Portobello (2025). Bellocchio e il fantasma di Tortora tra cinema, TV e memoria italiana. Venezia 82 Fuori Concorso

Recensione, trama, cast della serie tv Portobello (2025) di Marco Bellocchio, presentata fuori concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

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Portobello, regia Marco Bellocchio, ep.1 con Fabrizio Gifuni. photo e credit: Anna_Camerlingo
Portobello, regia Marco Bellocchio, ep.1 con Fabrizio Gifuni. photo e credit: Anna_Camerlingo

Trailer di “Portobello”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

Portobello è una miniserie in sei episodi diretta da Marco Bellocchio e presentata in anteprima mondiale il 1° settembre 2025 alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Fuori Concorso. La produzione è frutto di una collaborazione internazionale tra Our Films (Mediawan), Kavac Film, The Apartment Pictures, HBO Original e ARTE France, con il supporto di Rai Fiction.

La serie è stata girata tra il 2024 e il 2025 in diverse location italiane, tra cui Roma, Napoli, Milano e Cagliari. La durata complessiva è di circa sei ore, con episodi da sessanta minuti ciascuno. La distribuzione è affidata a HBO Max, che rilascerà la serie in streaming a partire dal 20 febbraio 2026, in occasione del lancio della piattaforma in Italia. Portobello sarà disponibile come HBO Original, prima produzione italiana sviluppata per il servizio di Warner Bros. Discovery.

La serie racconta uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani: la vicenda del presentatore televisivo Enzo Tortora, la parabola tragica della caduta di un uomo innocente. Nel 1982 Enzo Tortora è all’apice del successo conducendo Portobello e raggiungendo 28 milioni di spettatori in prima serata. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla porta della sua stanza d’albergo, Tortora pensa a un errore, ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascinerà dalla vetta al baratro.

Una curiosità riguarda la scelta di Bellocchio di adottare il formato seriale per la prima volta nella sua carriera, con l’intento di esplorare in profondità le dinamiche del caso Tortora. La sceneggiatura è stata sviluppata in collaborazione con autori specializzati in narrazione storica e giudiziaria. Le riprese si sono svolte in parte in edifici giudiziari reali, con accesso autorizzato per garantire l’accuratezza scenografica.

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Trama di “Portobello”

La serie ripercorre il caso giudiziario che travolse Enzo Tortora, noto conduttore televisivo italiano, arrestato nel 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti. La narrazione si sviluppa lungo sei episodi, seguendo le tappe principali dell’inchiesta, il clamore mediatico, il processo e le conseguenze personali e pubbliche dell’accusa.

Attraverso una struttura cronologica e documentata, la serie ricostruisce il contesto storico e sociale dell’Italia degli anni ’80, evidenziando il ruolo della televisione, della stampa e della magistratura. L’intreccio si muove tra ambienti istituzionali e privati, delineando il profilo di Tortora e il sistema che lo ha messo sotto accusa. L’approccio narrativo si concentra sull’impatto dell’errore giudiziario, senza deviare dalla ricostruzione dei fatti.

La serie si chiude con la definitiva assoluzione del protagonista, restituendo il quadro di una vicenda che ha segnato profondamente la storia civile del Paese. Portobello si presenta come una cronaca seriale di un caso emblematico, costruita con rigore e attenzione alla documentazione.

Recensione di “Portobello”

Portobello si presenta come un’opera che ambisce a restituire la figura di Enzo Tortora nella sua totalità: l’uomo pubblico e quello privato, il conduttore e il cittadino travolto da un’ingiustizia, l’icona televisiva e il simbolo di un’epoca socio‑politica complessa. Marco Bellocchio tenta di far convivere questi piani, costruendo un racconto che vuole essere insieme biografico, storico e mediatico.

Un racconto che oscilla tra memoria collettiva e dispositivo televisivo

È un progetto vasto, forse troppo: nel desiderio di abbracciare tutto, la serie a tratti si dilunga, perde efficacia, si disperde in rivoli che rallentano la tensione narrativa.

Gli inserti d’archivio della trasmissione originale funzionano come detonatori emotivi per chi ha vissuto quegli anni, ma rischiano di risultare meno incisivi per un pubblico giovane, che non possiede il bagaglio affettivo necessario per decodificarli. È un materiale prezioso, ma non sempre integrato con la stessa forza drammaturgica.

La regia di Bellocchio: precisione tecnica e autoralità trattenuta

Negli ultimi anni Bellocchio ci ha abituati a opere come Il traditore (2019), Esterno notte (2022) e Rapito (2023), lavori in cui la sua impronta autoriale si esprime con una potenza formale e drammaturgica difficilmente equivocabile. Portobello, invece, sembra muoversi su un terreno diverso, più contenuto, quasi trattenuto.

La mano del regista si riconosce soprattutto nella cura tecnica: la fotografia di Francesco Di Giacomo è calibrata con rigore, il montaggio di Francesca Calvelli costruisce un ritmo misurato, e alcune immagini – come Tortora con i capelli lunghi e la barba, consumato dalla situazione – possiedono una potenza iconografica che solo un autore pienamente padrone del mezzo può ottenere.

Qui Bellocchio dimostra ancora una volta la sua capacità di trasformare il volto umano in paesaggio emotivo, sostenuto da un reparto tecnico impeccabile (trucco, luci, scenografia) che contribuisce a creare vere e proprie “fotografie” più che semplici inquadrature.

Tra cinema e televisione: una forma che si adatta

Eppure, sul piano più strettamente autoriale, la serie appare contenuta. Le scelte registiche sembrano adattarsi a un linguaggio televisivo più lineare, pensato per la futura piattaforma HBO Max. È come se Bellocchio avesse accettato una forma di autolimitazione stilistica, sacrificando parte della sua libertà formale per aderire a un formato internazionale. Il risultato rimane di buon livello, ma si avverte una tensione tra intenzione e risultato: l’opera vuole essere cinema, ma deve anche essere televisione.

In Portobello ritroviamo un Bellocchio che mette la cronaca in primo piano senza però affondare il colpo. È un approccio coerente con l’evoluzione più adulta del suo cinema recente, evidente in Rapito, ma che si discosta dalla forza più diretta e incisiva di opere come Il traditore o Esterno notte. Una traiettoria che segna una distanza netta rispetto ai suoi inizi, quando con film come Diavolo in corpo (1986) o La visione del sabba (1988) percorreva una strada decisamente più cruda, realistica e frontalmente provocatoria.

Il gioco dei toni: dramma e commedia in equilibrio instabile

Uno degli aspetti più interessanti della serie è la sua oscillazione tra dramma e commedia. Il calvario giudiziario di Tortora convive con momenti più leggeri, quasi stranianti, come lo scambio tra il pappagallo e Paola Borboni. Bellocchio usa questi inserti per smorzare la densità emotiva, ricordando che Portobello era un luogo di spettacolo popolare, non solo un simbolo mediatico. L’alternanza funziona, ma non sempre con la stessa fluidità: a volte il passaggio tra i registri appare troppo controllato, come se la serie temesse di sbilanciarsi davvero.

È possibile che l’enfasi di alcuni personaggi – in particolare quelli interpretati da Alesi e Musella – sia frutto di una scelta registica volta a rendere tragicomica la situazione. In questo caso, Bellocchio si discosta dalla linea di cronistoria rigorosa che aveva caratterizzato lavori come Il traditore o Rapito, scegliendo qui un registro più ibrido, più “spettacolare”, che mescola realtà e finzione, vita vera e quella costruita dietro la telecamera dello show televisivo. Un approccio che funziona a tratti, ma che rischia di indebolire la coerenza drammaturgica complessiva.

Il comparto attoriale: Gifuni mattatore, gli altri meno calibrati

Fabrizio Gifuni è il cuore pulsante della serie. La sua somiglianza con Tortora è impressionante, quasi pericolosa, ma la sua bravura gli permette di non scivolare mai nel caricaturale. Lavora per sottrazione, per microvariazioni, costruendo un personaggio credibile, dignitoso, profondamente umano.

È ormai un attore feticcio per Bellocchio, presente in molte delle sue ultime produzioni, e qui trova un ruolo che gli permette di esprimere al meglio la sua capacità di incarnare figure storiche complesse.

Interpretazioni oltre misura: scelta registica o disallineamento?

Diverso il discorso per Lino Musella (Pandico) e Fausto Russo Alesi (il PM Diego Marmo). Attori eccellenti, ma qui più inclini a un’enfasi che stona accanto alla misura di Gifuni. Le loro interpretazioni risultano più “sbrodolose”, più tese verso l’iperbole, e finiscono per evidenziare la differenza di livello rispetto al protagonista.

Alesi, peraltro, aveva già interpretato un D’Annunzio volutamente sopra le righe nel Duse (2025) di Pietro Marcello, dove quella macchietta funzionava; mentre in Rapito era stato decisamente più efficace, più misurato. Qui, invece, la scelta di spingere sull’enfasi non sempre paga.

Molto più centrato Gianfranco Gallo nel ruolo di Cutolo: circoscritto, controllato, incisivo.

Le figure femminili: talento in ombra

Le figure femminili rimangono ai margini. Romana Maggiora Vergano e Barbora Bobulova offrono prove solide, ma i loro personaggi sembrano pensati più come vettori emotivi che come elementi narrativi autonomi. Una scelta che impoverisce la complessità delle loro interpretazioni e lascia la sensazione di un potenziale non sfruttato.

La Vergano, reduce dal bel film La valle dei sorrisi (2025), dove aveva un ruolo pienamente funzionale e ben scritto, qui non trova lo spazio necessario per esprimere la stessa intensità.

In conclusione

Portobello è una serie solida, costruita con rigore e interpretata da un Gifuni in stato di grazia. Bellocchio firma un’opera che funziona, ma che porta addosso i segni di una forma trattenuta, compressa dalle esigenze del formato televisivo e dalla volontà di raccontare “tutto” di Tortora: l’uomo, il mito, il contesto storico, la tragedia giudiziaria.

Gli inserti d’archivio, la gestione dei toni e alcune scelte attoriali creano un mosaico affascinante ma non sempre omogeneo. Rimane un prodotto di qualità, capace di restituire con lucidità una delle vicende più dolorose della storia mediatica italiana, pur senza raggiungere quella profondità autoriale che avrebbe potuto renderlo davvero memorabile.

Note positive

  • Interpretazione di Gifuni
  • Inserimento di spezzoni d’archivio
  • Parte tecnica di ottimo livello

Note negative

  • Un Bellocchio funzionale ma limitato
  • Narrazione lontano per chi non ha vissuto il periodo


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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Musiche
Interpretazione
Emozioni
SUMMARY
3.1
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Renato Soriano
Renato Soriano

Mi occupo di spettacolo ed eventi culturali dal lontano 1991. Nasco come attore per diventare poi regista e autore teatrale. I miei studi mi hanno portato a specializzarmi verso la rappresentazione omonormativa nel cinema, italiano e non. Inoltre, sono ideatore del progetto TeatRealtà, legato alla consapevolezza delle nuove tecnologie usando il teatro come realtà.