroso talento della ragazza. E lo si comprende dallo sguardo assorto e colpito che gli si legge in viso quando, lontano da occhi indiscreti, la guarda allenarsi. Pian piano, però, si rende conto del suo grande potenziale. Comprende quanto il cuore di Maggie sia grande; così grande da meritare una chance di cambiamento. L’occasione di salire sul ring e dimostrare il proprio valore, contro gli standard anagrafici, contro ogni facile pronostico. E così sia. La scalata verso il successo comincia. La grinta e la voglia di riscatto ci sono già. Quello che a Maggie manca è una seria e rigorosa preparazione atletica. Insomma, ha bisogno della saggia esperienza di un mentore che le insegni le basi tecniche del mestiere; che le impartisca consigli su come muoversi con scaltrezza e su come mettere a segno i colpi con precisione, senza sprecare fiato ed energia. Più di tutto, vale la regola d’oro: proteggersi, proteggersi sempre. È questo il leitmotiv narrativo che caratterizza, via via, il dolce sodalizio sportivo tra manager e pugile. Un sodalizio che, progressivamente, scavalca i confini della pura professionale formalità, per assumere le sembianze di un vero e proprio rapporto padre – figlia. Un legame profondo, vitale, in cui entrambe le parti in gioco, si sostengono a vicenda, match dopo match, fino a promettersi di non mollarsi mai, qualunque cosa accada.

Frankie cura le ferite di Maggie dopo un incontro.
Frankie cura le ferite di Maggie dopo un incontro.

Sulla scena vediamo Maggie crescere come atleta e come donna, colpo dopo colpo, vittoria dopo vittoria. La cinepresa segue, cattura e rappresenta le sue conquiste professionali e personali, tratteggiando il percorso evolutivo (ed emotivo) di una donna che, dal niente, arriva ad avere tutto: un’identità, fatta di gloria, fama e affetto. Quell’affetto che, evidentemente, non ha il lusso di ricevere dalla sua famiglia, troppo impegnata a rivendicare denari e a speculare sui suoi averi. Insomma, quello che la giovane trentaduenne affronta – e regala allo spettatore – è un cammino agonistico palpitante ed emozionante, che, in poco tempo, le permette di ottenere successo e rispettabilità nel mondo della boxe. Al punto tale da guadagnarsi il soprannome gaelico «mo cuishle», il cui significato è relegato alle battute finali di una pellicola che, attraverso una narrazione di impianto tradizionale, che evita virtuosismi registici e voli estetici, racconta una storia di fulminea ascesa e drammatica caduta. Uno spaccato biografico vissuto al cardiopalma, in cui il registro della gioia incommensurabile, cede rapidamente il passo a quello di un dolore insopportabile, di fronte a cui occorre compiere una scelta, per quanto dure possano essere le conseguenze. Ma questo è il ring della vita.

Frankie e Maggie sul ring, in una scena di Million Dollar Baby
Frankie e Maggie sul ring, in una scena di Million Dollar Baby

In conclusione

Clint Eastwood, da regista, attore e produttore, dimostra tutto il suo carisma e la sua statura emotiva realizzando un film destinato a lasciare una crepa indelebile nel cuore del pubblico. Un’opera filmica di profonda umanità e tenacia che, inglobando una miscela d’ingredienti esplosivi – competizione, sport, dramma – si misura con la rappresentazione di una parentesi esistenziale il cui sviluppo, sempre in bilico tra fasti e nefasti, non è mai del tutto nelle nostre mani.

Note positive:

  • Sceneggiatura
  • interpretazione degli attori

Note negative

  • /

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