Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano scena film

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (2003): una favola moderna

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano locandina

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Titolo originale: Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran

Anno: 2003

Nazione: Francia

Genere: drammatico

Produzione: ARP, France 3 Cinema, Canal +

Disribuzione: Lucky Red

Durata: 94 min

Regia: François Dupeyron

Sceneggiatura: François Dupeyron, Éric-Emmanuel Schmitt

Fotografia: Rémy Chevrin

Montaggio: Dominique Faysse

Musiche: Valérie Lindon

Attori: Omar Sharif, Pierre Boulanger, Gilbert Melki, Isabelle Renauld, Lola Naymark, Anne Suarez, Mata Gabin, Céline Samie, Isabelle Adjani, Guillaume Gallienne

Monsieur Ibrahim ed i Fiori del Corano - Trailer
Trailer di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Trama di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Nella Parigi degli anni ’50, un giovane ragazzo ebreo di nome Moїse fa la conoscenza di un Monsieur Ibrahim, un anziano uomo originario del Corno D’oro ha una drogheria nella Rue Bleu. Questo incontro si rivelerà per entrambi meraviglioso.

Recensione (con spoiler) di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Monsieur Ibrahim e i Fiori del Corano, un film di François Dupeyron uscito nelle sale nel Settembre del 2003, è una poesia impressa su pellicola, un piccolo diamante della cinematografia dei nostri tempi, tratto dal libro di Éric-Emmanuel Schmitt. Il film è una favola moderna in cui mille fili si intrecciano per andare a creare un meraviglioso capolavoro.

Siamo in un quartiere della Parigi degli anni ’50, e un giovane ragazzo ebreo undicenne di nome Moїse è solito recarsi nella drogheria di un anziano turco, che tutti chiamano l’Arabo della Rue Bleu, il quale pian piano comincia a fare conoscenza con il ragazzino, e comincia così a chiamarlo “Momo” per comodità. Momo è solito fare acquisti dall’Arabo, ma puntualmente gli sottrae anche qualche scatoletta di carne, credendo che egli non se ne accorga. Non è così, e tra i due nascerà un’amicizia che è molto più di un semplice rapporto amicale tra due esseri umani. Monsieur Ibrahim a detta di tutti, è “un saggio. Sicuramente perché da almeno quarant’anni era l’arabo di una via ebrea. Sicuramente perché parlava poco e sorrideva tanto”.

frame di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano
frame di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Inizialmente i due si scambiano poche frasi; l’elemento comunicativo è dunque molto risicato, ma nel corso del film si fa sempre più fitto, metafora di una comunicazione anche tra culture e religioni diverse. Sarà l’arrivo di un’attrice bionda che sembra Brigitte Bardot, la quale è lì perché nelle vicinanze si sta girando un film, a sancire definitivamente l’amicizia tra i due e ad aprire le porte alla comunicazione più vera e sincera. Momo troverà in Monsieur Ibrahim un confidente, un amico che va oltre gli stereotipi, oltre le regole non scritte, una figura paterna che egli non aveva mai avuto e che non è importante che sia di una religione e cultura diversa. Monsieur Ibrahim infatti incarna proprio la figura del padre che Momo è come se non avesse mai avuto, nonostante lui un padre effettivamente ce l’abbia, ma sia freddo, distaccato e arido tanto che la moglie e il figlio maggiore Popòl lo hanno abbandonato, e lui ora è costretto a vivere solo con il figlio minore. L’Arabo quindi accompagna per mano Momo in un momento complicato che è l’adolescenza, prendendosi cura di lui, insegnandogli a sorridere sempre, metafora di una vita vissuta con leggerezza che non vuol dire superficialità ma semplicemente come diceva Calvino “senza pesi sul cuore”, insegnandogli che “quello che tu dai è tuo per sempre, quello che tieni per te è perduto per sempre”. E Momo è sempre lì, sempre attento e desideroso d’imparare, che pende dalle labbra del saggio e bizzarro amico. Quando il padre di Momo muore suicida, Monsieur Ibrahim adotta formalmente il piccolo amico e insieme intraprendono un viaggio nel Corno d’Oro che è proprio il paese natale dell’Arabo. Qui Momo entra in contatto con culture e religioni diverse dalla, sua che sono altrettanto belle e affascinanti come la sua. Durante questo bellissimo viaggio Momo impara che non tutti assomigliano umanamente a suo padre e che ognuno di noi è infinitamente prezioso e insostituibile, anche senza essere perfetto come suo fratello maggiore Popòl, che il padre adorava e al quale egli lo paragonava sempre. Questo risulterà non essere un semplice viaggio, ma un vero e proprio percorso alla riscoperta dell’amicizia, del rispetto per gli altri, dell’integrazione: è dunque un viaggio di vita. È un’iniziazione alla vita adulta quella che Momo compie durante questo percorso. Monsieur Ibrahim assume a un certo punto il ruolo della figura paterna, ma anche quello del maestro che vuole insegnare tutto ciò che sa al suo “discepolo”. Ed è proprio questo che accade. Momo accetta l’eredità spirituale dell’Arabo, che muore durante il viaggio, diventando egli stesso l’Arabo della Rue Bleu, nonostante sia ebreo.

Il libro di Schmitt, e conseguentemente anche il film, si concentrano sul dialogo, sulla capacità di comunicare che viene ritrovata nel momento in cui il ragazzo incontra l’anziano amico, il quale diventa per lui la sua famiglia. La difficoltà di comunicare con il suo nucleo famigliare, l’incapacità di essere compreso dalla propria famiglia e l’incapacità di essere amato si risolvono nel momento in cui Momo incontra l’Monsieur Ibrahim. Questo incontro è anche metafora dell’incontro tra culture e religioni diverse, così differenti tra loro eppure tutte così affascinanti e “vicine”. Il tutto attraverso un taglio molto intimistico eppure così etereo e delicato, tanto da far apparire il film una favola moderna, un sogno a occhi aperti. Un film, dunque che mette al centro la comunicazione e l’esigenza comunicativa come motore di tutto. Un film, senza dubbio, da vedere e rivedere.

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