Paradise Murdered (2007): un gran calderone con qualche prelibatezza e alcuni bocconi amari

Paradise Island, situata a sud della penisola coreana, ha solo 17 abitanti. La loro vita procede senza preoccupazioni fino al ritrovamento di un cadavere. Da quel momento inizia un gioco al massacro, dove tutti si sospettano vicendevolmente e dove le morti continuano ad aumentare. Fino all’epilogo finale.
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Paradise Murdered - locandina

Paradise Murdered

Titolo originale: Geuk-rak-do sal-in-sa-geon (극락도 살인사건)

Anno: 2007

Nazione: Corea del Sud

Genere: Commedia, Giallo, Thriller, Drammatico

Casa di produzione: MK Pictures, Myung Films, Choi Do-yeong, Doo Entertainment

Distribuzione: FineCut Co. Ltd.

Durata: 112′

Regia: Han-min Kim

Sceneggiatura: Han-min Kim

Fotografia: Yong-heung Kim

Montaggio: Min-gyeong Sin

Musiche: Jun-seok Bang

Attori: Parco Hae-il, Parco Sol-mi, Sung Ji-ru, Lee Dae-yeon, Parco Won-sang, Choi Joo-bong

Trailer di Paradise Murdered

Il film vede l’esordio alla regia di Kim Han-min, autore anche del più noto Handphone – anche se non ebbe fortuna al botteghino. Un mix fra giallo, ironia e situazioni che rasentano l’horror La traduzione del titolo letterale sarebbe Homicide Case on Paradise – in italiano, Caso di omicidio a Paradise. La pellicola, del 2007, è stata presentata in Italia al 21° Florence Korea Film Fest all’interno della rassegna omaggio all’attore Park Hae-Il.

Trama di Paradise Murdered

Su Paradise Island, a sud della penisola coreana, vivono solo 17 persone: una comunità composta da lavoratori, ragazzini e da un capo-villaggio che cerca di mantenere l’ordine in quella esigua comunità.  Il ritrovamento del cadavere di uno di loro porta a una serie di eventi, complice anche una tempesta e l’isolamento forzato causato dal danneggiamento dell’unica radiotrasmittente. Fra fantasmi misteriosi e sospetti insinuanti, gli omicidi aumentano di numero e nessuno riesce a trovare il responsabile. Fino al finale, dove una confessione sarà scioccante e inaspettata e scioglierà finalmente l’arcano su un’isola rimasta oramai deserta.

Paradise Murdered - Una scena del film
Paradise Murdered – Una scena del film

Recensione di Paradise Murdered

Kim Han-min, regista sudcoreano classe 1969, debutta nei lungometraggi con questa pellicola che risulta più complessa di quello che appare: se, commercialmente, il richiamo è fortemente legato all’aspetto noir della trama, è altresì evidente che il regista ha voluto usare questo suo debutto come master di una sua visione cinematografica. Ciò non si limita solo all’aspetto tecnico ma anche a quello autorale: Kim Han-min, infatti, è anche lo sceneggiatore unico di questa sua opera prima, caratteristica che lo accompagnerà – per una sua precisa volontà – nella quasi totalità delle sue esperienze cinematografiche.

La mia priorità e il mio lavoro principale è la regia. È un po’ un peccato che non riesca a trovare uno sceneggiatore che la pensi come me, e finisco per fare il lavoro da solo.

Kim Han-min

Analizzando la sceneggiatura, viene facilissimo il richiamo a Dieci piccoli indiani, opera della grande maestra del giallo Agatha Christie: un’isola da cui non si può fuggire, persone che muoiono una dopo l’altra, un finale a sorpresa con l’eroe e il suo alter ego che si affrontano in uno scambio di ruoli. A ciò – che per la regina del giallo era più che sufficiente – Kim Han-min aggiunge la parte politico-sociale, con richiami alla corruzione, alla sottomissione e all’uso spregiudicato che l’uomo fa della natura e della scienza.  Non soddisfatto – alla ricerca di horror baiting – aggiunge dei contorni sovrannaturali che richiamano alcune J Horror stories – come da scuola di Takashi Shimizu e Hideo Nakata, autori di opere come The Grudge e Ring.

Paradise Murdered - Il protagonista
Paradise Murdered – Il protagonista

In tutto questo agglomerato, non facilmente amalgamabile, il regista riesce a muoversi con disinvoltura: usa diligentemente l’ambientazione che si è opportunamente scelto e crea momenti di tensione – soprattutto all’inizio, mentre diventano sempre più scontati con il prosieguo della storia. Inoltre, smorza tutto con l’uso dell’ironia rasentando il grottesco, utile per dare allo spettatore un continuo contrasto emozionale. Ricorda lontanamente, con le ovvie ed opportune differenze, il lavoro che fa solitamente Almodóvar per i suoi film, dove la sceneggiatura è spesso in continua evoluzione e inevitabilmente barocca nei suoi eccessi. E anche le trame sottese riescono a raggiungere questa sovrabbondanza: la storia d’amore rimasta nel closet fra il dottore e la segretaria; il rapporto fra il capo-villaggio e i suoi figli; finanche una omoaffettività fra due tecnici.

In Paradise Murdered, un individuo molto intelligente cede alla sua ossessione e oltrepassa un limite, o un confine, a causa dei suoi desideri; quindi, è una sorta di racconto ammonitore […] questo era uno degli aspetti che avevo in mente quando ho girato il film e penso che sia qualcosa su cui tutti possiamo riflettere.

Kim Han-min

L’equilibrio viene mantenuto fino a quando il regista decide di andare oltre il barocco e il grottesco: incomincia a percorrere sentieri nuovi di una storia che perde di efficacia, ineluttabilmente, e rischia di annoiare tanto è persistente questa linea autoriale. Il finale non è altro che l’apice di questo smarrimento: raggiunto rapidamente, in maniera già proposta molte volte sugli schermi, senza regalare nessuna emozione nuova.

Kim Han-min dietro la macchina da presa è invece più ordinato, più accademico: le inquadrature sono in linea con lo stile che è in voga in quel periodo nel cinema orientale, con una forte predominanza dei colori e della fotografia. Anche la raffigurazione di quel senso di claustrofobia che deve pervadere lo spettatore viene resa in maniera efficace. I momenti di gruppo – indispensabili per tenere il conto di chi è stato già eliminato e per mettere sempre i personaggi a confronto fra di loro – vengono geometricamente elaborati. Le scene violente non arrivano mai al livello splatter ma riescono a raggiungere il loro scopo, con inquadrature mirate e con giochi di fast forward che vengono riproposti anche in momenti di acme drammatico. Tutto questo viene agevolato dagli interpreti: paradossalmente teatrali alcuni, inverosimilmente naturali altri e comunque tutti palesemente guidati da una linea registica ben definita.

Paradise Murdered - Una scena di insieme del film
Paradise Murdered – Una scena di insieme del film

Prima di lui, altri autori sudcoreani si erano cimentati in questa rappresentazione filmica, fatta d’azione, di ambientazione e anche di ironia dissacrante. Bong Joon-ho, suo coscritto e noto per il recente successo con Parasite, lo aveva preceduto con Memorie di un assassino – Memories of Murder, usando l’ambiente, il cast attoriale e il pathos in maniera più efficace – merito di una colonna sonora decisamente a sostegno della trama e della sceneggiatura. Ambienti e colori tanto cari anche a Kim Ki-Duk, altro artista sudcoreano vincitore dell’Orso d’argento per il miglior regista al Festival del cinema di Berlino del 2004 – per il film La samaritana – e del Leone d’argento – Premio speciale alla regia alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dello stesso anno – per il film Ferro 3. Poco importa se e come Kim Han-min può aver preso spunto dai suoi predecessori, mentre è importante il risultato.

In conclusione

Il lavoro risulta, tristemente, incompiuto: tutta l’adrenalina che il regista aveva sapientemente alimentato all’inizio del film – dall’incipit iniziale alla musica da marcia militare che accompagna gli operai – va sempre più scomparendo, venendo sostituita da una sensazione di delusione per un finale che diventa affrettato e troppo. Il gioco fra i continui cambi di registro funziona fino a che tutta la macchinazione viene svelata, diventando quindi non più una rappresentazione barocca ma una contraffazione, per altro mal riuscita – alla fine risulta non essere un horror, la parte di indagine diventa astrusa e la storia d’amore viene abortita. Ciò non toglie che sia un film vedibile, se non altro per immergersi negli albori di quel cinema da cui poi sbocceranno capolavori a noi oggi noti.

Note positive

  • Buona rappresentazione del cinema d’azione orientale di inizio anni Duemila

Note negative

  • Troppe esasperazioni
  • Sceneggiatura non lineare e dispersiva
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Renato Soriano
Renato Soriano

Mi occupo di spettacolo ed eventi culturali dal lontano 1991. Nasco come attore per diventare poi regista e autore teatrale. I miei studi mi hanno portato a specializzarmi verso la rappresentazione omonormativa nel cinema, italiano e non. Inoltre, sono ideatore del progetto TeatRealtà, legato alla consapevolezza delle nuove tecnologie usando il teatro come realtà.

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