The Cathedral (Venezia 78, 2021) – La costruzione del dolore

The Cathedral (Venezia 78, 2021) - La costruzione del dolore 1

The Cathedral

Titolo originale: The Cathedral

Anno: 2021

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Drammatico

Produzione: Ravenser (Graham Swon)

Durata: 87 minuti

Regia: Ricky D’Ambrose

Sceneggiatura: Ricky D’Ambrose

Fotografia: Barton Cortright

Montaggio: Ricky D’Ambrose

Attori: Brian d’Arcy James, Monica Barbaro, Mark Zeisler, Geraldine Singer, William Bednar-Carter, Hudson McGuire, Henry Glendon Walter V, Robert Levey II

Trailer di The Cathedral

The Cathedral è un film presentato nel 2021all’interno del progetto Biennale College Cinema della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. L’opera è il secondo lungometraggio del regista statunitense Ricky D’Ambrose, il quale con il primo lavoro del 2018: Notes on an Appearance presentato al Festival Internazionale di Berlino aveva raccontato la misteriosa scomparsa di un giovane attraverso i suoi ultimi appunti, fotografie e cartoline, con questo lavoro il regista si era aggiudicato il plauso della critica e numerosi premi.

Trama di The Cathedral

The Cathedral segue la costruzione della famiglia composta da Lidya e Richard ed il figlio Jesse; oltre al nuovo nucleo familiare si aggiungono le famiglie dei due coniugi che sono molto presenti e portano vecchi rancori e problemi passati all’interno della giovane coppia. Ben presto le cose si complicano e i due divorziano, Jesse va a vivere con la madre che si rifà una vita con Peter, conosciuto sul luogo di lavoro, dall’altra parte anche Richard ben presto si risposta con una donna che ha bisogno della cittadinanza americana per poter riabbracciare la figlia. Attraverso questi cambiamenti familiari vediamo Jesse diventare grande, diplomarsi, cominciare il college e sviluppare una grande passione per il cinema.

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Fotogramma del film.

Recensione di The Cathedral

The Cathedral è un affresco che racconta circa un ventennio di storia familiare e storia americana. Il titolo del lungometraggio si lega al luogo “madre” di una comunità, un luogo composto da vari pezzi, costruito pian piano e di grande importanza, proprio come una famiglia. Proprio all’interno del film si vede questo rimando, durante una sequenza dove Jesse sfoglia un libro illustrato sulla costruzione delle cattedrali: edifici costruiti calibrando con grande attenzione ogni singolo elemento, ogni cosa deve essere ponderata e deve inserirsi perfettamente con gli altri pezzi altrimenti andrebbe tutto in frantumi, proprio come all’interno della fragile “cattedrale” familiare portata in scena da D’Ambrose.

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Fotogramma del film.

Il regista statunitense porta a Venezia un vero e proprio album di famiglia che viene sfogliato da Jesse, il membro più piccolo; gli occhi di Jesse che osservano e incasellano le varie emozioni fanno attraversare allo spettatore i momenti di gioia costruiti durante le varie ricorrenze familiari ma, anche i momenti di profonda crisi che portano a inevitabili ferite e rotture irreversibili.

Il racconto avviene attraverso l’uso di una voice over che descrive lo scorrimento delle immagini a cui lo spettatore assiste, sono ricordi quelli che passano sullo schermo e, a sottolineare questo meccanismo del ricordo vengono proposte fotografie, cartoline, come il regista aveva già fatto, forse in modo più incisivo e d’impatto nel lungometraggio precedente: Notes on an Appearance.

Attraverso le fotografie vengono introdotti allo spettatore luoghi, persone e vengono ricordati periodi passati che sembrano quasi non essere mai avvenuti da quanto lontani ed estranei sono nel momento presente in cui sono ricordati.

Il regista raccontando i ricordi delle vicende familiari e la lenta costruzione del dolore che porta i vari membri della famiglia ad allontanarsi sempre di più l’uno dall’altro, insieme a questa storia molto personale e intima per D’Ambrose, vengono abbozzati degli eventi che hanno segnato la storia americana, ad esempio: l’operazione Desert Storm, l’attentato dell’11 settembre e la presidenza di Bush; facendo incontrare queste due strade il regista tenta di commemorare un tempo della sua vita e in modo più ampio la vita degli Stati Uniti; a tratti riesce nella sua impresa a tratti invece molto meno tirando un po’ troppo per le lunghe la storia ma, in ogni caso quello che D’Ambrose riesce a trasmettere è il cambiamento e il conseguente ridimensionamento della famiglia in concomitanza con il ridimensionamento storico degli Stati Uniti segnato in modo indelebile da quegli eventi.

Il regista come nel lavoro precedente, Notes on an Appearance, utilizza dei tratti stilistici ben precisi che rendono l’opera, almeno sotto il punto di vista tecnico e stilistico, un lavoro impeccabile: usa delle inquadrature prolungate soffermandosi in particolar modo sulle mani, sui movimenti e sui gesti dei personaggi piuttosto che sui loro volti, quasi a volerli presentare allo spettatore tramite questi “indizi” piuttosto che farli conoscere dai tratti fisionomici del volto. Il cineasta per sottolineare l’irreparabilità dei rapporti e l’irreversibilità delle situazioni in molti punti del lungometraggio sceglie d’inquadrare un bicchiere che va in frantumi, dando una metafora allusiva di quello che sta accadendo all’interno della famiglia in quel momento; in particolare in una di queste sequenze vediamo l’inquadratura che segue a quella del bicchiere in frantumi una mano che ripulisce una tavola e rimette tutto apposto, forse un rimandando alle “pezze” che molto spesso si mettono sopra alle incomprensioni e dolori familiari, cercando in qualche modo di coprire quello che è successo, provando ad andare avanti. Un ultimo tratto stilistico da sottolineare è quello dell’uso della musica, curata da Maxwell di Paolo che segna in modo incisivo e per niente scontato momenti e personaggi che nel corso del lungometraggio avranno un ruolo particolare per la storia della famiglia, questo uso particolare della musica e anche il modo di dare respiro pian piano all’inquadratura facendo muovere lentamente la macchina da presa all’indietro sono i segni particolari che rendono il regista Ricky D’Ambrose un talento da tenere d’occhio.

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