Percoco – Il primo mostro d’Italia (2023): prima regia di Pierluigi Ferrandini riuscita a metà

Condividi su
Percoco - locandina

Percoco – Il primo mostro d’Italia

Titolo originale: Percoco – Il primo mostro d’Italia

Anno: 2023

Nazione: Italia

Genere: Drammatico, Thriller

Casa di produzione: Altre Storie, Rai Cinema

Distribuzione italiana: Altre Storie

Durata: 104′

Regia: Pierluigi Ferrandini

Sceneggiatura: Pierluigi Ferrandini, Marcello Introna (dal libro di)

Fotografia: Filippo Silvestris

Montaggio: Mauro Ruvolo

Musiche: Christian Lindberg

Attori: Gianluca Vicari, Giuseppe Scoditti, Rebecca Metcalf, Federica Pagliaroli, Laura Gigante, Francesca Antonaci, Fabrizio Traversa, Antonio Monsellato, Pinuccio Sinisi, Raffaele Braia, Pietro Naglieri, Chiara Scelsi, Elena Cantarone, Michele Mirabella

Trailer di Percoco – Il primo mostro d’Italia

L’opera, presentata in anteprima mondiale al Bari International Film & TV Festival 2023, è la prima regia – in solitaria e di un lungometraggio – di Pierluigi Ferrandini, artista barese classe 1975. Dopo aver affiancato, fra gli altri, Sergio Rubini e dopo essersi cimentato in diversi cortometraggi, Ferrandini ha deciso di portare sullo schermo la storia vera di un giovane assassino, prendendo come spunto il romanzo Percoco di Marcello Introna.

Il film è distribuito da Altre Storie, che ha anche prodotto la pellicola in collaborazione con Rai Cinema. È stato classificato 14+. Inoltre, a inizio riprese – fine 2021 – il film aveva come titolo Happy Days – La vera storia del mostro di Bari.

Trama del film Percoco – Il primo mostro d’Italia

La storia è quella di colui che verrà denominato ‘il primo stragista familiare del XX secolo’: in una Bari, all’inizio del boom economico del dopoguerra, il giovane Franco Percoco uccide i suoi familiari – madre, padre e fratello minore disabile – e incomincia a vivere appieno ciò che la società, e i soldi, gli possono offrire. Il percorso parte dal giorno dell’omicidio e arriva fino al momento della scoperta del malfatto, con la conseguente e ineluttabile cattura dell’assassino.

Percoco - Ripresa dell'esterno della casa del protagonista
Percoco – Il primo mostro d’Italia – Ripresa dell’esterno della casa del protagonista

Recensione del film Percoco – Il primo mostro d’Italia

Pierluigi Ferrandini decide di debuttare nel mondo del cinema di narrazione e di lunga durata ricoprendo il duplice ruolo di sceneggiatore e di regista. Due incarichi che ha già svolto, in passato, e di cui si può pensare che ne conosca mezzi e potenzialità. In questo caso specifico, la sua duplice veste lo porta ad essere affine a Dr Jekyll e Mr. Hyde – o comunque a ritenere che possieda un alter ego con un’attitudine opposta alla propria.

Già dalla prima scena, la mano del regista è ben evidente: l’allusione al sangue lavato via dalla mano, in una sorta di mitigazione – se non addirittura di ineluttabilità pilatesca – accompagnata dal suono di fiati a sottolinearne la drammaticità; l’elusione del fatto di sangue; la tempesta della sera precedente. A tutti questi simbolismi si va ad aggiungere un uso della macchina da presa decisamente insolito, non classico, come a ricercare nuovi sguardi e modalità di osservazione. Le angolazioni più varie piuttosto che le inquadrature delle immagini da specchi; i paesaggi esterni colorati e gli interni dell’abitazione cupi; il soffermarsi dell’inquadratura piuttosto che un continuo movimento che va a riprendere tutta l’ambientazione, annullando il controcampo.

Percoco - Una scena ripresa dall'alto
Percoco – Il primo mostro d’Italia – Una scena ripresa dall’alto

Ferrandini non lascia nulla al caso, anche se poi, con il prosieguo del film il tutto si attenua: l’uso di un italiano ricercato e le messe a fuoco di particolari con l’effetto bokeh conseguente sono altre piacevoli sofisticazioni. In questa sua maniacalità didattica, l’autore è aiutato da professionisti che rendono il suo lavoro decisamente efficace: come non dare merito al direttore della fotografia Filippo Silvestris delle luci e dei riflessi che rendono le immagini delle bellissime fotografie. Ma anche gli scenografi piuttosto che i costumisti e in generale tutta la parte della troupe tecnica. Anche le musiche di Christian Lindberg, ben dosate, mantengono viva l’attenzione e rimangono in assonanza con le immagini che accompagnano – incluse quella del ritrovamento dei resti di cibo nel forno, piuttosto che dell’incubo del giovane protagonista. Tutto questo sforzo viene messo a disposizione di una storia che, però, latita o, quanto meno, rimane solo in superficie, per una precisa volontà dell’autore.

Ho puntato molto sul creare un mondo fuori e uno dentro. La casa è il tumulo dove si annida il male, come un cancro […] Fuori ho creato un movimento più dolce, con la steadycam, dando l’impressione che Percoco volesse farsi trascinare dal flusso della bella vita […] È uno spaccato quasi asettico, cerco di non prendere posizione, non ci sono spiegazioni, né flashback, prologhi o epiloghi, nessun approfondimento sulle psicologie secondarie. Volevo dare l’impressione della vita vera con le sue incongruenze.

Pierluigi Ferrandini

Il regista, con questa sua scelta, arriva a compromettere quello che è l’aspetto narrativo: racconta quello che avvenne nei dieci giorni successivi al delitto commesso da Franco Percoco, ma non se ne indaga mai lo spirito. Ciò viene evidenziato con l’interpretazione che è stata richiesta all’attore protagonista: un personaggio asettico, quasi mono-espressione, imbambolato, in balia della sua (ri)trovata libertà che però rimane in quel limbo da cui non può uscire, proprio per scelta autorale. E anche la storia romantica con la prostituta napoletana finisce intrappolata in un meccanismo che rende tutto molto distante, inclusa la scelta della canzone Malafemmena che risulta scontata e decontestualizzata. Il tutto va a confluire in un finale rincorso, affrettato, anche in questo caso con il contributo banale della canzone di Bindi Arrivederci – non per la canzone in sé quanto per il suo contenuto, oltre che per il fatto che fu pubblicata quattro anni dopo gli avvenimenti raccontati, facendo cadere anche l’ipotesi di un richiamo storico.

Percoco - Una scena in casa Percoco
Percoco – Il primo mostro d’Italia – Una scena in casa Percoco

A Gianluca Vicari, l’interprete di Franco, va dato sicuramente il merito di aver mantenuto la linea del personaggio in maniera costante e controllata a scapito di una recitazione molto artefatta e spesso dissonante con gli avvenimenti. Il suo vivere dieci giorni con i cadaveri della sua famiglia non sono resi in maniera idonea alla situazione, così come l’elaborazione del piano per contrastare il puzzo dei cadaveri. La maschera che indossa rende i dieci giorni del racconto pari a un articolo di cronaca nera della Gazzetta del Mezzogiorno, nulla di più.

Io e il regista … abbiamo trovato una chiave: dividere la faccia in due parti, mantenendo la fissità nella parte superiore. Questa fissità della fronte appartiene al momento in cui lui uccide i suoi genitori, mentre la parte inferiore è quella dalla quale escono le bugie, le menzogne, quindi è la parte mobile.

Gianluca Vicari

E, purtroppo, anche il resto del cast attoriale non è all’altezza: la fidanzata di Franco è interpretata da Rebecca Metcalf, attrice che rende un’interpretazione immatura; finanche Gegia – nome d’arte di Francesca Antonaci – che è una mestierante da decenni, non riesce, nelle tre scene che la vedono coinvolta, a dare uno spessore drammatico. Una stonatura complessiva data anche dalla forzata volontà di usare una cadenza barese – dialetto è definirlo troppo – che è innaturale e che rende, ad esempio, i personaggi degli amici di Franco quasi surreali, comici. Soprattutto il compagno di università Enzo Bellomo, interpretato dal barese Giuseppe Scoditti, il quale, nel suo voler essere comprensibile, risulta più la caricatura di un fuorisede milanese, come da macchiette umoristiche zaloniane.

Percoco - Gianluca Vicari
Percoco – Il primo mostro d’Italia – Gianluca Vicari nei panni di Franco Percoco

In conclusione

Ferrandini è talmente preso dall’ossessione di mostrare le sue capacità dietro la macchina da presa che, però, si dimentica di raccontare una storia. Lo fa scientemente, andando a eliminare tutta quella parte del romanzo di Introna che era destinata all’approfondimento e all’accompagnamento del lettore/spettatore. Ma, per quanto si voglia rimanere distanti da una messa in scena che richiede una presa di posizione, senza storia diventa tutto uno showreel tecnico.

È curioso come il regista si sia soffermato, maniacalmente, dietro a dettagli – come la ricostruzione della casa delle vittime, avvenuta tramite le fotografie d’epoca della scientifica – e abbia volontariamente lasciato da parte la narrazione, rendendola più un resoconto cronologico dei fatti che una novella in cui immergersi. E se ciò fosse a capo di una volontà cosciente di farci allontanare da quello che Franco Percoco rappresenta – ovvero quella parte che, secondo alcuni, è dentro ciascuno di noi – allora ci si domanda il perché di un così grande sforzo tecnico, decisamente apprezzabile ma che viene dissipato in un contesto che non è più il suo.

Note positive

  • Bellissima fotografia
  • Ottimo lavoro della parte tecnica

Note negative

  • Racconto superficiale
  • Attori decisamente non in parte
  • Alcune forzature inutili
Condividi su
Renato Soriano
Renato Soriano

Mi occupo di spettacolo ed eventi culturali dal lontano 1991. Nasco come attore per diventare poi regista e autore teatrale. I miei studi mi hanno portato a specializzarmi verso la rappresentazione omonormativa nel cinema, italiano e non. Inoltre, sono ideatore del progetto TeatRealtà, legato alla consapevolezza delle nuove tecnologie usando il teatro come realtà.

Articoli: 39

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.