The Years We Have Been Nowhere (2023): un’Odissea dei giorni nostri

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Trailer di The Year We Have Been Nowhere

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Mauro Piacentini e Lucio Cascavilla, al cinema dal 27 settembre 2023, in un documentario stretto nell’esigenza di comunicare. Le sofferenze, i dolori, le gioie e le conquiste dei migranti in fuga, sono la raccolta di sensazioni raggruppate in ottanta minuti carichi delle storie di coloro che hanno vissuto il paradosso legalizzato della perdita di alcuni dei diritti fondamentali dell’uomo.

Trama di The Year We Have Been Nowhere

Sulemain, Fatima e Patrick, originari dello stato dell’Africa Occidentale del Sierra Leone, sono i volti rappresentativi del tormento migratorio a cui ogni anno migliaia di civili, in fuga da povertà e violenza, si sottopongono. Dal conflitto civile iniziato nel 1991, principale causa degli spostamenti; ai pericoli affrontati durante il viaggio verso occidente; il processo di integrazione, la ricerca di una stabilità, la creazione di un’esistenza lontana dai luoghi di un triste passato; sono le immagini che caratterizzano la prima metà dell’opera. A conclusione della prima parte, la pellicola, come in un lento riavvolgersi, getta i protagonisti in un limbo burocratico, dovuto a una piccola infrazione o alla mancanza di documenti ufficiali. Da questo istante, una sequela: di abusi, confinamenti in vari CPR (Centri di permanenza e rimpatrio per i migranti), dubbi e paure; sono il prologo per un triste ritorno in patria. I luoghi d’infanzia distanziano dai ricordi, la famiglia si mostra estranea ed egoista agli occhi di chi inizia a calzare i panni dell’apolide moderno, offrendo il fianco a perenne disperazione.

Riprese da Freetown, Sierra Leone - The Year We Have Been Nowhere
Riprese da Freetown, Sierra Leone – The Year We Have Been Nowhere

Recensione di The Year We Have Been Nowhere

Una lunga storia accademica e di mancate collaborazioni, accompagna i registi e sceneggiatori di The Years We Have Been Nowhere, vincitore del Silver Remy Award allo International Houston Film Festival. Con il forte sostegno di una cultura poliglotta ed esperienze in campo audiovisivo (Goodbye, Beijing Goodbye, cortometraggio del 2008, in cui i due collaborano per la prima volta); Cascavilla e Piacentini intraprendono un percorso lineare, poco profetico ma fortemente illustrativo di un capitolo di storia dei giorni nostri. Troppo spesso orientato verso parametri statistici e matematici, il fenomeno migratorio, nel documentario, viene frammentato sapientemente al fine di ottenere i pezzi di una storia purtroppo unica e sequenziale per tutti coloro implicati nei fatti.  Un filo che ricongiunge tutti gli attori a un medesimo destino è quanto si avverte sin dai primi minuti; ciò non toglie l’interesse nell’approfondire un argomento da fonti coinvolte in prima persona. Prendendo le distanze da elementi criptici e offrendo spazio agli oratori, si assiste a una tecnica documentaristica di vita vissuta, psicologicamente analitica e di stampo socioculturale. Le singole vicende restano il fulcro centrale da cui automaticamente si estrapola il contesto. Il confronto culturale è un continuum sia verso i paesi ospitanti che verso i congiunti rimasti in patria, avvalorato da pareri di esperti del campo. Il cambio di luoghi tra l’Italia e Freetown (Sierra Leone) è poco percepibile, data la principale presenza di dialoghi e l’essenzialità del comparto fotografico e scenico. Quest’ultimo fattore rende però una forma colloquiale distesa e concentrata prettamente sul valore dell’intervista, seppur rischiando di appesantire l’intera struttura del lavoro. Da una prima parte, con un decorso più lento, lo svolgersi dei fatti subisce un’impennata dovuta alla concitazione degli eventi raccontati, in tale frazione, si avverte la piena frustrazione e rabbia degli intervistati, ma anche il punto focale su cui è basato il lungometraggio. Agli occhi di chi osserva matura curiosità mista a inconsapevolezza per ciò che viene raccontato, le deportazioni verso i CPR e poi verso il paese di origine, sono una doccia fredda, più delle traumatiche vicende raccontate sulla guerra (principalmente da Sulemain), andando a cogliere, forse tardivamente, il senso dell’intero racconto. Una storia dal duplice significato, il primo è la totale perdita del senso di appartenenza, il secondo è di carattere sociopolitico, velatamente volto ad una sensibilizzazione più che verso l’accoglienza, verso manovre di integrazione efficaci e durature nel tempo.

Sulemain - The Year We Have Been Nowhere
Sulemain – The Year We Have Been Nowhere

“The Years We Have Been Nowhere è la sintesi tra la nostra vita di migranti (la Cina, l’Inghilterra, l’Africa) privilegiati che possiedono un passaporto europeo e a cui tutto è permesso, e quello che gli altri sono costretti a subire per poter arrivare nella stessa posizione in cui siamo noi.”

Lucio Cascavilla, Mauro Piacentini

In conclusione

Alla fine di quest’esperienza e possibile asserire che la visione necessita di concentrazione e apertura, il carico empatico è notevole, non conforme a chi cerca una visione di tipo didattico , difatti risultano pochi i riferimenti storiografici. La storia dei personaggi è coinvolgente restando però in parametri del tutto documentali opportunamente poco romanzati. L’assenza di immagini alternative all’intervista one to one rende la visione a tratti monotona ma comunque ben orientata secondo gli schemi di montaggio e sceneggiatura.

Note positive

  • Coinvolgimento empatico
  • Racconto dettagliato
  • Spontaneità

Note negative

  • Ambientazione poco curata
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Alessandro Barbato
Alessandro Barbato
Articoli: 9

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