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Le libere donne
Titolo originale: Le libere donne
Anno: 2025
Paese: Italia
Genere: Drammatico, Storico
Casa di Produzione: Rai Fiction, Endemol Shine Italy
Distribuzione italiana: Rai
Ideatore: Peter Exacoustos, Laura Nuti
Stagione: 1
Puntate: 6
Regia: Michele Soavi
Sceneggiatura: Peter Exacoustos, Laura Nuti
Fotografia: Marco Cuzzupoli
Montaggio: Pietro Morana
Musiche: Stefano Lentini
Attori: Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger, Fabrizio Biggio
Trailer di “Le libere donne”
Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming
Il 16 gennaio 1910, a Viareggio, nacque Mario Pierippolito Tobino, destinato a diventare uno dei più importanti psichiatri, poeti e scrittori italiani del Novecento. Nel corso della sua vita pubblicò numerosi romanzi dal forte carattere autobiografico, segnati da una profonda attenzione sociale e psicologica. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu inviato sul fronte libico, dove rimase fino al 1942: da quell’esperienza nacque il romanzo Il deserto della Libia (1952). Rientrato poi in Italia, riprese il lavoro nei cosiddetti manicomi, prima a Firenze e poi, dal 9 luglio 1942, all’ospedale psichiatrico di Maggiano, in provincia di Lucca, dove rimase per circa quarant’anni. La struttura, chiusa nel 1999, è oggi visitabile grazie alla Fondazione Mario Tobino, che ne ha reso nuovamente accessibili gli spazi.
Proprio dall’esperienza maturata a Maggiano nacque nel 1953 il romanzo autobiografico Le libere donne di Magliano, scritto in forma di diario, in cui Tobino racconta la vita nel reparto femminile dell’ospedale. Da quest’opera prende forma, nel 2026, la miniserie Le libere donne, prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy e trasmessa in tre serate, per un totale di sei episodi, su Rai 1 dal 10 al 24 marzo 2026. Su RaiPlay la serie è invece disponibile integralmente dal 10 marzo. Le prime due puntate hanno registrato un risultato più che positivo, con il 17,9% di share e circa 2.851.000 spettatori.
Alla regia troviamo Michele Soavi, cineasta di grande esperienza, autore di film come La chiesa (1989), Dellamorte Dellamore (1994), La Befana vien di notte (2018), oltre a serie come Bianca (seconda stagione, 2023) e Rocco Schiavone (2016). Per interpretare Tobino, Soavi sceglie un volto centrale della serialità Rai, Lino Guanciale (Il conte di Montecristo, 2024; Mare fuori, 2020; L’allieva, 2016–20). Nel ruolo di Margherita Lenzi troviamo Gracjela Kicaj, già apprezzata ne La Rosa dell’Istria, mentre Gaia Messerklinger (Cuori, 2021–23; Zodiaco, 2008; Avvocato Ligas, 2026) interpreta Paola Levi.
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Trama di “Le libere donne”
Nella Toscana della Seconda Guerra Mondiale, tra Lucca e Viareggio, Mario Tobino (Lino Guanciale), medico psichiatra dalla sensibilità anticonvenzionale e animato da un profondo amore per la poesia, vive e lavora all’interno dell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano. Qui si ritrova a difendere la dignità delle sue pazienti, donne spesso recluse per motivi che poco hanno a che fare con la malattia mentale. Tobino tenta di curarle attraverso un approccio “umanitario”, rifiutando di considerarle “pazze” e trattandole invece come persone, con la loro storia e la loro sofferenza.
All’interno della struttura trova un prezioso sostegno nel dottor Anselmi (Fabrizio Biggio), giovane medico altruista con cui instaura un rapporto di fiducia e amicizia sincera, e nel direttore del manicomio. Ma deve anche confrontarsi con l’ostilità di Gianmassimo Parisi, figura influente e profondamente orientata verso il pensiero nazista, convinto sostenitore dell’elettroshock e della lobotomia come strumenti essenziali per “curare” le pazienti.
L’equilibrio di Maggiano — e soprattutto quello interiore di Tobino, già segnato dalle ferite della guerra al fronte e dall’amore spezzato per Paola Levi — viene sconvolto dall’arrivo di Margherita Lenzi (Grace Kicaj), una giovane donna internata dal marito contro la sua volontà. Fin dal primo incontro, Mario intuisce che la sua presunta follia nasconde una verità più oscura: il corpo di Margherita è coperto di lividi, e tutto lascia pensare che sia vittima di un uomo violento, più interessato alla sua eredità che al suo benessere, piuttosto che affetta da schizofrenia. Spinto dall’istinto e da un crescente coinvolgimento emotivo, Tobino inizia a indagare sul passato della giovane, ritrovandosi diviso tra il sentimento nascente per lei e il ritorno di un amore mai dimenticato, quello per Paola Levi (Gaia Messerklinger), divenuta nel frattempo una coraggiosa staffetta partigiana.
Nel frattempo, mentre la guerra avanza, Tobino e il direttore del manicomio si trovano a proteggere all’interno della struttura una donna e un bambino ebreo. Ma la notizia trapela, e i nazisti non esitano a presentarsi a Maggiano per scovarli, mettendo a rischio la vita di tutti.
Recensione di “Le libere donne”
Quando mi sono accinto a visionare la serie — spinto, a onor del vero, più dal mio interesse personale per la figura di Tobino, personaggio ben noto in Versilia da dove provengo — non nutrivo grandi aspettative sul piano drammaturgico né su quello della messa in scena. Le recenti produzioni Rai Fiction made in Italy non avevano lasciato presagire nulla di particolarmente incisivo negli ultimi tempi, post L’amica geniale (prima stagione) e La Storia. Eppure, al termine della visione, posso affermare di essere rimasto positivamente colpito da questa miniserie, Le libere donne. Pur presentando alcune evidenti sbavature che non mancano di farmi storcere il naso — e che analizzerò nel dettaglio più avanti — la serie riesce comunque a distinguersi per solidità narrativa, cura nella ricostruzione storica e una sorprendente sensibilità nel trattare la figura di Tobino e il mondo di Maggiano.
In maniera inattesa, la serie offre momenti visivamente impattanti e sorprendentemente raffinati per un prodotto Rai Fiction. Alcune sequenze — per resa registica, qualità fotografica e intensità delle performance — possiedono un autentico fascino cinematografico, capace di generare un’attrazione emotiva immediata. Sono immagini che parlano da sole, che smuovono pensieri e sensibilità, permettendo allo spettatore di connettersi profondamente con i personaggi, in particolare con il Tobino di Guanciale e la Lenzi interpretata da Kicaj. Soffermandosi proprio su Gracjela Kicaj, la scelta attoriale non poteva essere più azzeccata: l’attrice, di origini albanesi, dona al personaggio una tridimensionalità completa, conferendole un fascino oscuro, quasi da femme fatale, essenziale per la costruzione drammaturgica e per il rapporto stesso con Tobino, vero fulcro emotivo della narrazione. La tensione tra i due è palpabile, vibra nell’aria e porta nella serie un’eco di cinema romantico tragico, rendendo la loro storia — perché Le libere donne è anche una storia d’amore — potente e capace di colpire nel profondo il cuore dello spettatore.
Il fatto che l’opera presenti momenti di autentico grande cinema non sorprende: Michele Soavi è un autore che conosce profondamente il linguaggio filmico e porta con sé un bagaglio estetico maturato in anni di sperimentazione, soprattutto nell’horror, genere in cui ha lasciato un segno riconoscibile nella storia del cinema italiano. La sua presenza dietro la macchina da presa emerge con forza in numerose sequenze che si distaccano nettamente dalla grammatica televisiva tradizionale, assumendo invece la complessità visiva e la potenza espressiva tipiche del cinema. Un esempio evidente è il modo in cui Soavi costruisce gli scambi di sguardi tra Tobino e Margherita Lenzi: non semplici raccordi narrativi, ma vere e proprie micro‑coreografie emotive, in cui la macchina da presa si avvicina, indugia e respira insieme ai personaggi.
Ancora più emblematico è il momento in cui il medico osserva la giovane paziente nuda nella cella d’isolamento: una scena sospesa, quasi pittorica, illuminata con una cura che richiama la ritrattistica novecentesca e che trasforma un frammento narrativo in un’immagine di forte carica simbolica. In questi passaggi Soavi non si limita a riprendere: compone, scolpisce la luce, costruisce un quadro che parla da sé. Questi episodi non sono eccezioni isolate, ma segnali di una regia dotata di un’identità precisa, capace di emergere anche all’interno di un prodotto destinato a un pubblico ampio. Difatti la capacità del regista è quella di riuscire a far convivere la propria visione artistica con le esigenze di un prodotto pensato per un pubblico generalista, che richiede una messa in scena chiara, accessibile e non eccessivamente disturbante. Pur muovendosi entro questi confini, Soavi non rinuncia alla sua identità: dissemina l’opera di sequenze forti, visivamente impattanti, capaci di sorprendere e di imprimersi nella memoria dello spettatore. Ne sono esempio le numerose scene di nudo femminile, i momenti di violenza di genere e l’episodio finale, che include un’uccisione rappresentata con una brutalità perfettamente coerente con il suo stile. Ciò che colpisce maggiormente di questa miniserie è proprio la sua volontà di non scivolare nel didascalismo perbenista tipico di molte produzioni Rai. La serie preferisce la complessità alla banalità, scegliendo un finale inatteso per i canoni della fiction generalista: un epilogo amaro, capace di lasciare allo spettatore un nodo allo stomaco, pur concedendo nell’ultima scena un accenno di lieto fine, quasi un respiro sospeso e agrodolce dopo tanta oscurità.
La scrittura
La forza di Le donne libere risiede soprattutto nel coraggio della messa in scena ma anche dalla solidità della sceneggiatura firmata da Peter Exacoustos e Laura Nuti, capaci di reinventare e romanzare il libro d’origine — dal quale la serie prende solo lo spunto iniziale, per poi muoversi verso direzioni narrative autonome — arricchendo la storia con svolte inattese, soprattutto nel finale.
A livello di scrittura, l’unico vero limite riguarda la linea narrativa legata al nazismo, che avrebbe meritato un approfondimento maggiore. I personaggi connessi a quell’ideologia — comandanti, soldati e figure di potere — restano tratteggiati in modo troppo superficiale, privi della complessità che un contesto storico così delicato richiederebbe. Lo stesso vale per alcuni personaggi secondari che, pur avendo un ruolo significativo nella vicenda raccontata, risultano bidimensionali: Gianmassimo Parisi, uno degli antagonisti; il dottor Olivieri; il nazista Beppe; Suor Maria; e perfino Paola Levi, che pure gode di un’attenzione maggiore non viene mai mostrata davvero nel suo mondo partigiano, privando così la narrazione di un maggior respiro e profondità drammaturgica, che avrebbe arricchito il contesto politico e storico in cui la vicenda si muove.
Però, per dare a questi caratteri il peso che meritavano sarebbe stato necessario un numero più ampio di episodi — o addirittura una stagione aggiuntiva. In sole sei puntate, portare avanti contemporaneamente tre piani narrativi così importanti (la condizione femminile e l’impossibilità di essere “donne libere”, il contesto nazista e la lotta partigiana, e infine la storia d’amore e il percorso interiore di Tobino unito all’indagine per salvare la Lenzi) era un’impresa quasi impossibile. Nonostante ciò, la narrazione dedicata ai “matti” e la loro caratterizzazione risulta essere uno degli aspetti più riusciti della serie. Grazie a una scrittura attenta e sensibile, alcuni di loro acquisiscono una vera tridimensionalità sulla pagina, e questo lavoro è ulteriormente potenziato da scelte di casting estremamente efficaci. Le performance di Irene Muscarà, Dodi Conti, Filippo Caterino nei panni di Morena (la “gigante dal cuore buono”), Gea Dall’Orto e Pia Lanciotti (la “principessa”) risultano intense e credibili.
La narrazione, per sua natura e per la struttura drammaturgica adottata, si fa portatrice dei cosiddetti valori femministi, pur senza trasformarsi in una storia apertamente militante. Le donne libere costruisce infatti un racconto tematicamente attuale, che pone l’accento sull’uguaglianza dei diritti e sul bisogno universale di essere amati e riconosciuti nella propria umanità. Il tema dell’incapacità delle donne di essere davvero libere di fronte al potere maschile emerge con forza: non a caso, gli antagonisti principali della serie sono quasi tutti uomini. Al centro della vicenda troviamo Margherita Lenzi, una donna che desidera soltanto vivere liberamente e che si ritrova invece a lottare contro un marito violento e ossessivo, interessato più alla sua eredità che al suo benessere. Rinchiusa in manicomio con l’accusa di essere “pazza”, Margherita non è affatto folle: è la vittima di un uomo crudele, Filippo Lenzi, personaggio forse un po’ bidimensionale, ma emblematico di un certo tipo di violenza patriarcale che la serie non ha paura di mostrare.
Se Filippo rappresenta il modello negativo di uomo, Tobino — interpretato con misura da Lino Guanciale — incarna invece l’opposto: un uomo giusto, moderno, capace di riconoscere nell’altro un suo pari. Tobino considera le donne (e chiunque altro) come esseri umani dotati di dignità, non come categorie da controllare o etichettare. È un individuo che non teme di mostrare le proprie fragilità, in un mondo in cui la distanza tra “sani” e “matti” sembra risiedere proprio nella capacità di nascondere o meno le proprie paure interiori.
Se la serie, pur con alcune superficialità creative, risulta complessivamente interessante, non mancano errori piuttosto banalotti che stonano all’interno di un prodotto altrimenti curato. Nell’ultima puntata, ad esempio, troviamo scelte francamente discutibili e poco credibili: Morena che guida l’automobile, oppure la stessa paziente affetta da gigantismo riesce a trovare, in un’abitazione altrui, un abito perfettamente della sua misura. Sono dettagli che spezzano la sospensione dell’incredulità e che avrebbero richiesto maggiore attenzione. Un altro limite evidente riguarda la rappresentazione di Viareggio, praticamente assente o ciò che nè vediamo non corrisponde alla realtà. Difatti non vediamo mai l’esterno reale del Cinema Odeon, nel 2026 orami inesistente, né vediamo la vera passeggiata di Viareggio né il suo mare, e le poche scene ambientate in spiaggia non sembrano affatto girate sul litorale viareggino. La presenza degli scogli fa pensare piuttosto a zone come Marina di Pisa, dato che a Viareggio scogli non ce ne sono. Anche le vallate percorse dai personaggi in auto o in motorino non corrispondono affatto a quelle di Maggiano, ma sembrano piuttosto appartenere alle zone tra Pisa e Colle Val d’Elsa. Una scelta discutibile, probabilmente dettata da vincoli di budget o di produzione, come possiamo denotare da una scarsità di comparse e di esterni. Proprio quest’ultima è infatti un tratto distintivo della serie: se ne vedono pochissimi, e quelli presenti vengono riutilizzati più volte. L’inquadratura totale dell’ospedale di Maggiano, ad esempio, compare tre o quattro volte per episodio, segno evidente di un repertorio limitato.
Al contrario, le poche riprese ambientate a Lucca sono indubbiamente autentiche, e gli interni del manicomio risultano sorprendentemente fedeli al vero Maggiano. La sensazione è che la produzione abbia effettivamente utilizzato la struttura reale come location principale, scelta che dona alla serie un valore aggiunto in termini di atmosfera e autenticità.
In conclusione
Le libere donne è una miniserie che sorprende proprio perché riesce a superare le aspettative legate al marchio Rai Fiction, offrendo un racconto più coraggioso, più complesso e più cinematografico di quanto il formato lasci immaginare. Pur con limiti evidenti — alcuni personaggi bidimensionali, la superficialità della linea nazista, scelte narrative discutibili e una rappresentazione geografica talvolta imprecisa — la serie si distingue per la cura nella ricostruzione storica, per la solidità della scrittura e per la capacità di evocare un immaginario emotivo potente.
Note positive
- Regia di Michele Soavi sorprendentemente cinematografica, con momenti di grande intensità visiva
- Interpretazioni eccellenti, soprattutto Gracjela Kicaj e Lino Guanciale
- Personaggi dei pazienti scritti e interpretati con sensibilità e tridimensionalità
Note negative
- Linea narrativa nazista troppo superficiale e priva di complessità
- Alcuni personaggi secondari (Parisi, Olivieri, Suor Maria, Paola Levi) rimangono bidimensionali
- L’uso ripetitivo di alcuni totali
- Alcune sbavature di sceneggiatura
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Interpretazione |
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| Emozione |
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SUMMARY
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3.5
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