scamarcio sul set di L'ultimo paradiso

Intervista al produttore Riccardo Scamarcio sul film L’ultimo Paradiso

Dal 5 febbraio 2021 esce sulle piattaforme Netflix il nuovo film prodotto e co-sceneggiato da Riccardo Scamarcio per la regia di Rocco Ricciardulli, lungometraggio che trasporta il pubblico all’interno del sud Italia, negli anni cinquanta, dove la povera gente doveva lottare e subire la prepotenze dei signorotti per sopravvivere.

Il 02/02/2021 si è tenuta una conferenza via zoom in cui hanno partecipato alcuni dei componenti del cast, tra cui l’attore R. Scamarcio, Valentina Cervi e Gaia Bermani Amaral e il regista Ricciardulli che hanno risposto con gentilezza ai giornalisti. Qui un breve estratto delle dichiarazioni della giornata:

Essendo un regista nativo del Sud Italia, questa storia ti riporta ai tuoi luoghi d’appartenenza dell’infanzia, ma perché hai sentito ora la necessità di raccontare questa storia, che sembra una storia che appartenga a un mondo temporale italiano molto lontano, anche tra i rapporti tra il datore e i lavoratori

Ricciardulli: La necessità è che quello che alla fine accade e le dinamiche che vediamo nel film effettivamente non sono poi così cambiate, sono un pochino cambiati gli attori ma in fondo in fondo non è così diverso. Prima, ricordo da bambino, venivano delle ragazze dal Brindisino e altre zone a lavorare nei campi e a raccogliere la fragole, i pomodori… Venivano veramente sfruttate, ora accade con gli extracomunitari, il caporalato in fondo ancora c’è. In una maniera totalmente diversa, mi sembrava anche questa un esigenza di dare alcune risposte che giù mancano. Cinque – sei anni fa feci uno spettacolo che si chiamava America dove raccontavo lo sfruttamento degli emigranti e poi mentre stavo facendo lo spettacolo mi accorsi che c’erano sempre delle persone che lavoravano nei campi vicino al paese dove sono nato, a due euro all’ora.

Come è andata la produzione e quali sono stati i nodi di sceneggiatura e il modo di scrittura del film?

Scamarcio: È stato molto interessante, devo dire che il metodo utilizzato è quello che avevo già sperimentato in altre occasioni, una sorta di working in progress che continua per tutto il tempo anche sul set. Ad esempio il finale del film l’abbiamo scritto dieci giorni prima che venisse girato e l’abbiamo completamente cambiato da quello della versione con cui abbiamo iniziato a girare il film; perché girandolo a fine giornata ci parlavamo, vedevamo i posti… Ovviamente questo working in progress comporta anche dei rischi ma è un lavoro che è durato tutto il tempo da quando ho deciso di produrlo e farmi carico di questa responsabilità fino alla fine anche al montaggio, avvenuto in Puglia e in Campania. Questo metodo di lavoro a mio avviso ha dato i suoi frutti perché siamo tutti più elastici e le cose sono più organiche sopratutto quando le risorse che si hanno non sono enormi e dobbiamo rimboccarsi le mani.

Riccardo, qual è stato il tuo contributo personale e del tuo vissuto sulla storia e quali suggestioni ed emozioni pensi che questo film possa portare agli spettatori italiani e internazionali

Scamarcio: Ho ritrovato in questa storia due elementi fondamentali. Il primo sullo sfruttamento e la lotta di classe, il secondo, che mi interessava molto, che penso che sia un elemento in cui un pubblico molto vasto può riconoscersi, ovvero questa dinamica in cui c’è chi vuole scappare ed emanciparsi dal posto in cui vive e dall’altra parte chi invece è andato via ed ha questo senso di nostalgia delle proprie radici. Sappiamo che esiste un Italia che vive dall’altra parte del mondo, l’Italia ha prodotto un immigrazione importante negli anni. Il film mette in mostra elementi paradossali e difficilmente comprensibili in base a quello che dovrebbe essere un comportamento giusto: ad esempio Ciccio è sposato ed ha un bambino ma si innamora di un altra donna è sogna di scappare con lei. Questi paradossi mi interessavano, visto che il protagonista stesso aveva degli elementi e atteggiamenti a cui non possiamo propriamente aderire, con un incosciente egoismo, ciò che mi interessa di più nel cinema e quello di creare questi tipi di personaggi non procedendo per stereotipi di scrittura. Nel film sono presenti situazioni che ho vissuto anch’io da bambino e magari sensazioni che tanta gente che sta a Boston e Chicago, si ricoderà.

Che cosa significa il ritorno alla terra e l’essere produttore del film?

Scamarcio: Non è un ritorno alla terra perché non me ne sono mai andato mantenendo un legame molto forte con i mie luoghi dell’infanzia. Essere produttore e interprete del film riuscendo a costruire un film da zero e avere una visione a 360 gradi è un privilegio e anche da un produttore un vantaggio conoscendo il set dall’interno, ovviamente facendolo da dieci anni incomincio a vedere un vantaggio nella gestione di un film così complicato come questo che è costato quasi tre milioni. L’idea di base è quella di aprire un collegamento diretto tra la parte creativa e produttiva.

Nel film viene detta la battuta “La libertà non morirà mai” questo è vero anche oggi?

Scamarcio: Il discorso è più ampio, nel senso che comunque la libertà va cercata e difesa quindi bisogna assumersi per farlo anche dei rischi. È idealismo, impegno.

Ricciardulli: La libertà qui è che Ciccio, il protagonista, non vuole rimanere in casa, gli ambienti qui sono cupi quasi oppressivi, quando usciamo fuori dalla casa vediamo la luce, spazi aperti e questi contadini hanno bisogno di sognare, come ancora c’è bisogno di sognare al Sud.

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