Quattro Figlie (2023).  La cruda storia delle figlie di Olfa

Recensione, trama e cast di "Quattro Figlie" del 2023. Un dramma familiare intenso che esplora le complesse dinamiche tra madre e figlie, offrendo emozioni profonde e riflessioni.
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Trailer Quattro Figlie

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

La cineasta tunisina Kaouther Ben Hania ha studiato Cinema sia a Tunisi che a Parigi, presso La Fémis e la Sorbona. Ha intrapreso la carriera dietro la macchina da presa nel 2005 con il corto “Brèche” e ha realizzato il suo primo lungometraggio nel 2010, dal titolo “Les imams vont à l’école”, una pellicola documentaristica. Nel 2014, ha diretto il suo primo film di finzione, “Le Challat de Tunis”, che ha aperto la sezione ACID al Festival di Cannes 2014, ottenendo successo internazionale sia nel circuito dei festival che al cinema, venendo distribuito in oltre 15 nazioni. Successivamente, ha realizzato “Zaineb Hates the Snow”, un documentario filmato durante sei anni tra la Tunisia e il Canada, presentato nel 2016 nella selezione ufficiale del Locarno Film Festival. Nel 2017 ha diretto “La bella e le bestie” (ʿAlā kaff ʿifrīt), selezionato al Festival di Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, dove ha vinto il premio per il miglior suono. Il suo film “L’uomo che vendette la sua pelle”, con Monica Bellucci, è stato presentato a Venezia e candidato agli Oscar come miglior film in lingua straniera, premio poi vinto da “Un altro giro” di Thomas Vinterberg.

Dopo alcune opere di finzione, la cineasta è tornata nel 2023 al suo cinema delle origini con il docu-drama “Les filles d’Olfa”. Questo film è stato distribuito in Italia dal 27 giugno 2024 grazie ad Arthouse, la label di I Wonder Pictures dedicata al cinema d’autore più innovativo, in collaborazione con Unipol Biografilm Collection. È stato presentato in anteprima italiana a Bologna, durante la XX edizione del Biografilm nel concorso “Beyond Fiction – Oltre la finzione”, sezione dedicata alla scoperta e all’espansione dei confini tra finzione e documentario. Il docu-film tunisino, “Quattro Figlie”, è stato candidato all’Oscar come Miglior documentario e presentato in anteprima mondiale al Cannes Film Festival 2023 nella sezione Palme d’Or, dove ha ottenuto il premio Golden Eye, oltre ad altri numerosi premi cinematografici in vari festival, come il premio per miglior documentario ai César e agli Spirit Award.

Trama di Quattro Figlie

La vita di Olfa Hamrouni oscilla tra luci e ombre, tra benevolenza, amore per le proprie figlie e profonda crudeltà. La donna tunisina, madre di quattro figlie, Ghofrane Chikaoui, Rahma Chikhaoui, Eya Chikhaoui e Tayssir Chikhaoui, ha avuto un’esistenza spesso ribelle, ma inesorabilmente schiacciata dal peso della tradizione, della cultura e della società. Una società che ha intaccato la sua personalità e quelle delle sue figlie maggiori, che in giovanissima età, appena quindicenni, hanno intrapreso un percorso interiore verso il radicalismo islamico. Le ragazze hanno iniziato a indossare il niqab al posto dei loro classici vestiti, fino a scappare di casa, abbandonando la loro famiglia e la loro vita precedente per abbracciare i valori del radicalismo islamico e della lotta armata terroristica jihādista, un movimento estremista basato sulla guerra contro i non credenti. Ghofrane e Rahma si radicalizzano, fuggono in Libia e si uniscono all’organizzazione terroristica Daesh. Da qui ha inizio un’irrimediabile discesa negli inferi per l’intero nucleo familiare.

Per sollevare il velo su questa storia, Kaouther Ben Hania ha chiamato le attrici professioniste Nour Karoui e Ichraq Matar a prendere il posto delle figlie scomparse di Olfa e a mettere in scena i momenti che hanno segnato la storia della famiglia, recitando al fianco delle due figlie superstiti e di Olfa stessa, sostituita nei passaggi più drammaticamente intensi dalla star Hend Sabri, attrice e produttrice di successo tra le più importanti del mondo arabo. Il risultato è uno straordinario meccanismo cinematografico che mescola costantemente documentario e finzione, capace di raccontare un viaggio intimo di speranza, ribellione, violenza, trasmissione e sorellanza, che rimette in discussione le fondamenta stesse delle nostre società.

Fotogramma di Quattro Figlie
Fotogramma di Quattro Figlie

Recensione di Quattro Figlie

Kaouther Ben Hania

Il progetto è partito molto prima. Ho cominciato a lavorarci nel 2016, mentre stavo finendo Zaineb Hates the Snow, un documentario sulla vita di un’adolescente a cui ho dedicato sei anni della mia vita. A un programma radiofonico, ho sentito Olfa parlare della tragedia delle sue figlie. La sua storia mi ha intrigata e commossa. Anche in questo caso, si trattava della storia di una madre e delle sue quattro figlie adolescenti. Olfa mi ha affascinata fin da subito, in lei ho visto un personaggio potente per un film. Era l’incarnazione di una madre con tutte le sue contraddizioni, le sue ambiguità, i suoi punti problematici. La sua storia complessa e terribile mi ha perseguitata e ho voluto esplorarla, capirla, senza sapere come avrei fatto. Quindi ho chiamato il giornalista radiofonico e lui mi ha dato il numero di telefono di Olfa per poterla incontrare. È iniziato tutto così. Quando l’ho contattata era già andata in televisione e in radio diverse volte, ma all’epoca queste storie erano all’ordine del giorno. Ciò che mi ha colpito di Olfa è che la sua storia riguardava le donne, era quella di una madre e delle sue figlie.

Un lungo progetto, un lungo lavoro, quello che ha portato alla realizzazione del docu-film “Quattro Figlie”, un percorso intrapreso dalla cineasta nel lontano 2016 e portato a termine solo nel 2023, con la proiezione della pellicola in concorso a Cannes nella competizione ufficiale. Kaouther Ben Hania inizialmente aveva dato un’impostazione narrativa interamente divergente al progetto, intendendo filmare solo Olfa e le due figlie rimaste con lei, al fine di esprimere narrativamente l’assenza e il vuoto interiore presente all’interno della famiglia. Questa impostazione però, nel procedere delle riprese, non ha convinto la cineasta tunisina che ha deciso di modificare interamente la struttura drammaturgica, conducendo il documentario all’interno del docu-film, mescolando realtà con finzione e effettuando un gioco di specchi dal sapore marcatamente metacinematografico, un espediente utilizzato anche da Mona Achache nel suo documentario francese “Little Girl Blue” (2023), presentato, proprio come l’opera di Kaouther Ben Hania, a Cannes 2023.

“Little Girl Blue” e “Les filles d’Olfa”, nonostante le differenze tematiche e d’approccio narrativo, possiedono degli indubbi punti in comune, soprattutto riguardo l’elemento metacinematografico. Nel film francese, la cineasta Mona Achache, dopo la morte per suicidio della madre, la scrittrice e fotografa Carole Achache, decide di incaricare la celebre attrice francese Marion Cotillard di trasformarsi fisicamente in Carole Achache, al fine di comprendere meglio sua madre, i motivi che l’hanno condotta al suicidio e risolvere i suoi traumi interiori di bambina. In “Little Girl Blue” abbiamo un gioco metacinematografico, dove la voce dell’attrice si confonde con quella reale di Carole Achache e dove assistiamo alla difficoltà della Cotillard di interpretare questo ruolo dinanzi alla figlia stessa della fotografa morta suicida nel 2016. Questo prodotto filmico risulta dunque essere per Mona Achache un espediente quasi psicoanalitico, per comprendere e riappacificarsi con il suo passato e con la figura di quella madre. In questo senso, “Les filles d’Olfa” non è così dissimile sia per l’uso del linguaggio filmico, dal sapore metacinematografico, sia per l’obiettivo che sta alla radice del progetto narrativo. Le due pellicole hanno come punto in comune il mischiare finzione e realtà per donare uno sguardo interiore psicoanalitico alla vicenda trattata.

“Quattro figlie” è dunque un lavoro marcatamente metacinematografico-psicologico, in cui vediamo costantemente in scena le vere due figlie minori di Olfa che s’interfacciano con degli attori per risolvere i loro traumi passati e le loro ferite interiori, sia riguardo alle scelte delle due sorelle maggiori sia nei confronti della loro madre. Kaouther Ben Hania, che di tanto in tanto compare anche in scena, decide di rappresentare visivamente le due sorelle scappate di casa, facendole interpretare da Nour Karoui e Ichraq Matar, con quest’ultima attrice che aveva già partecipato al precedente film della cineasta, ovvero “L’uomo che vendette la sua pelle”. In scena assistiamo alla ricreazione di alcuni dei ricordi di Olfa e delle sue figlie minori, con le vere Eya e Tayssir che devono rapportarsi con le “false” Ghofrane e Rahma, effettuando un viaggio di ricordi, dove le emozioni entrano in gioco e le scene rivissute riaprono le loro ferite al fine di riappacificarsi con il loro passato, accettare i loro traumi e trasformarli in una nuova forza interiore positiva.

Eya e Tayssir si mettono in gioco dinanzi alla macchina da presa, non si tirano indietro nel raccontare le loro emozioni e si confrontano con forza con le due attrici che interpretano Ghofrane e Rahma, le quali devono dare vita a due giovani donne che hanno smarrito la propria strada a causa della società, della cultura patriarcale tunisina, ma anche e soprattutto per ciò che ha fatto loro la madre Olfa. La donna che ha dato la vita a queste quattro bambine non ci viene raccontata come la vittima della vicenda, bensì come il carnefice, come la causa di ciò che è avvenuto alle sue figlie. Olfa, seppur con intenzioni positive, ha fatto del male a livello psicologico alle sue bambine, ferendole con le parole per come si vestivano o per come si comportavano, a suo modo di vedere non in linea con il pudore islamico. Come dichiarerà più volte nel corso del film, detesta quando le sue figlie mostrano parti del loro corpo agli altri, preferendo che indossino niqab o il burqa piuttosto che semplici vestiti femminili. Olfa però non si fermava alle parole, ma andava oltre, attaccando e ferendo brutalmente le proprie figlie bambine (il film parla di ragazzine dai 6 anni ai 15 anni, quindi di bambini), colpendole con tubi di metallo e manici di scopa, quasi uccidendole, aggredendole dunque solo per il modo in cui vestivano o per il modo in cui si atteggiavano dinanzi agli altri.

Questo lungometraggio evita il racconto patriarcale, in cui l’uomo è visto come il male assoluto (nonostante le figure maschili presentate non siano del tutto positive), ma va oltre, mostrando come la cultura patriarcale intacchi anche la mente delle donne, che interiorizzano tali concetti e li riversano sulle loro figlie, le quali sembrano non avere possibilità di fuga. Nel film, Ola è presente ma viene anche impersonata da un’attrice, la star del cinema tunisino Hind Sabri. L’attrice rappresenta la madre nelle scene più crude, quelle in cui Ola non riesce a stare davanti alla telecamera a causa delle troppe emozioni nel raccontare quei momenti di vita vissuta. Questo gioco di ruoli, dove Ola si scambia con Hind Sabri, aggiunge un ulteriore livello di lettura alla pellicola. Da un lato, la narrazione dà centralità a Eya e Tayssir Chikhaoui, conducendoci in un viaggio interiore per aiutarle a superare (se possibile) il loro trauma e la loro difficile infanzia; dall’altro, il film è fondamentale per Ola per comprendere la verità, focalizzarsi su ciò che ha fatto in passato e imparare dai propri errori. Hind Sabri e le sue due figlie mettono Ola di fronte alla realtà dei fatti, che la donna non vuole vedere, per farle capire quanto sia stata crudele nei loro confronti. È sorprendente vedere come Eya e Tayssir provino ancora un profondo affetto verso Ola e il compagno della madre, nonostante il male che questi hanno fatto loro, ferendole fisicamente e psicologicamente.

Kaouther Ben Hania

Ho notato che spesso nella vita i nostri comportamenti sono influenzati dai cliché visti in TV o nei media. Olfa era stata influenzata dai giornalisti, recitava, con grande talento tragico, la parte della madre in lutto, isterica e divorata dai sensi di colpa. Molti dei servizi televisivi non permettono di esplorare le diverse dimensioni degli individui, eppure Olfa è così esuberante, ambigua e complessa che è impossibile mostrare solo un lato di lei. Ma analizzare le contraddizioni, le sensazioni, le emozioni richiede tempo che i giornalisti semplicemente non hanno. Sta al cinema esplorare queste aree, queste ambiguità dello spirito umano. Quindi ho iniziato a contemplare l’idea del film come un laboratorio terapeutico in cui esplorare i ricordi. Quando ho capito che ciò che avevo filmato non era interessante, mi sono concentrata su L’uomo che vendette la sua pelle. Durante le riprese ho lasciato la storia di Olfa in secondo piano, non sapendo se ci sarei tornata o meno. Ma, dal momento che mi piace finire ciò che inizio, l’ho ripresa in mano e a quel punto avevo le idee molto più chiare. Volevo filmare Eya e Tayssir, che avevo avuto modo di conoscere durante le riprese, ma dato che eravamo nel pieno del lockdown, ho capito che il miglior modo per riportare Olfa alla realtà e ai suoi ricordi era realizzare un documentario sulla preparazione di un film che non avrebbe mai visto la luce. In base a tutto ciò che Olfa mi aveva detto, ho abbozzato un copione con Eya e Tayssir che parlava della preparazione di un film in cui gli attori avrebbero incontrato i veri protagonisti della storia per esprimere al meglio ciò che avevano vissuto. Olfa doveva essere messa di fronte a degli attori professionisti, “D’ora in poi, saranno loro a recitare, non tu”. Avrebbero aperto gli occhi a lei e alle sue figlie aiutandole a trovare la loro verità interiore. Mi servivano delle attrici per interpretare le due figlie scomparse e un attore che facesse delle domande a Olfa per aiutarla a capire alcuni eventi fondamentali della sua vita. Non ero interessata alla ricostruzione dei ricordi, ma allo scambio tra Olfa e le sue figlie che avrebbe portato a questo. Il mio ruolo nel film è stato quello di regista, di guida. Ho esplorato la storia insieme a loro, mentre Olfa raccontava e analizzava nel dettaglio episodi significativi della sua vita. Ponendo le domande su dei dettagli specifici e sulle sue motivazioni, Hend Sabri ha permesso a Olfa di riflettere sul suo passato senza darle troppa corda. Se Olfa fosse rimasta sola con me, mi avrebbe propinato nuovamente la stessa storia, lo stesso cliché.

La storia è un viaggio in un’infanzia piena di crudeltà e infelicità per le quattro sorelle, e colpisce vedere come le due ragazze ne parlino con un sorriso, nonostante le parole che pronunciano farebbero gelare il sangue a chiunque, dove una madre sembra volerle uccidere. Questo contrasto tra il modo in cui la storia viene raccontata e il dramma della storia, un vero pugno dello stomaco, è alquanto efficace ma allo stesso tempo straniante, facendoci provare sensazioni quasi confuse, ritrovandoci con persone che parlano come se nulla fosse di eventi, per noi occidentali, orripilanti e impensabili.

Quando mi parlano di orrori e tragedie, io mi sbellico dalle risate. Volevo mostrare il contrasto tra la storia che raccontiamo e ilmodo in cui la raccontiamo. È molto speciale. Il cinema ci permette di mostrare proprio questo. Credo che questo film abbia fatto loro bene, è stata un’esperienza terapeutica. Hanno dato tanto e credo di poter dire che hanno anche ricevuto tanto in cambio. Anzi, lo dicono loro stesse. Il film ha permesso loro di esprimersi – fino a quel momento, non avevano avuto una voce. Noi abbiamo dato loro la possibilità di essere ascoltate. Quando hanno visto il film, la loro prima reazione è stata: “Grazie, ci avete dato una voce”.

La storia è metacinematografica poiché non racconta solo il viaggio interiore di queste donne che devono rimettere insieme i pezzi della loro vita, ma è anche un viaggio all’interno del mestiere d’attore, come mostrato fin dalle prime scene del film tramite un intelligente dialogo tra Ola e Hind Sabri, in cui la prima chiede come riesca a non farsi coinvolgere troppo dal personaggio e non rimanere vittima delle emozioni che questo prova. Interessante in questo senso è la scena in cui Majd Mastoura, che interpreta tutti i personaggi maschili, dal marito al compagno fino al poliziotto, non riesce a interpretare una determinata scena profondamente toccante e crudele, piena di significato per Eya e Tayssir, tanto da rifiutarsi di continuare per motivi personali ed etici, non trovandosi a suo agio in quella situazione.

Questo è un film anche sul lavoro degli attori. Per me era interessante mostrare come un attore possa essere influenzato e sopraffatto dalla brutalità della vita vera. Anche Hend Sabri ne parla all’inizio del film. Dice che un attore impara a proteggersi per non essere sopraffatto e influenzato dal personaggio che interpreta. Majd non sapeva di tutto il lavoro fatto con le ragazze prima delle riprese, in particolare con gli psicologi. Secondo lui non dovevamo permetterci di spronare tali confessioni davanti a una telecamera. Un discorso così intimo doveva essere relegato allo studio dello psicologo. Quando ci si trova di fronte a rivelazioni del genere sulle vite di altre persone, bisogna porsi un migliaio di domande etiche. Non sapeva del mio coinvolgimento e credeva che io non me le fossi poste, queste domande. Perciò ha interrotto la scena. Dal mio canto, ho voluto mostrare la sua angoscia e i suoi dubbi di attore. Inoltre, la scena si conclude con il discorso di Eya che esprime il suo bisogno di filmarlo. Senza la sua reazione, probabilmente non avrei incluso la scena nel film.

La storia dunque non è solo quella delle quattro donne, ma anche un’indagine sul mestiere di attore, anche se questa tematica poteva e doveva essere più approfondita. Tuttavia, il film dà maggior spazio alla vicenda delle due sorelle piuttosto che a quella della madre, dimostrando come sia stato realizzato soprattutto per loro, per aiutarle a trovare una forza interiore e a lasciare dietro di sé il loro passato oscuro e tragico, anche se abbandonarlo del tutto è impossibile, essendo parte integrante delle loro vite. Dunque, il film è la loro possibilità di trasformare il trauma e il passato in qualcosa di positivo, al fine di cambiare le proprie vite e non cadere vittime della società islamica religiosa.

Frame di Quattro Figlie
Frame di Quattro Figlie

In conclusione

“Quattro Figlie” di Kaouther Ben Hania è un docu-film innovativo e coraggioso che esplora temi profondi e dolorosi con una narrazione metacinematografica unica. L’intensità emotiva e la qualità delle interpretazioni rendono il film coinvolgente e toccante, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulle sfide affrontate dalle donne in una società patriarcale. Tuttavia, il film presenta alcune limitazioni narrative e tematiche che ne riducono l’impatto complessivo. Nonostante ciò, “Quattro Figlie” rimane un’opera significativa e importante, capace di stimolare riflessioni profonde sul trauma, la resilienza e il ruolo dell’arte come mezzo di guarigione e comprensione.

Note positive

  • Sperimentazione narrativa: L’approccio metacinematografico utilizzato da Kaouther Ben Hania dona profondità al docu-film, mescolando realtà e finzione in modo innovativo e coinvolgente.
  • Tema importante: Il film affronta temi cruciali come la violenza domestica, il patriarcato e la resilienza femminile, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulle difficoltà vissute dalle donne in una società patriarcale.
  • Dimensione psicologica: L’elemento psicoanalitico è trattato con delicatezza e profondità, permettendo ai personaggi di confrontarsi con i loro traumi e ferite interiori.
  • Uso metacinematografico
  • Riflessione sul mestiere d’attore: Il film offre uno sguardo interessante sul lavoro degli attori, esplorando come essi si confrontino con ruoli emotivamente intensi e complessi.

Note negative

  • Sviluppo tematico disomogeneo: Nonostante l’interessante esplorazione del mestiere d’attore, questa tematica avrebbe potuto essere approfondita ulteriormente per dare una visione più completa.
  • Sbilanciamento del focus narrativo: Il film tende a concentrarsi maggiormente sulle due figlie minori, trascurando in parte la complessità del personaggio della madre, Olfa.
  • Alcune parti della vita della famiglia vengono trattate troppo sbrigativamente, come la parte incentrata sul compagno di Ola o sul marito e padre delle quattro ragazze.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

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