Ride (2018): Dedicato a chi resta

trailer italiano di Ride (2018)

Trama di Ride

Carolina ha perso suo marito Mauro da una settimana e non è ancora riuscita a versare una lacrima. Mentre il figlio Bruno si prepara all’imminente giorno del funerale inscenando, con l’aiuto di un suo amico una possibile intervista, anche il padre si Mauro cerca di elaborare il lutto.

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Ride (2018)

Recensione di Ride

Mauro (interpretato da Lino Musella), il marito di Carolina (interpretata da Chiara Marteggiani), è morto durante il turno in fabbrica. Carolina occupata nelle faccende burocratiche in seguito alla scomparsa improvvisa del marito, non riesce a piangerlo. Lei ci prova e ci riprova, ricostruendo gli ultimi attimi passati assieme, ascoltando le loro canzoni. Ma non c’è niente da fare, non riesce proprio a piangere, a differenza dei loro amici distrutti dal dolore che la vanno a trovare. L’unico che sembra la capisca è Nicola (interpretato da Stefano Dionisi), il fratello di Mauro.

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Ride (2018)

L’arrivo inaspettato di Nicola è per Carolina una sorpresa più che ben accetta, anche se per lui e per il suo passato trovarsi lì e in quella situazione è qualcosa di particolarmente difficile. Inizialmente sembra che Nicola sia tornato per Carolina ed il funerale, quando successivamente scopriamo che questi non sono gli unici motivi. Il ritorno di Nicola è dovuto anche alla rabbia che prova nei confronti del padre (interpretato da Renato Carpentieri) considerato da lui un uomo freddo e distaccato al quale, inoltre, attribuisce la morte del fratello, che a detta sua, andò a lavorare nella stessa fabbrica dove a suo tempo operò anche lui per aver la certezza di esser ben voluto da questo. Nel frattempo il figlio di Carolina, Bruno (interpretato da Arturo Marchetti), passa il giorno in una terrazza insieme a un suo amico con il quale costruisce una possibile intervista intento a ottenere dai giornalisti il giorno del funerale.

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Ride (2018)

La prima opera di Valerio Mastandrea mostra allo spettatore uno degli scenari più soggettivi che possono esistere: l’elaborazione di un lutto. Quante volte, chi resta si sente in colpa per non far fuoriuscire il dolore come invece è di “prassi” fare? Nel caso di Carolina, quante volte si prova a piangere anche quando di lacrime non ce ne sono? E poi, perché? Queste credo siano alcune delle domande che ci si pone dopo e durante la visione di questa pellicola che ci mostra come a seconda dell’età, del proprio vissuto, della personalità, del tipo di legame con il defunto e molto altro, un lutto possa essere elaborato, o meglio ancora come un dolore possa esser vissuto.

Ma Mastandrea fa anche di più. Non ci mostra solo come il dolore venga vissuto, ma anche tutti quegli escamotage che chi resta, a cui non a caso è dedicata la pellicola, mette in azione per in un primo momento non affrontare ciò che accade e poi in un secondo trovarcisi irrimediabilmente difronte. Per via della soggettività del tema e della drammaticità e intimità del contesto in cui lo spettatore si trova, ogni situazione viene affrontata con abbastanza tatto da dare possibilità allo spettatore di accennare un sorriso sincero in un momento di tenerezza. Almeno finché la camera da presa non si posiziona in direzione di Nicola e il padre Cesare. Lì la tenerezza lascia lo spazio alla crudità e freddezza. Durante i loro confronti il tatto si mostra come un concetto inesistente. Questo cambio repentino di situazioni ed emozioni opposte può confondere lo spettatore che poi alla fine viene riportato all’intimità delle mura domestiche in cui madre e figlio si ricongiungono nella quotidianità.

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