Vincent deve morire (2023). Buone intenzioni che si perdono nella perseveranza distopica multigenere

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Trailer di Vincent deve morire

Trailer di Vincent deve morire

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Vincent deve morire è l’opera prima – per quanto riguarda i lungometraggi – del regista francese Stéphan Castang. Il lavoro dell’autore Mathieu Naert ha partecipato a un bando nazionale, vincendo il premio come miglior sceneggiatura. Il film è stato presentato al 41° Torino Film Festival nella categoria Crazies. L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 30 maggio 2024.

Trama di Vincent deve morire

Vincent, un grafico pubblicitario di Lione, viene attaccato senza motivo da uno stagista. In seguito, viene nuovamente aggredito da sconosciuti, i quali hanno chiari intenti omicidi. La sua vita tranquilla si trasforma in una spirale di violenza fuori controllo e il protagonista si ritrova costretto alla fuga.

Conosce Margaux, giovane cameriera, di cui si invaghisce. La donna non è immune alla follia omicida che pare colpire chiunque scambi uno sguardo con Vincent. I due, però, trovano delle soluzioni per evitare che lei possa aggredire Vincent. Intanto, l’uomo cerca di capire, anche grazie all’aiuto di altre persone che vivono la sua stessa situazione, come uscire da questa spirale di violenza.

Vincent deve morire - Karim Leklou e Vimala Pons in una scena
Vincent deve morire – Karim Leklou e Vimala Pons in una scena

Recensione di Vincent deve morire

Stéphan Castang, per il suo debutto nel mondo dei lungometraggi, prende la storia di Mathieu Naert e la mette in pellicola. Un esordio quanto meno originale, visto che l’opera va oltre il limite di genere filmico a cui siamo abituati. La storia di Naert è un insieme di ironia, violenza e distopia che rende la narrazione mutevole, e proprio per questo interessante.

Era già tutto nella sceneggiatura di Mathieu Naert, … Ciò che mi piace dell’assurdo è che permette di ridere di questioni serie senza sminuirne la tragicità o ridicolizzare l’intento del film.

Stéphan Castang

L’inizio del film è sicuramente un ottimo gancio per attirare lo spettatore nel vortice della vita di Vincent. Il protagonista è, infatti, un uomo mediocre come tanti in cui è facile riconoscere molte delle persone che ci stanno intorno, se non addirittura noi stessi. Vincent ha un lavoro che non lo esalta particolarmente, non ha una relazione stabile, ha un rapporto apparentemente anafettivo con il padre. Lui è un uomo come tanti e proprio per questo è la giusta vittima sacrificale.

Naert usa la violenza, all’apparenza inspiegabile, che viene riversata su Vincent e su tutti quelli come lui. Aggressioni che nascono dallo scambio di uno sguardo, un odio violento e impulsivo, quasi animale, che nasce dal recondito degli aggressori i quali, alla fine, non si ricordano degli accadimenti. Una nuova forma di alienazione che non prevede virus, possessioni o elementi extraterrestri ma che nasce da quello che Freud aveva individuato nell’es, lo strato di inconscio che porta alla luce le nostre pulsioni più represse.

Castang fa in modo che la parte iniziale riporti a pensare a una denuncia sociale, a quello sfociare di aggressività che i social hanno alimentato, grazie anche allo scudo della distanza. Una deduzione amplificata da come questa violenza viene attivata: da uno sguardo. Il regista e l’autore ci accompagnano nel pensiero che non siamo più capaci di avere una visione obiettiva, oramai alienati dalla tecnologia. Traspare come l’uomo sia sul limite, quasi irreversibile, di una violenza repressa che, inevitabilmente, sfocerà.

Vincent deve morire - Il protagonista Karim Leklou in una scena
Vincent deve morire – Il protagonista Karim Leklou in una scena

Dalla distopia alla confusione

Finché si rimane su questo filone, tutto funziona perfettamente e anche la lentezza del film ha una sua ragione d’essere. Momenti di narrazione flemmatica che evidenziano quelli invece di tensione, quando il protagonista si ritrova ad affrontare nuovi attacchi. Il momento dell’incontro con il vagabondo che vive la stessa “patologia” di Vincent è il punto in cui tutto incomincia a prendere, sia a livello di racconto che di scelte registiche, un percorso contorto.

A un certo punto, il distopico prende il sopravvento e va oltre i limiti che si erano mantenuti coerenti. L’incontro con Margaux, giovane cameriera di cui Vincent si invaghisce, porta alla luce come il meccanismo violento non funziona più, almeno razionalmente. Le aggressioni della giovane avvengono a random, ma anche il rapporto con il padre perde spessore, fagocitato dall’eccesso del voluto nonsense.

Il regista porta sul grande schermo delle situazioni che hanno il fine di alimentare questo viaggio nell’inconcepibile, ma non sono originali. La fuga, la violenza sulla strada bloccata e finanche il finale, con Vincent che percuote Margaux, ha un che di déjà vu. Tutto per lasciare spazio alla disfunzionalità totale e globale, da cui Vincent e il vagabondo si sono liberati ma in cui si ritrovano ancora invischiati.

Vincent deve morire - Un frame della pellicola
Vincent deve morire – Un frame della pellicola

Una idea perseguita caparbiamente

Castang usa tutti i mezzi per portare avanti la sua idea – ispirato da autori come George A. Romero e John Carpenter – e ci riesce perfettamente. Gli aspetti tecnici, dalla fotografia al montaggio alla colonna musicale, sono studiati perché non sormontino la storia, che ha la priorità. Nonostante ciò, non perdono di efficacia. Il racconto accompagna per mano lo spettatore verso un mondo che non si sta più denunciando ma che si dipinge volutamente in maniera distorta, per l’ottenimento di un effetto volutamente disturbante.

Mi piace che la maggior parte dei ruoli sia interpretata da attori dall’aspetto di persone qualsiasi. È una scelta che ha guidato l’intero tono del film.

Stéphan Castang

Il protagonista Karim Leklou è, sotto tutti i punti di vista, il Vincent perfetto. Riesce a rendere modesto il suo personaggio, con atteggiamenti del volto e con la sua fisicità impacciata. Vimala Pons, l’attrice che rappresenta Margaux, ha meno possibilità di gioco, ma riesce ad affiancare Leklou in maniera ottimale, anche perché ben indirizzata dal regista.

In conclusione

La pellicola ha un suo senso, ma bisogna andare oltre alla significazione. Castang usa questo lavoro per giocare le carte del multigenere, dall’horror al thriller al grottesco. Non è interessato a lasciare un messaggio preciso quanto piuttosto a rappresentare qualche cosa di diverso.

Il risultato finale non è riuscitissimo, almeno non per chi ha necessità di razionalità: non si saprà mai – intenzionalmente – perché proprio Vincent deve morire. Non si capisce neanche perché poi devono morire tutti, l’amplificarsi della violenza generalizzata è un seme non germogliato.

Vincent deve morire rimane comunque un film vedibile, per certi versi interessante, rimanendo nella consapevolezza che occorre avere pazienza e non indugiare su una logica che Castang e Naert hanno distrutto volutamente.

Note positive

  • Originalità nel genere
  • Buone influenze registiche
  • Buoni interpreti

Note negative

L’aspetto distopico che fagocita la narrazione iniziale

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Renato Soriano
Renato Soriano

Mi occupo di spettacolo ed eventi culturali dal lontano 1991. Nasco come attore per diventare poi regista e autore teatrale. I miei studi mi hanno portato a specializzarmi verso la rappresentazione omonormativa nel cinema, italiano e non. Inoltre, sono ideatore del progetto TeatRealtà, legato alla consapevolezza delle nuove tecnologie usando il teatro come realtà.

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