Richard Gere e Edward Norton

Schegge di paura: il thriller legale dal finale sorprendente

schegge di paura

Schegge di paura

Titolo originale: Primal Fear

Anno: 1996

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Genere: giallo, thriller, drammatico

Produzione: Paramount Pictures, Rysher Entertainment

Distribuzione: UIP

Durata: 129 min

Regia: Gregory Hoblit

Sceneggiatore: Steve Shagan, Ann Biderman

Montaggio: David Rosenbloom

Musica: James Newton Howard

Attori: Richard Gere, Laura Linney, Edward Norton, Frances McDormand, John Mahoney

Trailer di Schegge di paura del 1996

Schegge di paura è un film di genere thriller/drammatico del 1996 diretto da Gregory Hoblit, qui al suo esordio come regista, con la partecipazione di Richard Gere, Laura Linney, Edward Norton e Frances McDormand.

Ispirato al romanzo “Primal Fear” di William Diehl del 1993, la pellicola riscosse un grandissimo successo in tutto il mondo, grazie anche e sopratutto all’ottima interpretazione di Edward Norton, qui all’esordio sul grande schermo, tanto da venire candidato nel 1997 ai premi BAFTA come miglior attore non protagonista, ai Golden Globe (dove riuscì a conquistare la statuetta) e agli Oscar, anche se il premio venne consegnato al suo avversario, l’attore Cuba Gooding Jr. per Jerry Maguire.

Distribuito in America il 3 aprile 1996 da Paramount Pictures, in Italia il film fece il suo debutto nell’agosto dello stesso anno grazie alla United International Pictures.

Trama di Schegge di paura

L’avvocato penalista Martin Vail  si propone di difendere un chierichetto balbuziente di diciannove anni, Aaron Stampler, sulla quale grava l’accusa di aver ucciso con settantotto coltellate l’arcivescovo di Chicago. Nonostante tutte le prove a carico siano contro il ragazzo, il legale è convinto che egli sia innocente. Per Martin sarà però difficile trovare una “seconda” persona da incriminare dal momento che Aaron afferma di soffrire di brevi perdite di memorie, tanto da non ricordare cosa sia successo durante il delitto.

(Allerta spoiler)

Nel corso delle indagini emergono dettagli raccapriccianti che possono fornire il movente dell’omicidio: l’arcivescovo Rushman obbligava Aaron e la sua ragazza ad avere rapporti sessuali in compagnia di un terzo ragazzo, Alex, un loro amico. Successivamente, durante un colloquio, il giovane confesserà che l’episcopo li obbligava a fare tutto ciò con la scusa di purificare le loro anime, pena l’andare a chiedere l’elemosina in strada.

Martin decide quindi di sottoporre il ragazzo a delle sedute psichiatriche sotto la direzione della dottoressa Arrington. Grazie a questi colloqui emerge che il ragazzo soffre di un disturbo mentale chiamato disfunzione di personalità multipla, che lo porta ad avere delle amnesie. È in questi momenti di vuoto mentale che compare una seconda identità, più crudele e aggressiva, di nome Roy.

Durante il processo finale Martin decide d’invocare l’infermità mentale, mostrando al giudice gli appunti della dottoressa. L’accusa, capitanata da Janet Venable, vecchia fiamma del protagonista, decide di sottoporre il ragazzo a un duro interrogatorio, tanto da portarlo a perdere il controllo e ad aggredirla, facendo così svelare il suo disturbo. Martin riceve alla fine un patteggiamento, con la condizione che il ragazzo venga rinchiuso per un mese in uno ospedale psichiatrico. Solo alla fine, quando il protagonista andrà a trovare nella sua cella Aaron, capirà che il ragazzo aveva montato tutto questo spettacolo allo scopo di evitare un processo.

Recensione di Schegge di paura

Schegge di paura può essere considerato un ottimo esempio di film in cui si può assistere a un perfetto connubio tra cinema e psicologia. Ma partiamo dal principio. Il protagonista, l’avvocato penalista Martin Vail, viene presentato come il classico latin lover, pieno di sé, con un ego smisurato, che nel corso degli anni ha perso la fede nella sua professione a causa dell’ambiente che lo circonda (prima di affermarsi come legale era un procuratore distrettuale). Nelle prime sequenze lo troviamo intento a farsi intervistare da un giornalista, con lo scopo di apparire nelle prime pagine di un giornale (come era già successo in passato). È mentre continua questa sua intervista in un bar che assiste in televisione all’omicidio dell’arcivescovo di Chicago. Non si sa chi possa/possano essere i colpevoli quando all’improvviso gli agenti della polizia ricevono una chiamata: un ragazzo, ricoperto di sangue, sta tentando la fuga. Martin, che assiste dalla televisione l’inseguimento di questo giovane, ripreso dalle telecamere, sembra come rapito, tanto da non prestare più attenzione al giornalista. Quando infine il ragazzo viene catturato, Martin decide di chiamare il suo studio per capire in quale prigione verrà mandato il fanciullo. Il suo nuovo scopo, ora, è quello di mettere da parte le chiacchiere con l’articolista per arrivare a difendere questo presunto criminale dalle accuse di omicidio. Poco importa che sia uno degli avvocati più costosi e che il ragazzo in questione non possa permettersi di pagarlo. Il caso è troppo succulento e per lui, accettare questa causa, significa gettare le basi per ritrovare quegli stimoli dimenticati e che lo avevano portato inizialmente a essere l’avvocato brillante quale era: difendere a tutti i costi gli innocenti. Tuttavia è davvero così o la sua è solo voglia di misurare il suo ego e vedere fin dove possono arrivare le sue capacità?

Edward Norton in Schegge di Paura
Edward Norton in Schegge di Paura

Durante il primo colloquio in prigione, Martin ha l’occasione di conoscere Aaron e di carpire alcune informazioni che possono essergli utili per il caso: oltre a sembrargli un ragazzo timido e impacciato, emerge, come primo fattore, che il ragazzo soffre di balbuzie, oltre a perdite di memoria, che lui identifica con la denominazione “ho perso il tempo”. Lui stesso ammetterà di non ricordare niente dell’omicidio, di essere svenuto, ma di aver comunque visto una terza persona china sul cadavere dell’arcivescovo. È appunto in questa sequenza particolare che abbiamo modo di vedere con i nostri occhi come si pone il penalista nei confronti del suo cliente: che Aaron sia o no colpevole, al nostro protagonista poco gli importa, il suo scopo è vincere la causa e farlo uscire di lì, tant’è che inviterà il giovane a non parlare con nessuno, in modo da creargli l’immagine di un ragazzo problematico ma innocente. Questo perché, secondo un pensiero del legale, alla giuria non interessa più di tanto capire qual è la verità dei fatti. Il suo unico compito è semplicemente quello di provare l’innocenza del ragazzo, non di verificarla. Ecco ritornare uno degli elementi che lo contraddistingue, l’ego smisurato, che lo ha portato ad accettare un caso difficile e complesso, in cui la risposta è già stata scritta. Nonostante tutte le prove siano contro di lui, l’avvocato continua a credere nell’innocenza del ragazzo e alla sua versione dei fatti.

Nel corso del lungometraggio abbiamo inoltre l’opportunità di conoscere un aspetto privato del penalista: egli in passato ha avuto una breve relazione con una donna, Janet Venable, ora divenuta sua avversaria (rappresenta in questa causa l’accusa). I due non sembrano essersi “lasciati” in modo pacifico, e questo lo si può intuire dall’atteggiamento di lei, inizialmente sfuggevole nei confronti del nostro protagonista per poi arrivare a non voler arrivare a un patteggiamento con lui perché sa che il ragazzo è colpevole a tutti gli effetti. Martin, nonostante i modi della donna, sembra non averla dimenticata o sembra intenzionato a non dimenticarla, tant’è che quando scopre che lei ha accettato il suo stesso caso, rinfaccerà alla donna di averlo fatto solo per lui. Ecco quindi ritornare l’elemento dell’ego, in questo caso usato nei confronti di una donna che sa di non poter più avere. Altro dettaglio non trascurabile è che Venable incarna l’unica figura capace di metterlo in difficoltà, di scombussolarlo con poco.

Gere e Linney in una scena del film
Gere e Linney in una scena del film

Nel frattempo il caso si infittisce sempre di più e Martin non sa più come scagionare il suo cliente, portandolo a non credere più a lui a causa delle verità non dette. Sarà grazie a un amico dell’accusato che il penalista troverà finalmente il movente che ha fatto scattare la molla del chierichetto. Si scopre, infatti, che Aaron in passato veniva ricattato dall’arcivescovo a fare sesso con la sua ragazza e un loro amico, il tutto davanti a una telecamera. Gli abusi sembrano essere continuati per molto tempo e per mettere fine a questi soprusi, Aaron arrivò all’estremo gesto. Il caso sembra essere chiuso se non fosse per un particolare: il movente trovato dalla difesa non può essere usato perché rubato dalla scena del crimine e perché renderebbe a tutti gli effetti colpevole il ragazzo. Come fare quindi per far emergere questi episodi violenti e disturbanti in tribunale? Far riemergere questi ricordi ad Aaron sembra difficile, lui stesso non vuole ricordare, tant’è che gli verrà affidata una neuropsicologa allo scopo di captare il suo lato più celato e nascosto.

Grazie a questi incontri, la dottoressa e Martin scopriranno una verità sconcertante: il ragazzo sembra soffrire di un grave disturbo mentale definito disfunzione di personalità multipla, che lo porta ad avere delle brevi amnesie. In questi “vuoti di memoria” emerge sempre una seconda identità dal nome Roy, un ragazzo cattivo e crudele, che, come lui stesso confesserà all’avvocato, risulta essere il vero assassino dell’arcivescovo. Egli, infatti, stanco dei continui abusi da parte della Chiesa, aveva deciso di mettere fine a questa storia. Ecco emergere il primo vero colpo di scena, capace di lasciare ammutoliti gli spettatori, che arrivati a questo punto del film non sanno più cosa succederà al giovane ragazzo disturbato. Da qui in poi, ogni volta che emergerà la seconda identità, il regista Hoblit utilizzerà un elemento chiave, ossia il primo piano: il volto del ragazzo occuperà l’intero schermo, e per noi spettatori diventerà più semplice capire, attraverso piccoli movimenti o tic nervosi, se abbiamo di fronte Roy o Aaron.

Nonostante lo stordimento iniziale dovuto a un’aggressione da parte di Roy, Martin deciderà di continuare la causa facendo affidamento sull’infermità mentale, opzione che porterebbe il ragazzo dall’evitare la pena capitale. E grazie alla sua smania nel voler privilegiare sugli altri, il penalista nel processo finale avrà la meglio, giocando d’astuzia: egli non rivelerà mai del tutto alla controparte che il suo cliente soffre di un disturbo mentale, tanto che alla fine, Aaron, sotto pressione a causa del continuo e provocatorio interrogatorio di Janet, perderà le staffe, aggredendo la donna.

Il processo, che vedeva sconfitto Martin fin dall’inizio, ha un ribaltamento: Janet non solo perde la causa ma anche il lavoro (lavorava per due uomini che avevano nascosto le prove), portando il difensore a vincere un altro caso. Ma l’egocentrismo, quella maschera che il protagonista ha sempre indossato fin dalle prime inquadrature, crollerà nel momento in cui capirà che il suo cliente si è solo preso gioco di lui, inventandosi il disturbo mentale allo scopo di evitare un lungo e tortuoso processo, per riuscire ad arrivare all’unica destinazione a lui ideale: l’ospedale psichiatrico. Aaron, infatti, sa che la sua permanenza in quella struttura sarà breve e in poco tempo sarà di nuovo libero. Il colpo di scena finale, studiato nei minimi dettagli per lasciare il pubblico esterrefatto e con l’amaro in bocca, lo troviamo quando Aaron rivelerà il suo vero Io: per tutto quel tempo non era mai esistito un ragazzo timido, innocente e con la balbuzie. Per tutto quel tempo c’era sempre e solo stato Roy con la sua voglia di vendetta. E nel momento in cui Martin capirà tutto questo, la sua bramosia, la sua felicità nell’aver portato a casa un altro caso, verrà spazzato via da un profondo turbamento, tanto da portarlo a uscire da una porta secondaria del tribunale e non dall’ingresso, dove una sfilza di giornalisti sono pronti a immortalarlo e farlo finire sulle prime pagine. Ma d’altronde, una pecca di Martin in questo caso è sempre stato solo una: il non credere fino in fondo alle verità che aveva sottomano.   

Schegge di paura è una pellicola forte, curata nei minimi dettagli e ricca di colpi di scena. Fino all’ultimo pensiamo di aver capito come andranno le cose, chi è il colpevole e perché ha agito in quel modo. Ma il finale di Hoblit ci lascerà tutti a bocca aperta, portandoci a domandare se è veramente possibile fidarci del prossimo (come è successo a Martin, che si era fidato ciecamente del suo cliente nonostante tutto). Un grande plauso lo merita sicuramente Edward Norton, qui al suo esordio, capace di aver dato vita a un personaggio tanto affascinante quanto disturbante. E un elogio va dato anche a Richard Gere, che con questa sua interpretazione, è riuscito a dimostrare la sua versatilità nello spaziare diversi generi cinematografici, risultando credibile e vero.  

Note Positive:

  • Ottima sceneggiatura
  • Ottima interpretazione da parte di Richard Gere, Edward Norton e Laura Linney
  • Ottima regia

Note Negative:

  • Niente di rilevante

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