The Kitchen (2023). Elementi interessanti ma non sfruttati pienamente 

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Trailer di The Kitchen

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

The Kitchen è un lungometraggio di genere distopico drammatico che segna il debutto alla regia di due cineasti britannici. La coppia di registi dietro la macchina da presa è composta da Kibwe Tavares, co-fondatore dello studio d’animazione Factory Fifteen, e Daniel Kaluuya, noto per le sue interpretazioni cinematografiche in film come Scappa – Get Out (2017), Black Panther (2018), Judas and the Black Messiah (2021), per il quale ha vinto un premio Oscar come miglior attore, e Nope (2022). La loro opera prima è stata presentata in anteprima mondiale al 67esimo BFI London Film Festival il 15 ottobre 2023, per poi essere proiettata, solo nel Regno Unito, in alcuni cinema selezionati il 12 gennaio 2024. Successivamente, il film è arrivato su Netflix il 19 gennaio 2024, data dalla quale è stato reso disponibile anche in Italia

Trama di The Kitchen

In una Londra distopica del 2044, esiste una netta differenza tra cittadini ricchi e cittadini poveri. Izi (Kane Robinson) è un uomo afro-americano che cerca di sopravvivere senza attirare troppa attenzione nel quartiere povero chiamato “The Kitchen”. Quest’area è costituita da un insieme di edifici e costruzioni che ospitano, in maniera abusiva, la povera gente londinese senza un rifugio, costretta a vivere in questo mondo a sé stante dalla cittadina londinese chiamato, appunto, “The Kitchen”. Questo luogo è composto da edifici e abitazioni in decadenza, privi di ogni tipo di comfort, incluso l’accesso all’acqua.

La vita dei cittadini poveri del quartiere è resa ancora più difficile dalle costanti incursioni della polizia, che cerca di cacciarli da quel luogo con tutta la forza a loro disposizione, così, di tanto in tanto, avvengono veri e propri rastrellamenti in questo luogo, dove la vita e la paura vanno a braccetto. Izi, che trascorre la sua vita da solitario in un’esistenza priva di reali amicizie e basata su un comportamento egoistico, si rende conto che la vita a “The Kitchen” sta per finire. Pertanto, inizia a mettere da parte dei soldi per potersi permettere un piccolo appartamento in un quartiere residenziale lontano da quel mondo e da quella povertà.

Per guadagnare quei soldi, Izi lavora in un futuristico servizio funebre chiamato Life After. Qui, le famiglie povere, non potendosi permettere una degna sepoltura per i propri cari, hanno la possibilità di “trasformare” i loro cari defunti in alberi da piantare. Un giorno, Izi scopre che tra i defunti c’è una giovane donna che conosceva, madre di un ragazzino di nome Benji (Jedaiah Bannerman), privo di padre e di qualsiasi tipo di famiglia dopo la dipartita della madre. Il giovane si affeziona a Izi, credendo che quell’uomo possa essere suo padre. Ma sarà davvero suo padre? Izi, uomo egoistico, accetterà Benji nella sua vita, o lo lascerà al suo destino?

Benji  di The Kitchen
Benji di The Kitchen

Recensione di The Kitchen

I lungometraggi distopici, per loro natura, non sono mai facili da scrivere a livello di sceneggiatura, poiché hanno l’arduo compito, un po’ come le pellicole fantascientifiche, di costruire un accattivante worldbuilding. Questo non tanto a livello immaginario, come deve avvenire nei film fantastici o sci-fi, ma piuttosto nel senso sociale e legislativo, al fine di permetterci di comprendere in che tipo di ecosistema economico-sociale ci troviamo all’interno della narrazione. I pilastri della letteratura distopica, come “1984” di George Orwell, “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, o “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, riescono a presentare al lettore i valori e le regole sociali prestabilite entro quel tipo di società su cui i personaggi protagonisti si muovono. Nel cinema, abbiamo un’attenta costruzione di questo worldbuilding sociale nei film distopici come “The Lobster“, “Non lasciarmi“, nella saga “Hunger Games” e “Mad Max“, e persino nella serie Hulu “The Handmaid’s Tale“, che sanno come raccontare le dinamiche sociali e i valori umani che fanno muovere quelle società in una determinata direzione.

In “The Kitchen”, il primo elemento a mancare all’interno della pellicola è la scrittura del worldbuilding che non risulta ben definito a livello di sceneggiatura. Di conseguenza, il contesto sociale rimane come qualcosa di confuso per lo spettatore, che non riesce bene a comprendere la situazione di questa Londra futuristica. La narrazione si focalizza esclusivamente sul divario sociale tra cittadini ricchi e poveri, ma senza approfondire i motivi di questa disparità sociale e su quale base si fondino i valori di questo mondo così crudele, che colpisce i più deboli e maltratta i poveri, privandoli persino di un luogo da chiamare casa.

Il quartiere “The Kitchen”, che dà il titolo al film, ci viene presentato come una sorta di cittadina all’interno di Londra, un luogo urbano fatiscente e in decadenza abitato, per la quasi totalità, da individui afro-americani. Ciò dà la sensazione che, all’interno di questa società futuristica, essere di colore possa essere una sorta di deterrente dalla povertà, anche se il film sembra rifiutare di trattare qualsiasi elemento di lotta razziale, nonostante sia evidente che i poliziotti siano bianchi e i cittadini di The Kitchen quasi del tutto afro-americani, se non per alcune eccezzioni.

Riguardo alla creazione del worldbuilding, l’errore maggiore della pellicola è stato non sfruttare adeguatamente la voce radio presente nel film. Questa avrebbe dovuto fornirci maggiori informazioni sia sulla lotta interna di ribellione (presente seppur marginalmente), sia sulla situazione attuale della società. Alla voce della radio troviamo l’interpretazione dell’opinionista ed ex calciatore inglese Ian Wright, con all’attivo 128 gol con l’Arsenal, al suo debutto in un lungometraggio.

Più che un film distopico, “The Kitchen” appare come un dramma familiare immerso in un mondo distopico, che tocca solo in parte il tema della ribellione sociale. Il protagonista della vicenda è Izi, un uomo profondamente egoista, aspetto che comprendiamo immediatamente del personaggio grazie alla sua presentazione drammaturgica. Si reca in bagno consumando tutta l’acqua disponibile nell’edificio, nonostante una marea di persone stia aspettando per fare la doccia. Questo segna un alto livello di menefreghismo caratteriale, un elemento che costituirà l’intero personaggio per tutta la durata della pellicola.

L’incontro con il piccolo Benji diventa per lui un momento di riflessione interiore (mai completamente approfondito nella pellicola), in cui l’uomo egoista dovrà ponderare cosa fare nella propria vita: diventare il padre del bambino, occupandosi di lui? Oppure abbandonarlo al suo destino? Questa è la domanda che il protagonista della vicenda ci porrà per tutto il racconto drammaturgico, trovando una risposta definitiva solo nel finale della pellicola, nel momento più interessante e accattivante dell’intero lungometraggio. Tuttavia, questo ha come ulteriore pecca il chiudersi nel momento più emozionante e potente della storia.

L’emozione è, purtroppo, un elemento che manca totalmente all’interno della pellicola, un film che, se strutturato all’interno di un rapporto drammatico tra padre e figlio, dovrebbe saper empatizzare con il suo spettatore oltre a emozionarlo profondamente. Tuttavia, tutto ciò manca, non tanto a causa della scrittura, ma anche a causa di un’interpretazione non convincente di Kano nel ruolo del protagonista. Kano non cambia mai la sua mimica facciale, non riuscendo a portare sulle sue spalle il personaggio che deve interpretare, se non in alcuni momenti, come in una scena “funeraria” in cui l’attore riesce, per la prima volta, a entrare nel suo personaggio, mostrando la tridimensionalità che il carattere poteva possedere.

Il giovane Jedaiah Bannerman, invece, mostra una buona qualità attoriale, anche se non è supportato dall’impianto drammaturgico della pellicola. Quest’ultima ha come unico pregio il fatto che si lascia vedere senza annoiare grazie a un buon lavoro registico, fotografico e ritmico. Per il resto, la pellicola risulta alquanto dimenticabile.

Frame di The Kitchen
Frame di The Kitchen

In conclusione

The Kitchen” presenta alcuni elementi interessanti e potenziali che, se completamente sviluppati, avrebbero potuto migliorare la comprensione del mondo distopico e l’impatto emotivo della trama. Nonostante ciò, il film risulta visivamente accattivante, nonostante una trama che sa di poco e di già visto.

Note positive

  • La regia e la fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera distopica e fatiscente, con una buona gestione dei toni cromatici.

Note negative

  • La potenziale fonte di informazioni sulla società distopica, rappresentata dalla voce della radio, non viene completamente sfruttata, limitando la comprensione del contesto.
  • Il film manca di una profonda emotività, rendendo difficile l’empatia nei confronti dei personaggi.
  • L’interpretazione di Kano.
  • La mancanza di una chiara scrittura del Worldbuilding, con particolare attenzione alle regole sociali e legislative del mondo distopico, può confondere lo spettatore e limitare la comprensione del contesto narrativo.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 890

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