L’invenzione della neve (2023): un toccante dramma familiare – Venezia 80

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Locandina L'invenzione della neve

L’invenzione della neve

Titolo originale: L’invenzione della neve

Anno: 2023

Nazione: Italia

Genere: drammatico

Distribuzione italiana: I Wonder Pictures

Durata: 117 minuti

Regia: Vittorio Moroni

Sceneggiatura: Igor Brunello, Luca De Bei, Vittorio Moroni

Fotografia: Massimo Schiavon, Andrea Caccia

Montaggio: Mattia Soranzo

Musiche:

Attori: Elena Gigliotti, Alessandro Averone, Anna Ferruzzo, Anna Bellato, Eleonora De Luca, Carola Stagnaro

Trailer de L’invenzione della neve

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

I Wonder Pictures porta nelle nostre sale cinematografiche, il 14 settembre 2023, L’invenzione della neve, del regista Vittorio Moroni con protagonista la promettente Elena Gigliotti. Presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia nella sezione Notti Veneziane, il lungometraggio ci offre uno sguardo su una donna – una madre – a cui viene negato la custodia della propria figlia.

Trama de L’invenzione della neve

Carmen ama troppo intensamente, troppo a modo suo e il mondo non glielo perdona. Lei e Massimo si sono lasciati, ma Carmen continua a considerarlo l’uomo della sua vita. Adora Giada, la figlia che hanno avuto insieme e che adesso ha cinque anni. La bambina è stata affidata al padre, alla madre il permesso di vederla una volta ogni quindici giorni. Carmen non ci sta: sa di aver commesso degli errori, ma anche di essere una buona madre e non permetterà che accada di nuovo quello che è successo a lei da bambina. Se il mondo la vuole distruggere, lei trasformerà il mondo.

Fotogramma de L'invenzione della neve
Fotogramma de L’invenzione della neve

Note di regia

Vittorio Moroni

Ognuna delle sei scene principali di questo film è stata girata senza interruzioni, normalmente per 20-35 minuti. L’accordo con attori, operatore di ripresa, microfonista, DOP e fonico: qualunque cosa accada durante il take, non ci fermeremo, fino alla fine della sequenza. Non ci sarà nulla che chiameremo errore, semmai variazione. Ogni imprevisto sarà una nuova opportunità. Come nel documentario, come nella vita. Ogni take è stato poi montato, con Mattia Soranzo, intrecciandolo con gli altri, per ottenere un distillato che è il film, questo film. Tutto è stato girato in diciotto giorni. Tre dedicati a ogni scena, uno per esplorarla e reinventarla nello spazio, un altro per vendemmiare, l’ultimo per sperimentare i confini e le possibilità più estreme di ciascuna situazione. La sceneggiatura è stata la mappa di un viaggio con appuntamenti imperdibili, ma senza un percorso obbligato. Unica bussola: la verità. Cioè: quanto avviene in scena, nel cuore, nei corpi, nelle relazioni tra gli attori. Con gli attori, scelti in quattro anni di casting e sottoposti a una lunga preparazione, è stato fatto uno scambio: “offri al tuo personaggio le tue esperienze, i tuoi ricordi più intimi, le tue fragilità, le tue ombre e in cambio potrai plasmarne gesti e linguaggio fino a farlo diventare te”. Ho cospirato per settimane con l’actors coach Rosa Morelli e gli attori auspicando il sorpasso, il momento in cui l’attore si fosse tanto donato e calato nel proprio personaggio da saperne più di me e più dei co-sceneggiatori, che lo avevamo inventato. Abbiamo chiesto agli interpreti di rispettare il copione nella sua essenza e non alla lettera: cioè tradendolo ogni volta che era necessario, per accedere a quella verità sottostante che era il punto di incontro tra l’attore e il personaggio. Ho chiesto ad Andrea Caccia e alla sua macchina a spalla e a Daniele Sosio con la sua asta microfono, di danzare con me e con gli attori, accettando il rischio dell’imprevisto, riprendendo senza sapere se i personaggi di fronte a loro si sarebbero fermati davanti alla finestra o avrebbero improvvisamente svoltato a destra. Accettando il rischio della perdita di fuoco, della sporcatura. E Massimo Schiavon ha concepito e organizzato le luci per danza. Tutti, per ventuno giorni, abbiamo nuotato dove non si tocca, coscienti che questo rischio era il prezzo da pagare per darci la possibilità di essere sorpresi dall’inatteso. Per ogni scena ho scelto una diversa ratio, una nuova proporzione del fotogramma, per dare allo spazio una dimensione più o meno claustrofobica. Questo film è, infatti, a suo modo, un noir, un thriller dell’anima. Carmen, la protagonista, ha una forza ancestrale, ama in un modo che il mondo non le perdona. Anche le persone a lei più care la considerano eccessiva, invadente, sbagliata, pericolosa. Carmen agisce usando bugie, manipolazioni e seduzione. Lo ha imparato da bambina, sa che sono strumenti essenziali per sopravvivere. Cerca ciò di cui non può fare a meno: sua figlia Giada. Massimo, il padre, è intrappolato in una favola che ha creato lui stesso e che ora cerca di distruggere perché altrimenti ne sarebbe distrutto. Il film cerca di portare alla luce l’umanità che si cela dietro il costante bisogno dei due di aggredirsi e di amarsi, accusarsi e difendersi. Nonostante la loro crudeltà, Carmen e Massimo sono creature giuste, a modo loro, all’interno del modello che si sono dati, l’unico che conoscono, per esistere e trovare un senso. Carmen e Massimo sono ciò che fanno, ma anche, e soprattutto, ciò che desiderano essere. Fin dall’infanzia la strategia fondamentale di Carmen per sopravvivere è l’immaginazione: ricreare il mondo, per renderlo accettabile; il suo progressivo rifiuto della realtà e delle sue regole spietate, la sua fantasia sono il punto di contatto tra follia e poesia. Tutto ciò che si può sapere e intuire sui personaggi e sulla storia deriva da sei scene soltanto. Dopo la prima sequenza si avrà la sensazione di aver capito la natura dei protagonisti, le loro personalità, le rispettive motivazioni… Si sarà tentati di giudicare, di schierarsi da una parte o dall’altra. Ma dalla seconda scena alla fine, si verrà costretti a disvelamenti inaspettati che sollevano nuove domande. E che rendono difficile scegliere da che parte stare. Si sarà portati a rivedere i propri giudizi, a considerare le cose sotto una luce diversa, fino a chiedersi se la verità non sia semplicemente un misto tra ciò che è realmente accaduto e ciò che i personaggi avrebbero voluto accadesse. La continua presenza di animali, immaginari o reali, rende costante il gioco di rimandi con la natura; le scelte e i comportamenti umani sono implicitamente confrontati con gli schemi altrettanto crudeli ma necessari dell’esistenza animale. L’ambientazione è teatrale, per quadri, ma lo sguardo della macchina a mano persegue un’intimità documentaristica. Il film è intervallato da alcuni minuti di sequenze animate attraverso le quali viene raccontata una favola: una famiglia di sirene fugge dal fiume e impara a vivere nella giungla, ma la terra non è meno minacciosa dell’acqua… I disegni e lo stile sono quelli di Gianluigi Toccafondo: corpi fluidi che mutano continuamente in un gioco evolutivo imprevedibile. È la favola che Massimo ha inventato per sua figlia Giada. A quella favola Carmen si aggrappa con tutte le sue forze perché è l’unica speranza di salvezza e di riconciliazione. È la rivincita del suo desiderio di felicità sulla crudeltà del mondo reale. È l’invenzione della neve.

Recensione de L’invenzione della neve

Essere genitori è il lavoro più bello al mondo, nonostante questo possa rivelarsi un compito arduo il più delle volte. Mettere al mondo dei figli, vederli crescerli, immaginare quali strade possano intraprendere in un futuro lontano è sicuramente la gioia di ogni madre e padre. Di ogni coppia unita e felice. Talvolta capita che queste unioni finiscano per scoppiare per i più disparati motivi, portando una nube di tempesta pronta ad abbattersi sulla famiglia. I numeri parlano chiaro: in Italia sono numerosi i racconti di coppie le cui relazioni si sono concluse in modo turbolento o travagliato, dove i figli minorenni di quest’ultimi vengono sfortunatamente trascinati nelle aule del tribunale per capire a chi affidare il loro affido. In una società come la nostra è facile vedere attribuito – il più delle volte – l’affidamento alla madre, il centro di riferimento all’interno della vita familiare, portando di conseguenza la figura maschile ad allontanarsi dalle vite dei loro figli. I motivi sono vari: padri considerati inadatti a ricoprire tale ruolo, padri nocivi per la salute fisica e mentale per la loro progenie, padri abusatori, padri criminali. Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio, perché è altresì vero che esistono padri allontanati ingiustamente perché mai ascoltati o capitati dalla società che li circonda. Una lunga premessa doverosa per riuscire a comprendere appieno la nuova pellicola di Moroni, il quale decide di ribaltare la situazione per raccontarci la storia di una donna di nome Carmen, la cui gioia che la pervade viene spazzata vita quando scopre di non possedere più i requisiti per vedere la figlia di appena cinque anni.

Il ritratto che ci offre il cineasta (autore del dramma Se chiudo gli occhi non sono più qui) è quello di una giovane donna dal passato tormentato, vissuto insieme alla sorella minore all’interno di una struttura per minorenni a causa della perdita della madre. Solo con il passare degli anni la protagonista (interpretata da Elena Gigliotti) ritrova un senso di pace grazie all’incontro con Massimo (Alessandro Averone), la cui unione porta alla nascita della piccola Giada. Un rapporto destinato lentamente a deteriorarsi, portando inevitabilmente i due ad allontanarsi e a rinfacciarsi gli errori commessi in passato in virtù di una giovinezza spensierata. Come se non bastasse il giudice emana la sentenza di affidare esclusivamente la minore alle cure del padre, portando una angosciata Carmen a poter vedere la propria figlia una volta ogni quindici giorni. Una decisione poco gradita dalla madre, consapevole dei numerosi sbagli compiuti e purtroppo incancellabili dalla propria mente e da chi la circonda. Proprio per questo motivo, sicura che la sua presenza sia un elemento necessario affinché la sua bambina cresca senza brutti ricordi (e per evitare che si ripeta il cerchio) Carmen decide di lottare per (ri)conquistare l’affetto di Giada, nonostante sia al corrente che la strada verso la redenzione e il perdono siano ben lontane dal suo orizzonte.

Illustrazione di Gianluigi Toccafondo - L'invenzione della neve
Illustrazione di Gianluigi Toccafondo – L’invenzione della neve

Agli occhi dello spettatore L’invenzione della neve si mostra come una fiaba malinconica, dove la protagonista arranca con fatica per trovare un suo personale spazio all’interno di una società che le sta troppo stretta e la vuole schiacciare. Il regista Moroni conduce lo spettatore all’interno di una moltitudine di tematiche complesse come l’abbandono, la dipendenza e le difficoltà economiche, riuscendo egregiamente nell’impresa di non fornire nessun tipo giudizio morale. Una storia drammatica capace di abbracciare ognuno di noi grazie all’attualità mostrata sul grande schermo, portando a identificarci nei personaggi e a provare empatia per loro. In particolar modo per Carmen, una donna tanto forte la cui gioia di vivere sembra non volerla mai abbandonare nemmeno nei momenti più difficili, quando chiunque prova a metterle i bastoni fra le ruote. Ecco, è proprio in queste situazioni che la protagonista sembra ritrovare sé stessa nella sua fervida immaginazione fatta di animali e luoghi selvaggi, un mondo surreale messo in scena grazie alle meravigliose animazioni del talentuoso illustratore Gianluigi Toccafondo, regalandoci una incredibile narrazione dove realtà e finzione si uniscono in un unico elemento. È in queste visioni oniriche dolce amare che la protagonista può ancora sognare di poter prendersi cura della sua bambina, la sua unica ragione di vita.

In conclusione

Il regista Vittorio Moroni mette in scena un’incredibile storia supportata dalle più che convincenti performance del cast, uno scenario dove non esistono né vincitori né vinti. L’invenzione della neve è una toccante pellicola capace di scavare nella psiche umana, riuscendo a conquistare il cuore dello spettatore grazie alla sua capacità di raccontare la realtà che ci circonda.

Note positive:

  • Regia
  • Interpretazioni attori (in particolar modo Elena Gigliotti)
  • Sceneggiatura
  • Tematiche affrontate

Note negative:

  • /
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