Piove (2022): l’horror italiano è più vivo che mai – RFF17

Piove è un film horror italiano del 2022 presentato al Rff17 e in seguito al Lucca Comics
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Piove locandina film

Piove

Titolo: Piove

Anno: 2022

Nazione: Italia

Genere: horror

Casa di Produzione: Propaganda Italia, Polifemo, GapBusters

Distribuzione: Fandango

Durata: 93 min

Regia: Paolo Strippoli

Sceneggiatura: Jacopo Del Giudice, Paolo Strippoli, Gustavo Hernández

Fotografia: Cristiano Di Nicola

Montaggio: Marco Spoletini

Musiche: Raf Keunen

Attori: Fabrizio Rongione, Cristiana Dell’Anna, Aurora Menenti, Francesco Gheghi, Ondina Quadri, Leon de La Vallée, Carmen Pommella, Francesca Della Ragione, Nicolò Galasso, Pietro Bontempo

Trailer ufficiale del film Piove

L’horror fatto in casa non è un miraggio. Esiste. E si fa sentire forte e chiaro, superando, per qualità visiva e interpretativa, molta fuffa hollywoodiana ormai cristallizzata nelle acque stagnanti dell’omologazione. Le idee per storie da brivido accattivanti e originali brulicano nell’attuale panorama cinematografico italiano, basta solo alzare lo sguardo dal terreno del trito e ritrito e credere nella potenza visionaria delle nuove generazioni. Uno che ne fa parte è senza dubbio Paolo Strippoli, giovane regista che si è fatto di recente notare al pubblico per aver co-diretto, con Roberto De Feo, un film che rivoluziona i canoni del genere: A classic horror story (2021). Con Piove, il director romano torna dietro la macchina da presa per alzare il tiro, con un racconto che mescola e impasta con equilibrio elementi orrorifici e drammatici. L’opera filmica – su sceneggiatura di Jacopo del Giudice, vincitore, per la stessa, del Premio Solinas nel 2017 – è stata presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Panorama Italia di Alice nella città. In uscita nelle sale dal 10 novembre 2022 con Fandango.

Trama di Piove

In una Roma immersa nel grigiore dell’anonimato, da alcuni giorni accade qualcosa di singolare: quando piove dai tombini e dai condotti viene fuori una sorta di fanghiglia che sprigiona un vapore denso e incolore. La sua origine è sconosciuta, ma l’effetto sconvolgente. Chiunque respiri i fumi sperimenta un terrificante cambiamento esteriore e interiore, che provoca conseguenze estreme. In città, tra i vari soggetti che si imbattono nelle reazioni scaturite dall’inalazione, c’è la famiglia Morel. Il nucleo familiare in questione vive da tempo una situazione di profonda tensione. Padre (Fabrizio Rongione) e figlio (Francesco Gheghi) spendono le loro giornate vomitandosi addosso recriminazioni per la morte di Cristina (Cristiana dell’Anna), causata da un incidente stradale. La perdita di una moglie e di una madre è insostenibile. Entrambi, però, invece di supportarsi e assumersi le proprie responsabilità per l’accaduto, scaricano sull’altro la colpa della disgrazia accaduta, alimentando un rapporto carico di rabbia e rancore. L’unica che sembra ergersi al di sopra di questa atmosfera nera è la piccola Barbara (Aurora Menenti), il cui più grande desiderio sarebbe quello di vedere i due uomini di casa deporre l’ascia di guerra, per mettere fine a una lotta silenziosa priva di senso. L’occasione per ritrovare l’affetto perduto e ricostruire l’armonia domestica si abbatterà sulle loro vite in modo inaspettato.

Recensione di Piove

«Noi italiani non siamo bravi a fare gli horror». Questo è uno dei vari goliardici commenti presenti nei post-credits di A classic horror story. Citazioni che scorrono rapide sullo schermo, a fine film, per spiattellare allo spettatore lo stereotipo dell’eroe saputello che si diverte a sputare sentenze da tastiera, senza cognizione di causa. A questi geni della retorica direi di guardare Piove. Direi di provare a mettere da parte pregiudizi infondati per entrare nel vivo di una materia narrativa piena, pulsante e innovativa. Basta soffermarsi pochi minuti sulla costruzione dell’incipit della pellicola per rendersene conto. Già qui, infatti, è racchiusa la chiave interpretativa dell’opera. Una sequenza extra diegetica, la quale anticipa il tema che, progressivamente, verrà affrontato nel corso della narrazione cinematografica.

In scena compare una sequela fulminea di uccisioni violente, che hanno attraversato – e macchiato – millenni di storia. Così, servendosi di una cornice testuale atipica e spiazzante, il regista sembra voler mettere in guardia lo spettatore, preannunciandogli, con raffinatezza di sguardo, quello che sarà il fil rouge del racconto: la violenza. Una forza impetuosa e incontrollata che, in diversa misura e forma, alberga in ognuno di noi. E aspetta solo il momento opportuno per emergere in superficie, quando meno ce lo si aspetta.

Subito dopo tale sequenza, si entra nel vivo della narrazione e ci si imbatte nelle crude sembianze assunte da quella che può essere considerata uno dei protagonisti della vicenda: il liquido melmoso. Parte tutto da qui. È questo il simbolico escamotage utilizzato brillantemente dagli autori per giustificare e rappresentare sul grande schermo lo sprigionarsi dell’istinto a compiere il male. Una serie di azioni irragionevoli ed efferate che incarnano quel latente lato oscuro presente in ogni individuo e che, spesso, ha bisogno solo di una piccola spinta per manifestarsi.

Fotogramma di Piove
Fotogramma di Piove

Ed è il vapore emanato dalla melma a essere quella fatidica spinta. La goccia che fa traboccare il vaso. Chi lo inspira, si trasforma, senza saperlo, nella parte peggiore di sé. Dà voce, forma e mostruosa consistenza alle sue intenzioni più turpi. E, per di più, perde qualunque freno inibitore, necessario, il più delle volte, a controllare e disciplinare i nostri sentimenti e comportamenti a essi correlati. I mutamenti fisici e caratteriali indotti dall’assunzione dei fumi densi, però, non sono affatto immediati. La follia da questi scaturita si innesca lentamente e procede per gradi, in corrispondenza con la ripartizione della struttura dell’opera. Il testo filmico, infatti, è suddiviso in tre atti che simboleggiano sia i tre diversi stadi di sviluppo della malattia, sia i diversi effetti che questa provoca. Così, dal capitolo iniziale dell’ “Evaporazione” si passa attraverso la fase della “Condensazione“, fino ad arrivare alla sezione conclusiva della “Precipitazione“. Si tratta di un percorso semantico ben delineato che solidifica l’ossatura della sceneggiatura, conferendole una un’aura metaforica che cattura l’interesse.

In questo schema narrativo si muovono le nostre principali anime sperdute, alla ricerca (inconsapevole) di salvezza, perdono e redenzione: Thomas ed Enrico. Il loro è un rapporto inesistente, caratterizzato da un profondo strato d’incomunicabilità. Il solo filo sottile che sembra ancora legarli è l’affetto che entrambi nutrono per la dolce Barbara, la quale, invano, cerca di farli riappacificare, per abbattere il muro del silenzio. I due profili maschili sono ben descritti sul piano caratteriale: se Thomas è un adulto apatico, che non cerca e non recepisce alcuno stimolo dal reale, Enrico, per contro, la realtà vorrebbe divorarsela con lo sguardo, esibendo il suo fare sicuro, disinvolto, “da grande”. Ma, come si vedrà, la sua non è che una maschera destinata a sgretolarsi, che nasconde uno scrigno di fragilità, legate a una perdita materna non ancora metabolizzata.

Enrico in una scena di Piove
Enrico in una scena di Piove

Rispetto a queste condizioni, l’aspirazione dei fumi non fa che portare a galla un cumulo di astio e rancore già radicato nell’«io» e che, entrambi i soggetti, hanno represso per troppo tempo nel fondo dei loro cuori. Impegnati ad affibbiarsi colpe per l’avvento di una tragedia imprevista, non hanno saputo dare spazio all’affetto che pure, in un tempo non troppo lontano, li teneva uniti. Paradossalmente, è proprio l’origine di ogni discordia – Cristina – a far sì che si giunga alla resa dei conti: un corpo a corpo al cardiopalma in cui l’esplosione rabbiosa tocca i suoi livelli più estremi.

Ma la catarsi finale – significativamente relegata all’atto narrativo della Precipitazione – non tarda ad arrivare e a mostrarsi in tutta la sua potenza visiva. L’acqua che bagna gli occhi scrostandoli da liquidi immondi, lava via dal viso ogni forma di oscurità, assurgendo a simbolo di totale liberazione e purificazione interiore. A garantire l’abbattersi di questa pioggia salvifica è un elemento fondamentale: l’amore. Quello dimostrato dalla piccola Barbara, che, in una sequenza scenica da pelle d’oca, riesce finalmente a ricongiungere il cuore di un padre e di un figlio. Così, affrontate e scontate le proprie responsabilità, è tempo di tornare ad abbracciarsi. E, con loro – in un’inquadratura corale molto suggestiva – tutta l’umanità si stringe attorno ai propri affetti, a testimonianza di un ritrovato senso di condivisione e solidarietà, al di là della violenza, irrimediabilmente annientata. Come dicevano, a ragione, i latini: Omnia vincit amor.

In conclusione

Paolo Strippoli confeziona un horror drama inedito, che, con audacia e lungimiranza, svecchia e vivifica un genere cinematografico tutt’altro che assopito, in Italia. La presenza tangibile di atmosfere cupe e allucinate che rimandano a scenari kinghiani, ben si adattano alle personalità afone presenti sulla scena. L’uso di un montaggio alternato che, in alcuni momenti topici, sostituisce il decoupage classico, incrementa il ritmo della narrazione, rendendola più godibile. Per non parlare del martellante sound di sottofondo targato Raf Keunen, in grado di incrementare la dimensione ansiogena della messa in scena. Ergo, Piove è un film che merita una visione. E che dire: viva la troupe di attori, menti e braccia che ci hanno lavorato con passione. Viva il cinema italiano e chi lo sa fare.

Note positive

  • Dare nuova linfa all’horror italiano
  • Il montaggio
  • La musica di Raf Keunen

Note negative

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Marika Iannetta
Marika Iannetta
Articoli: 25

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