Jay Kelly (2025). Un trasognante film ensemble con un ritrovato George Clooney

Recensione, trama e cast del lungometraggio Jay Kelly (2025). Pellicola di Noah Baumbach con al centro George Clooney e Adam Sandler,

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Jay Kelly. George Clooney as Jay Kelly in Jay Kelly. Cr. Netflix © 2025.
Jay Kelly. George Clooney as Jay Kelly in Jay Kelly. Cr. Netflix © 2025.

Trailer di “Jay Kelly”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Jay Kelly, disponibile su Netflix dal 5 dicembre 2025, è un opera cinematografica diretta da Noah Baumbach, regista celebre per aver diretto Storia di un matrimonio (2019) con Scarlett Johansson e Adam Driver, film che aveva ottenuto ben 6 candidature agli Oscar (vincendone una con l’attrice non protagonista Laura Dern, presente anche in Jay Kelly). Sceneggiato dallo stesso cineasta insieme a Emily Mortimer (Hugo Cabret, M. Scorsese, 2011), il film vanta l’acclamato Linus Sandgren (American Hustle, Joy,La La Land, Don’t Look Up, Babylon) alla fotografia mentre il duo composto da Valerio Bonelli e Rachel Durance al montaggio. Il lungometraggio, le cui musiche sono curate da Nicholas Britell (Moonlight, Se la strada potesse parlare), è stato presentato alla 82a edizione della Mostra del Cinema di Venezia ed è in piena corsa per la stagione dei premi con due candidature ai prossimi Golden Globe grazie alle interpretazioni di George Clooney e Adam Sandler. Nel cast figurano anche Greta Gerwig e l’italiana Alba Rohrwacher.

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Trama di “Jay Kelly”

Non è facile restare in vetta allo star system e infatti il divo Jay Kelly (George Clooney) riunisce tutto il suo staff per un improvvisa crisi di mezza età che rischia di farlo allontanare dalle scene. A seguirlo durante uno strano tour alla ricerca di se stesso ci sono il manager Ron Sukenick (Adam Sandler) e l’addetta stampa Liz (Laura Dern) che cercano in tutti i modi di convincerlo a ritornare sui suoi passi.

Recensione di “Jay Kelly”

Sul lungometraggio di Noah Baumbach si potrebbe scrivere una recensione tanto estesa quanto l’elenco dei molteplici significati presenti nel film. Il testo in tal caso sconfinerebbe presto oltre i classici parametri consigliati per uno scritto digitale, ma è pur da qualche parte che si deve partire e quindi eccomi qui, a cominciare da uno dei temi centrali: Jay Kelly, il protagonista della storia, è davvero la proiezione del George Clooney attore? Molti hanno concordato di sì, che l’opera scritta a due mani da Baumbach e Emily Mortimer sia tutt’al più un biopic mascherato su Clooney stesso, qui tra l’altro analizzato in un momento della carriera che potrebbe (apparentemente) persino combaciare. Mi viene però spontaneo scrivere quell’avverbio tra parentesi perché a mio parere, nonostante le molte opinioni contrarie, le differenze tra Kelly e Clooney ci sono, e sono così evidenti da stabilire persino una netta divisione tra le due personalità, quasi delle nemesi figlie di due linee ora parallele ma pur sempre multiversali.

Jay del resto viene rappresentato come un divo d’altri tempi, e la gigantografia realizzata per onorarlo in quel piccolo paesino della Toscana rende perfettamente questa idea. “Tu sei lì”, sostiene il manager Ron Sukenick (Adam Sandler) riferendosi all’immagine e proseguendo indicando che Jay Kelly è anche sul suo smartphone e in piedi davanti a lui, un personaggio globale in senso tout court. Una capacità degna solo dello star system, quello vecchio stile, capace di fare emozionare gli amanti del cinema (e non solo) semplicemente con un nome. George Clooney, finalmente a sua agio con una sceneggiatura realizzata ad hoc per renderlo inequivocabilmente il premier rôle del film (direi dai tempi di Paradiso Amaro, Alexander Payne, 2011), si cala anima e corpo nella vita di Jay, riuscendo a rappresentare le caleidoscopiche sfaccettature della personalità di Kelly fin dalla prima (bellissima) sequenza. Non certo una prova semplice dato l’intricato voyage che Jay compie, sia fisicamente sia mentalmente, nell’arco della storia.

Perché Kelly è l’attore sempre preso sul set, il divo che realizza un film dopo l’altro, la stella hollywoodiana con il sorriso smagliante, ma è anche un padre sempre più conscio di non aver dedicato il giusto tempo alla famiglia, un uomo che pian piano scopre di voler rigirare per intero la propria vita. Non è facile pensare a queste cose mantenendo l’integrità – continuando ad essere il re di uno star system sempre più decadente-, e infatti troviamo Jay nel bel mezzo di una potenziale crisi lavorativa che prelude a un profondo cambiamento introspettivo. Clooney in questo caso è bravo a delineare un Kelly lunatico, all’apparenza ignaro e un tantino menefreghista dell’incessante lavoro che le persone facenti parte del suo staff compiono ogni giorno. Il manager Ron Sukenick che deve precipitosamente rientrare per convincere Jay a girare il suo prossimo film – e che per questo lascia sua figlia nel bel mezzo di una partita a tennis – ne è la prova, così come il comprensivo isterismo del personaggio interpretato da una sempre eccellente Laura Dern, l’addetta stampa di Kelly, che sul treno diretto in Italia pone una delle domande più ciniche e dolorose del film a Ron.

Noah Baumbach è un regista particolare, capacissimo di portare su schermo commedie famigliari (basti pensare a Storia di un matrimonio, 2019) con un sottotesto tagliente. Il Kelly che rivede se stesso attraverso vere e proprie ricostruzioni risponde a questa logica, annullando l’immagine glitterata del divo attuale e spiegando in modo originale e non troppo didascalico il passato dell’attore. Si comprendono in tal modo le mancanze del Jay nella sua versione giovane, parti di vita che secondo lui dovrebbero essere rigirate. Eppure, proprio grazie all’interpretazione di Charlie Rowe (preferito a un ringiovanimento dell’attore protagonista con la CGI) che recita nel ruolo di un Clooney ventenne, si capisce appieno il suo carattere, affabile ma anche estremamente spregiudicato (come scoprirà Timothy Galligan/Billy Crudup), e poi impulsivo con misura e sempre più egoista in diretta proporzione con la crescita della sua fama (Peter Schneider/Jim Broadbent lo constaterà in prima persona). Ma nella densa opera di Baumbach si affronta anche il tema dell’autostima. Quella che Jay dovrebbe avere di natura e che invece è costretto ad inculcarsi forzatamente (con dubbi risultati) accostando il suo nome a quelli di alcune leggende dell’età d’oro di Hollywood, da Cary Grant a Clark Gable. Perché Jay Kelly è Jay Kelly ma anche il contrario. È il personaggio capace di inseguire un borseggiatore giù da un treno come in un film d’azione, e allo stesso tempo l’uomo che subisce in modo tangibile la sua solitudine, l’essere arrivato ad un punto della carriera che forse non era stato previsto. Ecco la differenza tra Kelly e Clooney che rende notevole l’interpretazione di quest’ultimo. Jay del resto è una versione di lui che però ha seguito una strada diversa: è il George più divo di George, l’attore a cui le produzioni ambiscono più di tutti gli altri, l’erede dei più grandi, il sognatore che fa sognare, eppure, nonostante tutto questo, un uomo a cui è rimasto essenzialmente solo il manager Ron Sukenick.

Il regista mette in scena la parte più intensa del loro rapporto lungo una strada sterrata nel bel mezzo delle colline toscane. Una sequenza in parte anticipata nel trailer che rende il paesaggio, e la scenografia intera, un ulteriore personaggio del film. La stessa Italia, rappresentata come se fosse rimasta ancorata agli anni Novanta attraverso la scelta di alcuni veicoli (la Fiat Tipo gialla su tutti) e gli outfit delle comparse, rappresenta la sospensione temporale in cui vive Jay, ancorato a quel periodo in cui affrontava la vita con una intensità unica, prologo però delle incomprensioni con le sue figlie che spesso vedevano quanto poco combaciasse l’uomo rappresentato nei vari film con la personalità reale di loro padre, l’eterno dibattito tra il creare ricordi per gli altri ma non per la propria famiglia. In questo caso è straordinario anche il carattere surreale con il quale Baumbach raffigura il dialogo tra Kelly e la sua figlia più grande, e poi quello decisamente più diretto sul treno tra l’attore, la seconda figlia e il suo fidanzato.

Per ultimo un plauso all’interpretazione di Adam Sandler, davvero apprezzabile per pacatezza e lavoro in sottrazione e per il valore simbolico di ogni suo gesto. La scena condivisa con Ben Alcock/Patrick Wilson è il manifesto del suo ruolo nel film, ma al di là di questo viene facile empatizzare con il manager Ron Sukenick per via di quell’instancabile voglia nel credere nell’altro, nell’essere convinto che in fondo tutto questo star system si possa basare su qualcosa di vero come l’amicizia. Se avrà ragione o meno lascio a voi scoprirlo guardando il film, tuttavia ritengo che il suo messaggio sia sufficiente per comunicare il delicato omaggio di Baumbach verso un cinema vissuto senza remore, che richiede certamente dei compromessi ma che ci regala – e qui rimando all’ultima scena – dei sogni che non ci abbandoneranno mai.

In conclusione

Jay Kelly è un film complesso, che dona ad ogni visione una nuova interpretazione. Consigliato non solo per le interpretazioni degli attori, ma anche per l’equilibrato film ensemble in perfetto stile Baumbach in cui vengono calate. Da apprezzare inoltre la fotografia e alcune scelte narrative in grado di rendere ancora più articolato lo script.

Note positive

  • Le interpretazioni di George Clooney e Adam Sandler (con un plauso anche a Laura Dern e Billy Crudup)
  • La regia di Noah Baumbach (molto interessante il piano sequenza all’inizio del film)
  • La fotografia di Linus Sandgren

Note negative

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Emozione
Interpretazione
SUMMARY
3.8
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Luca Filidei
Luca Filidei