The Death of Cinema and My Father Too (2020): Giocare con il linguaggio cinematografico

The Death of Cinema and My Father Too (2020) - locandina film

The Death of Cinema and My Father Too

Titolo originale: The Death of Cinema and My Father Too

Anno: 2020

Paese di produzione: Israele

Genere: documentario

Durata: 100 minuti

Regista: Dani Rosenberg

Fotografia: David Stragmeister

Musica: Yuval Semo

Attori: Marek Rozenbaum, Roni Kuban

Trailer di The Death of Cinema and My Father Too

Trama di The Death of Cinema and My Father Too

Dani Rosenberg è un giovane emergente regista iraniano che sta attraversando un periodo di vita complicato e pieno di emozioni divergenti, da un lato sta per avere il primo figlio ma dall’altra parte suo Padre, con cui nutre un forte rapporto intimo, personale e anche cinematografico, è gravemente malato e sa con non gli resta più tanto tempo da vivere. Rosenberg però vuole realizzare un film che ha scritto lui stesso, basato su un presunto attacco iraniano ad Israele sfruttando proprio come attori la sua stessa famiglia, in primis il Padre che diviene protagonista stesso della storia. Il crescere della malattia del genitore metteranno Dani in difficoltà ma la sua tenacia lo porterà a continuare a riprendere per cacciare dal suo pensiero quella sofferenza e quel sapore di morte.

Recensione di The Death of Cinema and My Father Too

The Death of Cinema and My Father Too, che è stato riconosciuto con il bollino di Cannes 2020, si dimostra un film intricato e complesso nonostante una trama di per sé piuttosto semplice da seguire, ma che inversamente gioca su vari piani drammaturgichi, di linguaggio e di estetica cinematografica, così troviamo lo stile del documentario con immagini malferme e buie, al loro fianco abbiamo dei cortometraggi in VHS girati da Rosenberg insieme al Padre in giovane età, poi passiamo all’interno della finzione, una finzione che sa molto di meta – cinematografico, andando volontariamente a rompere più volte la quarta parete mostrando la falsità della storia mostrata. In questa parte maggiormente di “immaginazione” abbiamo un regista (Roni Kuban) che vuole e intende fare un film su un probabile attacco militare iraniano a Tel Aviv, usando come attori la sua famiglia e suo Padre malato, Yoel.

Fin dalla prima inquadratura veniamo catapultati nel rapporto intimo tra i Yoel e il regista attraverso una scena ponte tra le due storie essendo visibile anche nel racconto di finzione. Qui il padre (vero) malato di cancro si mostra piuttosto irascibile e scontroso, stanco del modo di agire del figlio e stufo che questo, persino durante la malattia continui a riprenderlo incessantemente con la telecamera, mostrando con rabbia e furore tutta la sua frustrazione contro il figlio asserendogli: “Non voglio! Trova un lavoro! Lasciami in pace!”. Questa scena unita con le successive mostra il forte legame d’odio e amore tra i due, ma anche i problemi del figlio che pur di non lasciare andar via il padre lo mette al centro di un film rischiando però di perdere il contatto con tutti gli altri, specialmente con la moglie incinta a cui non presta minimamente cura, tale momento di scontro tra il regista e la moglie è l’apice dal punto di vista emozionale all’interno di The Death of Cinema and My Father Too, poiché se vogliamo essere onesti questa pellicola pecca completamente di empatia, cosa strana per un film che tratta di perdita. Tale assenza di emozione porta lo spettatore a guardare costantemente l’orologio a causa di una struttura troppo caotica e priva di un ritmo che dia quel senso di suspense che possa bilanciare l’assenza di sentimentalismo.

Indubbiamente questa pellicola è nata per un bisogno interiore da parte del figlio, il regista, di parlare e raccontare suo padre al fine di superare la morte. Il progetto filmico di Rosenberg è nato nel processo creativo, negli ultimi giorni di vita del padre e la mancanza di materiale documentaristico lo ha condotto ad attuare un collage cinematografico in cui realtà e finzione si uniscono per donare al pubblico un senso di intimità paterna, mostrando gli ultimi mesi di vita di un uomo. Il tutto tecnicamente risulta perfetto, come il mix delle due storie che hanno un forte approccio personale del cineasta, ma manca l’emozione, uno degli elementi più importanti in queste storie.

Note positive

  • Il linguaggio cinematografico

Note negative

  • Mancanza di emozione
  • Eccessivamente lungo

2 commenti

  1. Anche io ho trovato in alcuni momenti troppo freddo il rapporto con il padre, lo incastra in alcune inquadrature in cui sembra inerte e lontano da quello che si racconta. Per il resto un’idea di cinema forte e che prova a essere resistenete alla morte, come alla vita, cercando di rimpiere ogni attimo rimasto

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